LovBy (3)Sono stato nella sede di LovBy e quando capita un’occasione del genere, ti sorprendi di quanto il mondo corre veloce. LovBy è una piattaforma – nata in Italia su idea di Fabrizio Rametto (un vero e proprio imprenditore dell’era moderna) con Groupalia e Advice Group – che si sta espandendo rapidamente all’estero e il cui successo è nient’altro che la forma moderna del vecchio e caro passaparola. Via social network, ovviamente. In pratica: il concetto è che ognuno di noi è un possibile testimonial dei brand che più amiamo e questo può essere sfruttato commercialmente con il giusto ritorno per i “Brand Lover”. Sempre noi, appunto. LovBy (https://lovby.com/land/std/) ha insomma applicato in maniera innovativa un concetto semplicissimo: è una piattaforma di influence marketing che porta avanti l’idea che online non si acquista più il prodotto meglio pubblicizzato ma quello che ha ricevuto il maggior numero di valutazioni positive da parte degli utenti.

Il risultato è una connessione tra le aziende e, si diceva, i Brand Lover, che sono persone comuni, clienti o affezionati del marchio, che nel quotidiano possono influenzare le scelte dei loro amici, colleghi, conoscenti, e che vengono ingaggiati dalle aziende, attraverso la piattaforma, diventando così ambasciatori del loro brand. Perché questo accada basta l’iscrizione nella piattaforma e con un semplice test si verrà classificati con uno score di influenza diverso in funzione della propria attività social. Un algoritmo proprietario esamina i profili dell’utente (Facebook, Instagram, Google +, Twitter e altri) misurando amici, contatti, follower, like, condivisioni, visualizzazioni, la frequenza di utilizzo e l’interazione che è in grado di generare all’interno di più network. Il social rank valuta non solo quanto si raggiunge ma anche la propria risonanza, e in base al risultato si viene classificati “Top”, “Master”, “Senior” e “Start”.

A quel punto l’azienda interessata al nostro profilo crea e propone un LOVBY, ossia una missione che desidera far compiere al Brand Lover, che può essere social (su Facebook, Twitter, YouTube etc.) – cioè dalla condivisione di un post alla partecipazione a un evento – e non social, ovvero dalla prova di un prodotto a un acquisto a condizioni privilegiate. E stabilisce anche quanto remunerare l’attività per ogni LOVBY eseguito e andato a buon fine. Il Brand Lover, a sua volta, sceglie a quali LOVBY aderire in base al livello di gradimento del brand o a quanto è coinvolto in quella missione; a ciascun LOVBY corrispondono dei Lovies, ovvero dei punti che l’utente guadagna per ogni missione sviluppata e che può convertire in moltissimi premi, riscattabili in ogni istante nella “Boutique Premi” sulla piattaforma. Insomma, aldilà dei termini americaneggianti, il tutto è semplicissimo, con la postilla che l’azienda paga solo l’azione diretta e non quella virale scatenata dalla missione. Del budget definito dall’azienda, LovBy deciderà di convertirne una parte in Lovies e la restante corrisponderà al proprio margine di profitto, che aumenterà o diminuirà in base al livello di successo della missione.

Così, tornando all’inizio, negli uffici di LovBy lavorano all’impazzata – oltre all’incontenibile Rametto – molti ragazzi e ragazze per catalogare, classificare, indirizzare utenti e azienda. Il mercato è l’utente medio di Internet, il motore è la piccola vanità di essere considerati  quasi una “celebrità”. Il risultato è alla fine la formula “Share What You Love” che – tramite recensioni positive, azioni dirette, valutazioni sul campo – generano business. E amore, appunto, per i brand. Un amore nato in Italia, e questo è il bello.

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