Ormai siamo in campagna elettorale e la censura su FB si fa sempre più pressante e ai limiti dell’assurdo, ma la strategia non è affatto assurda, è vecchia come l’uomo e la ricerca di potere.

Oggi, l’ennesimo incredibile blocco di un interessante reportage della BBC  mi ha fatto tornare in mente un pezzo che avevo scritto tempo fa per un bellissimo libro dell’associazione Dito nell’occhio, Parole in libertà.

Lo so che è lungo, ma ve lo ripropongo perché vale la pena capire quanto sia pericolosa questa strategia.

Non sono solo parole. Sono memi, idee, unità culturali che come i geni tentano in ogni modo di diventare immortali trasmettendosi di cervello in cervello in una spietata lotta per accaparrarsi un posto nella memoria di più persone possibile.
Non sono solo parole. Sono mezzi di acquisizione del potere, il metodo escogitato dall’intelligenza umana per indurre altre persone a fare ciò che vogliamo senza usare la violenza fisica.
Se l’essere umano è la specie dominante sulla Terra, se siamo riusciti a raggiungere Marte ed anche solo ad immaginare l’universo è proprio grazie al linguaggio, ai memi, alla capacità di trasmettere cultura, conoscenza, arti, mestieri, idee grazie all’uso della parola, sia orale che soprattutto scritta.
Parole che spiegano, che insegnano, che aiutano, ma soprattutto che convincono, che creano ideali e proseliti.
E’ grazie alla parola che abbiamo sostituito la legge della giungla con la razionalità, con lo scambio, la collaborazione, il denaro, l’economia, le leggi. Dove prima c’era solo lotta animale basata sulla violenza e in parte sull’astuzia, gli esseri umani hanno utilizzato l’intelligenza per creare, vendere, collaborare, scambiare e costruire così la civiltà.
L’errore di fondo, quel che fa sottovalutare ai più l’importanza delle parole, è però quello di non comprendere che la lotta per ottenere il potere non è affatto diventata meno spietata, ma ha solo assunto altre forme, molto più efficaci perché subdole.
E’ nella natura umana, oltre che animale, lottare per conquistare il potere, per ottenere così il soddisfacimento dei propri interessi inducendo il più ampio numero di persone ad agire in un certo modo. E non è detto che chi riesce a raggiungere il centro comandi di una certa sfera sociale non possa essere mosso dalle migliori intenzioni, essere convinto di poter davvero migliorare la vita dei membri di quella società.
D’altronde, ogni sfera sociale, dalla famiglia alla nazione, ha bisogno di regole, appunto di parole, per funzionare, per permettere a tutti di convivere in modo civile rispettando la Regola Aurea che impone agli altri di non fare agli altri ciò che non si vuole sia fatto a se stessi, ossia che permette di essere liberi di soddisfare i propri egoismi senza violare la libertà altrui di fare altrettanto.
Fino a che rimaniamo nell’ambito della Regola Aurea è la stessa ragione a imporci dei limiti al nostro egocentrismo per evitare di far danni al prossimo, perché comprendiamo naturalmente l’importanza dell’egoismo sociale, per cui l’utilità di una società risiede proprio nel permettere ai suoi membri di investire un proprio interesse attuale per ottenere un soddisfacimento futuro dei propri egoismi migliore e che non potremmo mai ottenere da soli al di fuori di una sfera sociale in cui ciascuno si suddivide i compiti, collabora e scambia con gli altri il prodotto del proprio lavoro.
Fino a che rispettiamo il principio base dell’egoismo sociale, secondo cui una società per dirsi positiva deve garantire a tutti i suoi membri un appagamento degli egoismi superiore a quello che avrebbe ottenuto impiegando le proprie risorse per se stesso, ognuno è in grado di comprendere razionalmente e naturalmente l’importanza del rispetto delle regole che discendono direttamente dalla Regola Aurea e necessarie a far funzionare quella società.
