iwatani 1Iwatanisan ad un certo punto si trova circondato: forse non gli avevano spiegato alla perfezione – e stiamo parlando di perfezione giapponese – cos’è diventata la Games Week a Milano: la fiera più importante della città che quest’anno ha registrato 120mila presenze in tre giorni, un record. E soprattutto non si aspettava che 35 anni dopo il suo PacMan fosse ancora il videogame più famoso del mondo. E che in un giorno qualunque, lontano migliaia di chilometri da casa, altrettanti migliaia di giovani  – che quando quel videogioco fu inventato non erano ancora nati -, lo assalissero alla ricerca assatanata di un autografo. Brandendo magliette, gadget  e disegni preparati per l’occasione. Così Toru Iwatani, il professore di Tokio che ha segnato un’era, prima di parlare ha bisogno di riprendersi un attimo. Per un giapponese essere a Milano è già un po’ complicato, per un professore in mezzo a tanto entusiasmo la cosa diventa un filo imbarazzante. Ma Iwatani è anche una persona molto gentile e dunque basta poco:  riacquista in breve il suo aplomb ed è pronto a rispondere. Prima che la folla di cui sopra acceda alla sua conferenza.

Professore, dopo tanti anni è la sua prima volta a Milano.
“E’ vero, in Italia ero venuto tantissima anni fa in vacanza. Ma quello che ho trovato qui davvero mi ha sorpreso. Non posso credere di essere così conosciuto”.

Sarà perché in PacMan c’è un po’ del nostro Paese.
“Certo: senza l’Italia PacMan non mi sarebbe mai venuto in mente. L’idea mi è venuta guardando la pizza dopo che avevo mangiato la prima fetta”.

Sembra incredibile.
“E’ stata un’intuizione. Cercavo qualcosa che cambiasse l’immagine che i videogame avevano all’epoca. Erano considerate cose da maschi, per di più magari anche un po’ sporchi e disordinati. Un po’ troppo dark, per i miei gusti…”.

Così ecco il personaggio a caccia di fantasmini. Curiosità: perché si chiama così?
“In giapponese c’è un’espressione legata al cibo: Paku Paku. Suonava bene, tranne che in America, dove volevano chiamarlo Puckman. Solo che poi finiva che lo pronunciavano come se l’iniziale fosse una F. E sa com’è…”

Perché secondo lei è diventato un successo così mondiale?
“Perché era un gioco semplice. Per di più pulito e adatto a tutti. Sa qual è il vero segreto?”.

Ce lo sveli…
“PacMan piace alle donne. Dico davvero. Grazie a lui il mondo dei videogiochi ha perso la connotazione maschilista. Un sacco di coppie ha cominciato a giocarci”.

Perché PacMan è giallo?
“Anche qui la scelta non è casuale: il giallo è un colore neutro, non è né maschio, né femmina. Ed è un colore che dà pace”.

E perché 35 anni dopo è ancora qui?
“Ah questo veramente non lo so. Forse perché è un po’ come i Beatles…”.

Intende?
“Intendo che se uno ascolta qualche nota di Yesterday si rilassa immediatamente e pensa solo a cose belle. La musichetta di PacMan fa lo stesso effetto”.

Nel frattempo i videogame moderni si sono evoluti. Sono quasi reali.
“Questo proprio non me lo sarei mei aspettato, davvero”.

Le piacciono?
“Qualcuno sì. Ci gioco anch’io”.

Cosa pensa di quelli di guerra?
“Ah, quelli proprio non mi vanno a genio. Non sono affatto d’accordo. I videogame devono rendere felici le persone, non spargere sangue in giro. Devono essere come PacMan”.

E quindi qual è il suo preferito? PacMan a parte, s’intende.
“Mi diverte molto Super Mario Bros”.

E a quali sta lavorando adesso?
“Sono coinvolto in un progetto con l’università di Tokio, dove insegno cultura del videogame. Uno di questi prevede l’uso del corpo grazie ad dei sensori avanzati. Si può giocare a PacMan anche danzando”.

E gli altri due?
“Io credo che i videogame possano e debbano fare del bene: sto studiando giochi che aiutino l’umanità. Che possano essere usati anche in caso di riabilitazione motoria o nel campo dell’educazione”.

Ultima cosa: cos’è per lei, oggi, PacMan?
“Guardi, a casa mia ci sono mia moglie, i miei figli e lui. PacMan ormai è uno di famiglia”.

 

 

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