wwdc15_appleQuando nel 2003 Steve Jobs annunciò l’arrivo di iTunes, la maggior parte del mondo pensò: «Ma che serve? Esiste già Napster…». Dodici anni dopo sappiamo com’è finita l’una e dov’è finita Apple e la storia adesso rischia di ripetersi dopo che ieri Tim Cook ha annunciato l’arrivo del nuovo servizio musicale in streaming di Cupertino. L’operazione Apple Music – perché così alla fine si chiama –  in abbonamento (a 9,99 euro al mese, 14,99 se ci si mette insieme in sei della stessa famiglia) parte da lontano, ovvero da quando Cook ha messo le mani su quell’azienda venuta dal nulla e diventata famosa per le sue cuffie colorate e alla moda: si tratta di Beast, i cui modelli vedete spesso alle orecchie dei vip e che è stata fondata dal rapper Dr. Dre nel 2007 con l’aiuto di un’imprenditore illuminato, Jimmy Iovine. E il fatto è questo: non è che le cuffie di Beast siano proprio le migliori al mondo, ma sono comunque diventate le più cool. E qui insomma la storia si ripete. Così un anno fa Cook si è preso Iovine alla Apple – con un incarico rimasto segreto – e la sua azienda per 3 milioni di dollari. Il tutto appunto per cominciare a studiare il negozio virtuale di musica che ieri è diventato realtà. La notizia era già da tempo nell’aria ed è stata pure anticipata domenica dal Ceo di Sony Music Doug Morris che si è lasciato scappare il segreto. Però comunque, con l’effetto scenico che Apple sa sempre mettere nei suoi show di presentazione, il tutto è stato salutato come un evento sia dal mondo della musica che da quelli dei nerd.  Tim nel keynote che ha lanciato l’annuale conferenza degli sviluppatori della Mela ha snocciolato i soliti e meritati record dell’azienda e primato, anche troppo, è diventata la lunghezza di queste presentazioni in cui si alternano sul palco a volte troppi manager voluti da Cook ai comandi. E quindi, alla fine di tutto ciò, resta la domanda di allora (e di oggi): ma a che serve? Esistono in fondo già Spotify (una corazzata), Deezer, Amazon Music, tanto per citarne alcuni, eppure sempre secondo il boss di Sony Music, «sta per cominciare una nuova era». Sarà perché intanto Sony, così come Warner e Universal Music – altri soci del nuovo business -, mettono le mani sul database di 800 milioni di carte di credito degli utenti Apple, praticamente tutti noi. E poi perché comunque, se l’azienda che ha lanciato in grande il negozio di musica online si butta nel mercato dello streaming, finisce l’epoca della musica da possedere, da vivere come una cosa propria. E non è una contraddizione infatti che sia rinato il mercato dei dischi in vinile, fenomeno che si lega molto al vintage e al design e nel quale le canzoni passano quasi in secondo piano. Apple Music ci darà tutto quello che vogliamo, milioni di file da ascoltare a qualsiasi ora e in qualsiasi posto (a patto di essere connessi, ma è possibile salvarli per ascoltarli offline), ma nessuna di quelle tracce musicali sarà mai nostra: ne pagheremo solo l’affitto. E ci personalizzeremo ancor di più l’esistenza. E’ quello che in fondo è  già successo con computer, tablet, smartphone e ora smartwatch, con Apple Watch (in arrivo il 26 anche in Italia). Ed è quello sui cui Cupertino continua a spingere, addirittura cambiando anche un po’ anima: ieri sono stati presentati i nuovi sistemi operativi (El Capitain per i Mac, iOs9 per iPhone e iPad, il nuovissimo Watch iOs per l’orologio)  e lanciato Apple Pay anche in Gran Bretagna, ma le vere notizie – oltre a un Siri sempre più intelligente, a tante belle feature che semplificheranno ancor di più il nostro lavoro e al servizio News (ne parleremo) che cambierà il mondo dell’editoria – mi sembrano alla fine tre: la prima è che il linguaggio con cui Apple lavora alle sue applicazioni diventa Open Source (sempre, per carità, nella massima sicurezza), la seconda è che Apple Music – oltre a dare musica in quantità – suggerirà playlist non solo affidandosi ad un algoritmo ma anche al lavoro umano  e la terza è che il servizio arriverà anche per Android. Ed è la prima volta che il mondo delle app fa la strada inversa. Insomma: davvero è cominciata una nuova era e Apple non è più la stessa di prima. Forse per questo alla concorrenza fa ancora più paura.

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