Lo so che non ne potete più, che ne avete sentite talmente tante da avere la nausea, ma non vi parlerò di mandare a casa Renzi, non vi parlerò del rischio che vinca Grillo, non vi parlerò di spread, non vi parlerò di accozzaglie per il Sì o per il No, ma vi parlerò di una nuova Costituzione con cui potremmo dover combattere per decenni e pentircene, vi parlerò di democrazia, di tasse, di debito pubblico, di libertà.
Ero tentata di non condividerle visto il bombardamento mediatico da una parte e dall’altra, finché ho notato che le ragioni che a me sembrano così evidenti non sono state affatto evidenziate nel fiume di parole che ci ha sommersi.
Se anche solo dovessi riuscire a togliere l’ultimo dubbio ad un indeciso potrò dirmi soddisfatta, perché ogni singolo voto in questo referendum assurdamente senza quorum è decisivo e non mi fido affatto dei sondaggi.

1. Il potere esecutivo annienta il potere legislativo
Viene di fatto eliminata la competenza del Parlamento a decidere il calendario per l’esame dei disegni di legge, dall’art. 72, ultimo comma, che impone l’esame prioritario dei DDL del Governo, anche se non necessari e urgenti.
La Camera è quindi asservita al calendario imposto dal potere esecutivo e si limita a ratificare quanto deciso dal Governo, perdendo così il potere di iniziativa sulle leggi.
Cancellati sia i principi illuministici che di democrazia risalenti alla Magna Charta che impongono la netta distinzione tra chi legifera, i rappresentanti del popolo, e chi esegue i compiti assegnati dalla legge e dovrebbe limitarsi ad amministrare nel rispetto delle regole imposte, eliminando il bilanciamento di poteri che costituisce l’unica possibilità di impedire l’assolutismo.

2. Parlamento asservito al Governo a causa della mancata introduzione del presidenzialismo
L’assenza di elezione diretta del Presidente del Consiglio e, quindi, del Governo rende il Parlamento asservito ai destini del potere esecutivo, come ha già dimostrato la storia italiana.
Quando il Parlamento è espressione della stessa maggioranza che elegge il Governo è destinato a sciogliersi in caso di sfiducia ed incapacità di formare una nuova maggioranza. Proprio per tale motivo il Governo approfitta del comune destino e del rischio di nuove elezioni per imporre i suoi provvedimenti a “colpi di fiducia” e, di nuovo, annientare il potere legislativo.

3. Legge elettorale diventa strumento per assolutismo 
Potere legislativo asservito al potere esecutivo e mancanza di presidenzialismo con elezioni distinte, consentono a Governo di varare qualsiasi legge elettorale, l’Italicum o altre peggiori che lo stesso Governo potrebbe un domani imporre con il nuovo sistema, che consentirebbe ad una minoranza di appropriarsi del potere assoluto senza alcun bilanciamento dei poteri.

4. Potere fiscale assoluto in capo al Governo
La prima e più grave conseguenza di tale potere legislativo preferenziale in capo al Governo sarà la possibilità di aumentare impunemente le tasse, facendosi ratificare dalla maggioranza asservita qualsiasi imposizione fiscale, come nei peggiori sistemi assolutisti in cui si riunisce in capo al sovrano il potere di decidere come spendere i soldi e quanti sottrarne al popolo, che perde qualsiasi sovranità in materia, anche solo mediata dal potere legislativo, che dovrebbe rappresentarlo soprattutto in tale fondamentale materia.
Per di più, anche il vincolo costituzionale introdotto di recente nell’art. 91 che avrebbe dovuto impedire di aumentare il debito pubblico per effettuare ulteriore spesa pubblica, benché mai seriamente applicato negli ultimi anni, è in totale balìa della maggioranza della Camera, e quindi dello stesso Governo che la controlla e ne decide le sorti a suo piacimento, favorendo così il clientelismo consociativo che ha fatto aumentare negli ultimi decenni il debito pubblico in modo esponenziale.
Già è stato un gravissimo errore eliminare il divieto di introdurre nuove imposizioni fiscali con la legge di bilancio, benché aggirato dagli anni ’70 dalla sciagurata legge finanziaria, oggi detta di stabilità. Ora, con tale potere legislativo assoluto in capo al Governo, questo non avrà più limiti nell’imposizione di nuove tasse al fine di far quadrare i conti della abnorme spesa pubblica, che la riforma non solo non permette di diminuire, ma permetterà così di aumentare a dismisura.

