Quanto sta avvenendo in Catalogna in vista del referendum per l’indipendenza è molto significativo per comprendere il funzionamento dell’egoismo sociale e le conseguenze della violazione del suo principio base.
Se i governanti di tutti i livelli di potere coinvolti, dai catalani, agli spagnoli fino agli europei, imparassero ad apprezzare gli egoismi umani ed il loro indispensabile contributo all’evoluzione ed al benessere di ogni società, comprenderebbero finalmente quali meccanismi governano ogni sfera sociale da che esiste l’umanità e riuscirebbero meglio a gestire una situazione che rischia di essere ogni giorno più esplosiva.
L’egoismo sociale, infatti, è il prodotto più geniale e nobile dell’istinto di sopravvivenza umano e di tutti gli egoismi, più o meno evoluti, che da questo discendono.
Si tratta della consapevolezza degli esseri umani della necessità di interagire e collaborare con gli altri membri di una società al fine di soddisfare al meglio gli egoismi di tutti, attraverso la collaborazione, la suddivisione dei compiti e lo scambio tra egoismi.
Uno scambio continuo in cui ogni parte rinuncia ad un proprio egoismo (risorse, tempo, energie, denaro, appagamento autonomo dei bisogni) cedendolo alla controparte per appagare i suoi bisogni ed ottenerne in cambio l’appagamento di un egoismo, diverso o ritenuto di grado superiore nella sua scala di priorità.
È questo l’unico motivo per cui ci si riunisce in una sfera sociale, ossia ogni insieme, più o meno ampio e complesso, di individui riuniti al fine di soddisfare i propri egoismi.
È da questo egoismo che nascono le relazioni sociali, che io immagino come un continuo movimento dei singoli all’interno di ogni sfera sociale, a partire dalla famiglia, che, nelle varie situazioni si muove ed agisce per appagare i bisogni di uno, di alcuni, di tutti contemporaneamente, a seconda di quale sfera egocentrica si trovi in un dato momento al centro comandi.
Ciò che caratterizza la specie umana è, poi, proprio la capacità incredibile di espansione delle sfere; il singolo ha trovato modo di ampliare i propri desideri e obiettivi, inventandosene in continuazione di ulteriori, grazie alla creazione di sfere sempre più grandi in cui riunirsi ad altri e muoversi tutti insieme per l’appagamento dei bisogni dei membri. Ci si aiuta l’un l’altro, si suddividono i compiti, ciascuno dà il proprio contributo e così ognuno può ottenere ciò che da solo non avrebbe mai raggiunto. Più sono complicati da raggiungere gli obiettivi, più sono necessari diversi contributi coordinati tra loro, più la sfera si allarga, includendo innumerevoli sfere egocentriche che lavorano insieme per soddisfare i desideri comuni, così come dei singoli. Si formano così le associazioni di persone, con gli scopi e le dimensioni più diverse, a loro volta inserite in altre associazioni più grandi, sfere formate da altre sfere, fino ad includere l’intera umanità.
In ambito pubblico, inoltre, le sfere sociali sono la struttura portante con cui i membri delle comunità locali soddisfano i bisogni più vari; sono sfere incluse in altre sempre più grandi, a seconda della complessità degli obiettivi che ci si prefigge e del territorio in cui coabitano tutti i pallini egocentrici coinvolti, in un modo o nell’altro, dalle decisioni pubbliche. E non è ancora finita, perché anche gli Stati fanno parte di sfere sociali più ampie, federazioni, unioni continentali, o anche solo collaborazioni, tramite accordi internazionali, commerciali o politici che siano, fino a giungere alle organizzazioni internazionali che possono abbracciare la quasi totalità degli Stati, proprio quando gli egoismi comuni perseguiti perdono la dimensione locale ed abbracciano l’intera umanità.
È proprio analizzando tutte queste sfere sociali dal punto di vista egoistico che emerge sia la genialità dell’essere umano, sia la necessità di trovare il modo per coordinarle e farle funzionare al meglio, senza che si sovrappongano in modo inefficiente. In una parola: sussidiarietà.