I problemi nascono quando il principio base non è rispettato a causa degli uomini al potere e si ha o uno sfruttamento ingiustificato delle risorse altrui oppure la società è in perdita e non ha nessuna ragione di esistere, sarebbe meglio scioglierla.
Ebbene, sarebbe naturale che i membri di quella società reagissero al sopruso, ma è qui che entrano in gioco i memi malefici di chi, con le parole, tenta di convincere gli esseri umani che devono smettere di pensare al proprio benessere in vista un bene supremo, sempre di difficile realizzazione se non utopico, imponendo regole che contrastano proprio con la Regola Aurea.
Per lo più le favole per adulti raccontano di un paradiso, in terra o in cielo, in cui tutti sono felici, uguali, ottengono senza far nulla il soddisfacimento di ogni desiderio, a patto che ovviamente si sottomettano ad un’entità superiore – che sia un Dio, un partito, un sovrano o un’oligarchia illuminata – ed eseguano fedelmente ciò che gli impone. Ed ecco che la schiavitù del potere è servita.
Perché, guarda caso, tutte queste false ideologie si scontrano con un dettaglio per lo più trascurato: la scarsità di risorse che rende assolutamente impossibile che tutti abbiano tutto ciò che desiderano senza lavorare per ottenerlo in una incessante lotta per la selezione sia mentale che naturale, ossia per garantirci il maggior soddisfacimento possibile di ogni nostro egoismo in una naturale competizione con chiunque altro desideri fare altrettanto.
E per un motivo altrettanto semplice, anche questo volutamente ignorato da chi ci propugna certe favole: non siamo affatto tutti uguali, abbiamo gusti, desideri, ambizioni, indoli, caratteri del tutto diversi e nessuno ci può imporre cosa desiderare né impedirci di fare tutto quanto possibile per ottenerlo.
Ovvio che la libertà allora sia un tutt’uno con il merito, perché dove c’è una competizione è inevitabile che ci sia chi fa meglio ed ottiene di più. Ma è grazie a questo naturale agonismo che una società libera prospera, perché chi non ha vinto oggi si darà da fare di più domani per raggiungere il suo obiettivo, o magari lo cambierà scoprendosi più portato per altro e trovando così il modo di soddisfare i suoi desideri.
E’ proprio sulla pigrizia e sull’invidia sociale che fanno presa le idee utopiche, accusando i più meritevoli di sottrarre risorse alla presunta comunità ed inculcando in tutti gli altri la malefica idea di aver solo il diritto di ottenere tutto ciò che si vuole, senza avere l’onere di lavorare per procurarselo ed il dovere di farlo nel rispetto delle regole del gioco.
Grazie a questa vera e propria truffa, le utopie permettono così facilmente all’entità superiore di acquisire il potere sui sudditi, convincendoli ad entrare in un meccanismo perverso in cui sono gli stessi uomini al potere a decidere ed imporre come e cosa fare per il bene supremo, per raggiungere questo paradiso di felicità, ovviamente mai avveratosi nella storia dell’umanità, con un metodo diabolico: denigrare il desiderio in sé, far credere ai truffati che l’egoismo sia un male da combattere, che perseguire liberamente ed autonomamente i propri interessi sia la causa di tutti i problemi del mondo.
Ecco che solo alcuni bisogni sono permessi, quelli essenziali a quel minimo di sopravvivenza necessaria a lavorare per gli uomini al potere, mentre altri sono da aborrire, quelli che possono soddisfare solo di nascosto gli stessi illuminati uomini al potere senza esserne corrotti, grazie a tutto il surplus di risorse sottratte al lavoro dei sudditi.
Questa è l’unica via, infatti, senza usare la violenza, ma solo le parole, che ci rende marionette che si accontentano delle briciole che ci passa chi sta al potere facendoci lavorare come schiavi al suo servizio, castrando ogni nostro gusto, ogni velleità di affrancarci da un destino già segnato per noi, e talmente fessi da ringraziare pure perché convinti dagli imbonitori di turno.
Ed è qui che entra in gioco la lotta al dissenso. Più le ideologie violano il principio base dell’egoismo sociale più saranno spietate nei confronti dei dissidenti che non si conformano dimostrando che il re è nudo.
