alphabet-logo-970-80La domanda che molti si sono fatti è: perché? Perché smontare un giocattolo geniale come Google rimontandolo in una scatola più grossa e con un altro nome? Perché far nascere Alphabet e far diventare Big G un po’ più piccola, all’interno di una casa che non sarà più la stessa? Perché?

Era dunque lunedì sera, ora di New York, a Borsa chiusa, quando è arrivata l’ultima scoperta di Larry Page e Sergey Brin e il colpo è stato ad effetto: Larry, Sergey e il loro Ceo (in soldoni l’amministratore delegato) Eric Schmidt si trasferiscono armi bagagli in Alphabet, chiamata così «perché l’invenzione dell’alfabeto è la più geniale della storia dell’uomo», ma anche perché «Alpha» è una rendita finanziara e «bet» una scommessa. E Google non più big viene affidata a Sundar Pichai, un indiano d’America nel senso più tecnologico del termine, ovvero che viene proprio dall’India come il capo della rivale Microsoft Satya Nadella. Anche questo segno dei tempi.

Bum, insomma, cambia tutto. E la Borsa tra l’altro ha risposto con un «wow, grande», ovvero un +7% per un titolo trasformato alla pari: un Alphabet vale un Google. Sarà un successo quindi. Però la domanda resta: perché? La risposta arriva da lontano, forse ancora più lontano da quel giorno del 1998, era il 4 settembre, quando due studenti di Stanford registrarono la loro grande idea, quella che prende tutto quanto gira in internet, lo analizza matematicamente e lo indicizza per avere più visibilità. Allora il mondo si chiedeva cosa fosse mai ’sta roba, oggi invece paga fior di pubblicità per esserci e se adesso Google è arrivato a fatturare 66 miliardi di dollari si può dire che l’idea non fosse proprio malvagia. Nel frattempo però il motore di ricerca è diventato grande: ha acquisito società esterne tipo YouTube – già quella che ha cambiato il mondo di video e tv -, ha inventato un sistema operativo come Android – già, quello che ha cannibalizzato il mercato -, ha portato avanti l’idea dei due fondatori che non esiste nulla di impossibile. Anzi, che «l’impossibile può diventare possibile». E così ecco lo studio su come debellare l’Alzheimer e su come inventare lenti a contatto che leggano le lacrime per prevenire complicazioni ai diabetici; l’idea di lanciare palloni aerostatici in Africa per portare internet in tutto il continente; il progetto dell’auto senza conducente che è ormai alla dirittura finale, quasi realtà. L’impossibile, in pratica, diventato ramo d’affari e quindi troppo grande anche per Big G.

Ecco allora – prima risposta, la più istintiva – perché Alphabet: per conquistare il mondo con le idee ci vuole ordine, un nuovo ordine mondiale fatto di una holding e di un conglomerato, una struttura che comanderà il nostro futuro. Alphabet sopra tutto e Google appunto sotto, la capostipite a cui resta il cuore del business (internet, Android, Maps, Chrome, la pubblicità, YouTube) ma con a fianco nuove società e nuovi Ceo, nuovi rami dell’albero come Calico (che studia come allungare la vita), Nest (smart home), Fiber (sviluppo fibra ad altissima velocità), Google X (l’auto intelligente ma anche altre future meraviglie). E poi Google Ventures e Google Capital – gli strumenti finanziari – perché per dominare il mondo non si può partire a tasche vuote, almeno non più.

E qui appunto sta probabilmente il lato B della vicenda, se è vero che Larry Page ha dichiarato che per la sua nuova creatura si è ispirato agli schemi di Warren Buffett, ovvero ad uno dei miti (per lui) del tanto caro vecchio capitalismo americano. E quindi: la società più innovativa al mondo che si piega a quanto «già visto negli Anni Sessanta», come ha subito scritto Peter Cohan su Forbes per dire che questa volta Page e Brin non hanno proprio inventato nulla. «Altro che Warren Buffett: lui sapeva calcolare il vero valore di una società e quello che gli avrebbe dato il mercato. Nel caso della tecnologia chi può fare previsioni?». Nessuno, appunto, ma è qui che Forbes forse sbaglia, ed è proprio questo su cui contano Page, Brin e Schmidt: uscire dagli schemi del passato copiandone uno, trasformare l’impossibilità come regola di business per dare la risposta finale a tutte le domande. Perché alla fine ecco infatti la risposta: Alphabet è la vittoria del capitalismo che cambierà il mondo con la tecnologia. Noi probabilmente vivremo meglio, loro sicuramente faranno un sacco di soldi.

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