In tanti, infatti, fin troppo spesso, vorrebbero occuparsi di questioni che non gli competono, condizionare scelte che non li riguardano o che coinvolgono gli interessi di altri soggetti, pretendendo di escluderli da ogni decisione, arrogandosi il diritto di scegliere al posto dei diretti interessati.
Posto che i singoli hanno creato una sfera sociale proprio per perseguire i loro egoismi particolari, sono solo i creatori ed i membri di quella sfera a poter decidere cosa sia meglio per sé, come farla muovere ed operare, se ingrandirla, se includere od escludere altri soggetti, quali regole di comportamento tenere, come punire o escludere chi non le rispetta, come difendersi dagli attacchi esterni.
Ritengo allora che ogni sfera sociale dovrebbe avere competenza solo sugli egoismi delle sfere egocentriche, delle persone che racchiude, solo di quelle e solo di tutte; non di più, perché sarebbe un’imposizione inammissibile nei confronti di chi non ne fa parte; non di meno, perché sarebbe una prevaricazione della maggioranza sulla minoranza. Certo, le sfere spesso si sovrappongono, possono avere confini labili e variabili, ma se si pone attenzione agli obiettivi egoistici perseguiti da ogni sfera sociale in via diretta ed immediata, se se ne comprende lo scopo egoistico istituzionale, si possono individuare i diretti interessati e lasciare solo a loro il potere decisionale.
Ecco, in estrema sintesi, questo non è altro che federalismo, o meglio ancora sussidiarietà. Se la applichiamo a qualsiasi attività umana svolta in forma aggregata, a qualsiasi servizio pubblico o interesse privato, vediamo come la logica egoistica degli interessi coinvolti possa essere la chiave di volta per trovare il migliore equilibrio tra le sfere sociali e, soprattutto, per la loro organizzazione. Così come è inefficiente che lo Stato centrale si occupi della perdita delle condutture dell’asilo di Pozzallo, altrettanto illogico che il sindaco di Pozzallo possa imporre le sue scelte su una centrale elettrica, anche se si dovesse trovare nel suo territorio.
Se mi guardo intorno, soprattutto in Italia e ancor di più in Europa, vedo invece che si procede alla rinfusa, per passi avanti e indietro, a destra o sinistra, nella suddivisione delle competenze, più attenta ad una logica di mantenimento del potere che di efficienza. E ritengo sia proprio questo il morbo generatore della pesante burocrazia che soffoca, anziché aiutarla, l’attività dei cittadini che, invece, sono riuniti in una società per avere un vantaggio dall’unione e non certo un fardello che ne ostacola lo sviluppo.
È, allora, ritornando al fondamento dell’egoismo sociale che si può tentare di mettere ordine in questo caos, che poi è pure il terreno di coltura prediletto della corruzione. Partendo dagli egoismi dei membri di ogni sfera sociale si può avviare un meccanismo di sussidiarietà che parta da un principio molto semplice: tutti coloro che hanno un interesse diretto decidono come far muovere la sfera sociale, tutti gli altri devono stare fuori dal centro comandi.
Sì, ma mi si dirà, spesso certe decisioni o attività di una sfera sociale possono avere conseguenze dirette sugli interessi di persone esterne. È un’eccezione che però contiene già la soluzione: se tocca interessi diretti di altri, vuole dire che quella sfera più piccola, in quella determinata situazione, si trova all’interno di una sfera sociale più grande, dove coesistono anche gli altri interessati. Sarà, quindi, il centro comandi di questa sfera più ampia ad avere la competenza per quelle decisioni a cui la sfera più piccola dovrà adeguarsi, e via via così fin dove può espandersi l’inclusione di ogni sfera sociale in un’altra e poi in un’altra ancora.
Ora, se questa è la base di ogni società, ecco che il caso della Catalogna evidenzia come il desiderio di indipendenza sia una richiesta di maggiore sussidiarietà che, a quanto pare, la Spagna non ha saputo gestire nel modo più corretto, andando ad occuparsi di questioni che dovevano rimanere gestite dal centro comandi catalano.