Non è un caso, quindi, che le società più liberali siano anche le più tolleranti nei confronti di chi la pensa diversamente da chi sta al centro comandi della sfera sociale. E’ proprio chi rispetta ed ha connaturata in sé la Regola Aurea che non si azzarda ad impedire ad altri di pensare ed agire come meglio crede per soddisfare i propri desideri, perché non vorrebbe mai che qualcuno si comportasse diversamente nei suoi confronti limitandone la libertà.
Quando invece è proprio la libertà il nemico di quelle ideologie utopiche, il dissenso è l’espressione di quella stessa libertà che quel regime vuole a tutti i costi limitare per consentire agli uomini al potere di mantenere in schiavitù i propri sudditi.
Non si può permettere che ragionino, che comprendano di essere stati imbrogliati, che capiscano che l’unico paradiso possibile è quello in cui ognuno è libero di far ciò che preferisce per soddisfare qualsiasi suo desiderio senza limitare la pari libertà altrui, che quelle favole sono irrealizzabili e comunque stanno impedendo ai sudditi di avere sogni e desideri propri, imponendoglieli dall’alto a solo ed esclusivo vantaggio di chi li sta sfruttando.
Diffidare, diffidare sempre di chi non ti permette di dissentire, perché non c’è dimostrazione più palese dell’erroneità di certe ideologie. Chi impedisce il dissenso è sempre un uomo che ha paura della forza più potente che esista al mondo: la libertà.
Nel corso dei millenni abbiamo assistito alle forme più cruente di repressione violenta del dissenso, che purtroppo ancora permangono nelle società, soprattutto religiose, rimaste ad uno sviluppo medievale del pensiero.
Condannarle è facile, anche se ancora in troppi non comprendono che il problema non sono affatto le repressioni del dissenso, ma le stesse idee utopiche malefiche che le giustificano e che possono essere sconfitte solo dimostrandone l’erroneità di base, anziché nascondersi dietro un ipocrita tollerante e suicida multiculturalismo.
Solo una radicata idea della libertà può davvero permettere di esprimere quel dissenso che smonta ogni utopia che contrasta la Regola Aurea, ma il problema è che i malefici utopisti sono tutti nemici della libertà ed inevitabilmente alleati tra loro, pur se apparentemente su posizioni tanto distanti.
Religioni che si giustificano a vicenda perché nessuna può rinunciare all’idea stessa di insegnare a vivere ai propri adepti. Socialismi, ambientalismi, comunismi, anticapitalismi, terzomondismi, multiculturalismi e utopismi vari che si spalleggiano a vicenda nel predicare un unico credo: fate quello che vi diciamo noi per essere felici, non siate liberi perché altrimenti perderemmo il potere su di voi.
Le armi della disinformazione contro i dissidenti poi sono affinate e sempre le stesse, procedono per gradi per reprimere ogni possibilità di replica che rischierebbe di svelare la loro truffa.
La lotta per la selezione mentale, infatti, si è sempre giocata più sulla disinformazione che sull’informazione. Quando, però, la competizione è falsata da arbitri che impediscono ad un concorrente di gareggiare, non è affatto detto che vincano i migliori, ma solo i più prepotenti, coloro che con la forza o l’astuzia hanno saputo orientare l’opinione comune a proprio favore. Il vero diritto è semmai, allora, a non essere disinformati.
Se ci fate caso, chi è davvero convinto del proprio pensiero tenderà ad usare tutte le tecniche leali di discussione, a spiegare le proprie ragioni, confutando le opinioni contrarie con la logica, con argomenti comunque in tema.
Al contrario, chi teme la competizione, forse consapevole della debolezza del suo pensiero, userà le armi della disinformazione di massa. Basta osservare un qualsiasi dibattito politico per rendersene conto.