5. Agevolata la recessione dell’economia
Non solo nella riforma non vi è alcun provvedimento che favorisca la crescita, la libera iniziativa economica privata, la riduzione della burocrazia, di cui l’economia italiana ha un disperato bisogno, ma al contrario viene favorita l’introduzione di nuove imposte e di nuovi vincoli burocratici per sola iniziativa del Governo, con i conseguenti inevitabili effetti recessivi che ciò comporta ed il correlato aumento di spesa e debito pubblici.
Per di più vi è una insidiosa competenza legislativa attribuita allo Stato dal nuovo art. 117 che non si limita più a tutelare la concorrenza, ma pretende di avere competenza per “promuoverla”. E’ risaputo, al contrario, che una società per dirsi realmente liberale deve lasciare il mercato libero di attuare da sé la migliore concorrenza tra imprenditori, mentre lo Stato deve solo occuparsi di impedire comportamenti contrari alla libera e leale concorrenza. E’ proprio quando lo Stato interviene, sempre a sproposito, per “promuovere” la presunta concorrenza in alcuni settori, regolamentandoli, non fa altro che danni, per lo più al fine di favorire solo le proprie clientele e i gruppi di pressione che sostengono il Governo.

6. Il Senato o si elimina o si elegge
Inammissibile che un organo legislativo, per quanto con poteri limitati e confusi, non sia espressione di libere elezioni, ma sia composto da politici nominati senza neppure avere chiarezza delle modalità di nomina. Anche in questo caso sarà sufficiente una legge da parte di un Governo sempre più assolutista che imponga criteri di nomina addomesticati e non democratici per asservire anche il Senato ad un potere esecutivo non eletto, ma con poteri sempre più illimitati e illimitabili.
O si decide di eliminarlo una volta per tutte se non lo si ritiene necessario oppure il Senato non può essere composto di soggetti non eletti.
Come se non bastasse, malgrado mantenga funzioni legislative viene eliminata la previsione di garantire la rappresentanza proporzionale dei gruppi parlamentari anche di minoranza nelle commissioni, mantenuta solo per la Camera. Le minoranze presenti al Senato non hanno più potere di controllo preventivo dei disegni di legge né di decisione sulla calendarizzazione dei lavori.

7. Poteri legislativi confusionari
Siamo passati dal bicameralismo perfetto al monacameralismo impossibile, perché i poteri attribuiti al Senato sono talmente confusi e prevedono così tanti procedimenti distinti che, anziché semplificare, complicheranno ancor di più il procedimento legislativo e comporteranno innumerevoli rinvii alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzioni e conseguente abrogazione di leggi approvate in modo errato, minando ancor di più il principio di certezza della legge.
Peraltro, oggi il problema è che vi sono persino troppe leggi, spesso in contraddizione fra loro, e una riforma davvero utile dovrebbe semmai agevolare la semplificazione e non certo la complicazione con una sovrapproduzione di leggi, imponendo un iter rapido e agevolato per i procedimenti di sistematizzazione, semplificazione e codificazione, non certo per introdurne di ulteriori.
Uno Stato davvero liberale non ha bisogno di migliaia di leggi, ma di una sola legge che permetta ai cittadini di fare liberamente tutto ciò che non è espressamente vietato, ma di ciò non vi è traccia nella riforma, che al contrario si preoccupa solo di rendere più semplice per il Governo l’introduzione di nuove leggi che sottopongano al costante controllo statale ogni attività privata. La proliferazione abnorme di leggi che regolamentano e burocratizzano ormai ogni singolo aspetto della vita quotidiana dei cittadini è proprio ciò che impedisce all’Italia di svilupparsi, per cui non servono più leggi, ma leggi migliori e la fretta non le rende certo tali per principio.