Ciò ha comportato il pericolo maggiore in cui rischia di incorrere ogni società: la violazione del principio base dell’egoismo sociale.
Perché una società possa, infatti, dirsi positiva da un punto di vista egoistico, in ogni scambio ed in ogni sfera sociale, il risultato, l’appagamento degli egoismi, ottenuto dal singolo deve essere superiore a quello che avrebbe ottenuto impiegando le proprie risorse per se stesso; in caso contrario, o si ha uno sfruttamento ingiustificato delle risorse altrui oppure la società è in perdita e non ha nessuna ragione di esistere, meglio scioglierla.
Ecco quello che stanno chiedendo i catalani: sciogliere un vincolo sociale in cui si sentono sfruttati e da cui non ritengono di trarre benefici maggiori delle rinunce a cui sono sottoposti.
E si tratta, peraltro, della stessa richiesta di tutti i movimenti indipendentisti, o sovranisti come si usa dire ora, che si stanno ribellando ad un’Europa che non riconoscono come utile ai loro bisogni.
È proprio l’Unione Europea la prima, d’altronde, a violare il principio base dell’egoismo sociale, sia non contribuendo ad accrescere il benessere dei cittadini europei in misura superiore ai sacrifici imposti, sia soprattutto ad ingerirsi nel centro comandi degli Stati membri imponendo regole che non le competono.
Nel momento in cui i burocrati europei hanno cominciato a perdere di vista quali siano gli unici interessi diretti su cui possono avere competenza, a distruggere lo spirito di sussidiarietà su cui era nata la Comunità Europea, ad ingerirsi nelle decisioni che dovevano rimanere di stretta competenza delle sfere sociali statali, ecco che hanno creato i presupposti perché fossero gli stessi cittadini europei a voler disgregare una sfera sociale che non soddisfaceva i loro egoismi né aumentava il loro benessere come avrebbe potuto e dovuto.
Ecco perché in fondo, il referendum catalano non è che l’inevitabile conseguenza del centralismo sia spagnolo che europeo.
Per questo considero un controsenso che i catalani pensino di distaccarsi dalla Spagna, ma rimanere in Europa, così come la Scozia dopo la Brexit.
Ma si tratta di un controsenso facilmente spiegabile se si pensa alle modalità con cui opera l’UE nei confronti degli Stati membri, imponendo loro misure che hanno ricadute sui cittadini dei singoli Paesi, ma di cui non si assumono la responsabilità diretta, scaricandola sui governanti locali.
In altre parole, l’UE prende saldamente il controllo del centro comandi imponendo la rotta, ma lascia il volante radiocomandato in mano ai governanti locali, che non hanno la forza politica di opporsi alle loro decisioni, ma se ne prendono le colpe.
Ed ecco che da qui nascono le spinte indipendentiste di Stati e staterelli che si illudono di poter riprendere finalmente il proprio centro comandi, salvo poi un domani ritrovarsi con gli stessi vincoli europei che ne impediscono lo sviluppo e il benessere.
Il punto non è, infatti, chi abbia torto o ragione, ma proprio la mancanza di una chiara assunzione di responsabilità da parte di chi effettivamente gestisce il centro comandi. Devono essere i governanti statali ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte nazionali e risponderne ai propri cittadini elettori, così come i governanti europei devono rispondere a tutti i cittadini europei delle scelte che riguardano tutto il continente, ma questo è possibile solo quando la suddivisione dei centri comandi e delle sfere sociali è ben delineata e risponde agli effettivi egoismi direttamente coinvolti.
In caso contrario, se non ci preoccupa del principale difetto europeo, suddividendo in modo coerente le competenze tra tutte le sfere sociali con un effettivo equilibrio che solo la sussidiarietà può dare, il risultato inevitabile non può che essere la disgregazione sia degli Stati membri sia della stessa Unione Europea.
È solo l’inizio di una morte annunciata.

P.S.: Gigi Donelli di Radio24 mi ha chiesto un intervento dal punto di vista “egoistico” sul referendum catalano che dovrebbe andare in onda sabato 23.9 alle 12.30. Gli ho sintetizzato quanto scritto sopra.

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