Le tecniche sono sempre quelle:
1) ignorare l’idea, far finta che non sia mai stata espressa, occupare tutti i media per impedire che sia divulgata;
2) se non passa inosservata, sminuirla e criticarla con falsità o ingigantire problemi irrilevanti che potrebbe portare;
3) se non c’è scampo, perché è troppo buona e riesce comunque a passare la ghigliottina dei media di parte, creare dei diversivi e sviare l’attenzione su argomenti totalmente fuori tema;
4) se non basta ancora, l’arma finale è attaccare il nemico sul piano personale e morale.
Ed ecco che sono proprio i difensori dell’idea iniziale i primi a cascare nella trappola, a dimenticarsi il tema principale e finire per difendersi dalle ingiuste accuse. Ora, in tutto questo, l’idea iniziale è stata anche solo presa in considerazione? Se ne sono analizzati i pro e i contro? Si è permesso ai diretti interessati di capire cosa porti davvero? Si è discusso di possibili modifiche per migliorarla? Ovviamente no. Si litiga, ci si insulta, ci si accusa delle peggiori nefandezze, ma il pubblico ha perso di vista l’idea e si limita ad un tifo da stadio, che è controproducente prima di tutto per i cittadini, perché non riescono davvero a capire, ad informarsi, a decidere da soli se una certa idea sia buona o no. Ma è proprio questo che vogliono, perché, alle elezioni successive, partigiani inebetiti non siano davvero in grado di scegliere sulla base di idee, di programmi, di iniziative, ma sulla sola base della simpatia o antipatia del candidato di turno. E questa me la chiamano democrazia? Me lo spacciano per diritto all’informazione?
È comprendendo le tecniche di disinformazione che ci possiamo rendere conto come la lotta per la selezione mentale ne possa risultare falsata, non a vantaggio delle idee più valide, ma di chi combatte slealmente. Per questo ritengo più importante imparare ad essere critici e diffidenti nei confronti di chiunque tenti con l’inganno di fuorviare le nostre opinioni, impedendoci di giudicare l’effettivo valore di un’idea. È solo liberandoci dalla chimera dell’imparzialità, imparando a riconoscere le tecniche di disinformazione che possiamo sperare di acquisire la libertà di farci un’opinione che sia davvero nostra.
La satira merita un discorso a parte perché ancora una volta dimostra quanto una mente libera ed intelligente possa trovare sempre un modo geniale per sciogliersi dalle catene in cui cercano di imbrigliarla.
Il dissenso puro è serio, argomentato, ma può essere molto rischioso quando si è sotto un regime utopico, è punito, è limitato, causa violenza, impone la clandestinità. Sfuggire alle maglie strette delle tecniche di disinformazione quando i media sono controllati non è semplice e non si riesce a raggiungere davvero un vasto pubblico.
E cosa ti inventa la mente umana per dissentire sfuggendo a queste limitazioni? Stavo scherzando, non ero serio, è solo ironia. Castigat ridendo mores. Geniale.
La satira svicola così, tra una battuta e uno sberleffo, tra i paletti dell’informazione di regime e ne mette a nudo le incongruenze, le ipocrisie, le assurdità, svelando così l’insopprimibile anelito di libertà dell’essere umano.
Non a caso, più una ideologia è utopica, assurda, contrastante la Regola Aurea e castrante la libertà umana, più sarà intollerante nei confronti di ogni forma di dissenso, persino satirico, e la strage di Charlie Hebdo ne è solo l’ultimo esempio.
Diffidare, diffidare sempre di chi non tollera l’ironia, per quanto possa essere feroce, perché significa che il suo pensiero è debole, che non ha altri argomenti per replicare al dissenso, che basa il suo proselitismo sulla fede cieca dei suoi adepti. E diffidare ancor di più di loro, di quelli che accorrono a frotte per difendere il guru, il santone, l’idolo, un qualsiasi incantatore di serpenti che abbia dato loro una ragione di vita, incapaci di trovarla in se stessi, perché sono i primi soldati di un regime che ha fatto credere loro di poter vivere da parassiti alle spalle di chi vuole solo essere libero di essere egoista e felice.
Il senso dell’umorismo è, infatti, direttamente proporzionale alla libertà di una mente.

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