8. Le Province o si eliminano o si eleggono
Quanto detto per il Senato vale anche per le Province. Inammissibile che si finga di eliminarle e le si chiami “forme associative” di Comuni, con la scusa di ridurre i costi della politica, ma in realtà si mantengano competenze politiche e di spesa a soggetti non più sottoposti a elezione e conseguente responsabilità nei confronti di elettori, ma nominati da altri politici. Di nuovo, il Governo può imporre una legge che imponga criteri di nomina che favoriscano l’occupazione sistematica del potere da parte dei propri uomini di fiducia.

9. Le nomine tutte in capo al Governo e alla sua maggioranza addomesticata
Tutte le nomine, grazie alla nuova composizione di Camera e Senato, finiranno per essere appannaggio del Governo, incluse quelle di garanzia, costituzionalizzando così l’occupazione assoluta del potere e eliminando la minoranza, resa impotente a svolgere il suo ruolo di opposizione e controllo della maggioranza.

10. Abolizione del federalismo fiscale
Oltre alla ricentralizzazione di numerose funzioni legislative, viene eliminata la possibilità di introdurre un reale federalismo fiscale, l’unico sistema che può permettere al principio di sussidiarietà di funzionare davvero, riunendo in capo ai governi locali sia il potere di spesa che di entrata affinché si assumano di fronte ai propri elettori la responsabilità delle proprie scelte.
Mantenendo in capo al potere statale la determinazione delle entrate locali si deresponsabilizzano regioni e comuni fallimentari che continuano a drenare spesa pubblica e si impedisce agli enti locali virtuosi di ridurre davvero le imposte e tasse locali.
Il mantenimento di norme statali che impediscono differenziazioni e si limitano a lasciare sul territorio una parte delle entrate, detraendone per di più una gran parte per il fondo di perequazione in favore di regioni e comuni dissestati, non permette l’avvio di quel meccanismo di concorrenza fiscale tra enti locali che indurrebbe anche gli altri a ridurre l’ormai insostenibile spesa pubblica improduttiva.

11. Referendum abrogativo con quorum antidemocratico
Le leggi sono la principale espressione del potere democratico per via rappresentativa. Attraverso la delega alle formazioni politiche ed ai parlamentari da cui si sentono, bene o male, rappresentati i cittadini determinano le leggi che li riguardano grazie alla maggioranza dei voti espressi.
Per quanto la riforma, unita ad una pessima legge elettorale, metta ormai in forse l’applicazione di questo basilare principio democratico in Italia, in ogni caso resta il fondamento di qualsiasi democrazia, necessariamente delegata, poiché sarebbe altrimenti impossibile legiferare, sia per mancanza di tempo, che di conoscenze, che di esperienze da parte di milioni di cittadini che si affidano così ai loro rappresentanti, malgrado i gravi limiti che troppi politici hanno dimostrato.
Per tale motivo, il referendum abrogativo, essendo uno strumento eccezionale di controllo dell’operato per abrogare norme che contrastino col mandato ricevuto dai parlamentari, impone per la sua validità che si esprima la maggioranza dei cittadini, poiché se non si raggiunge il quorum ciò indica che la maggioranza non è affatto interessata a modificare e abrogare quanto deciso dai propri rappresentanti in Parlamento.
E’ pertanto inammissibile e antidemocratico che oggi si riduca questo quorum alla maggioranza degli elettori alle ultime elezioni politiche, perché significa imporre la volontà di una netta minoranza di cittadini alla maggioranza della popolazione, in aperto contrasto con i principi democratici.

Tag: , , , , , , , ,