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Lo ammetto subito: io sono contro i tatuaggi. O meglio contro questa moda assurda che impone di  disegnare o scrivere qualcosa di immortale sulla propria pelle con il risultato che spesso, per la posizione scelta, si infligge un obbrobrio al resto del mondo. Obbrobrio che col passare degli anni diventa qualcosa di inguardabile. Questa mania, che una volta era per pochi baldi giovani e muscolosi, ha fatto scuola,  rendendo per esempio le nostre spiagge d’estate un museo del ridicolo. Ma come dicevo questo è assolutamente un giudizio personale. Meno personale (come giudizio) è quello che è stato tirato fuori nelle ultime ore riguardo l’Apple Watch: ovvero il presunto scandalo sul fatto che il nuovo gadget di Cupertino non funziona su un polso tatuato. Presunto non tanto il fatto in sè, visto che Apple si è affrettata a confermare che «permanenti o temporanee modifiche della vostra pelle, come alcuni tatuaggi, sono in grado di influire sulle prestazioni del sensore della frequenza cardiaca. L’inchiostro di alcuni tatuaggi può bloccare la luce dal sensore, il che rende difficile ottenere letture affidabili». Ma presunto il fatto che sia uno scandalo (che fa un po’ il paio tra l’alto di quello sull’iPhone6 difettoso perché si piegava o pericoloso perché strappava i peli della barba. Come se un qualsiasi telefono fosse fatto per essere messo in una pressa o per farne un rasoio Gilette). In pratica: è assolutamente tutto vero, se c’è un tatuaggio sul polso l’Apple Watch può non funzionare. Il problema però è il tatuaggio e non l’orologio. Che funziona benissimo (davvero).