galaxy-note7-11-620x372Siamo nel futuro, a volte un po’ oltre. Questo per dire che la corsa tecnologica del nuovo millennio sta accelerando in maniera forse ora un po’ scomposta, anche se il progresso ha dei tempi che è difficile tenere a freno. Sto parlando ovviamente del caso Note 7 di Samsung, lo smartphone evoluto (e quanto evoluto!) ritirato dalla produzione – forse per ora, forse chissà – per il famoso difetto delle batterie che esplodono. Ecco: in questo caso la ricerca è andata troppo oltre in questa continua gara a presentare di sei mesi in sei mesi prodotti sempre più belli, sempre più sottili, sempre più performanti. Oltre però non vuol dire che non si possa porre rimedio.

In pratica: la questione Note 7 si presta ad alcune considerazioni. La prima è che Samsung ha subito un duro colpo ma comunque ha agito da azienda credibile, finendo per pensare ai consumatori prima che al business. Perché comunque le aziende della tecnologia, lo ricordo, non sono delle Onlus: producono per vendere. E in altri casi si sarebbe sopperito alle decine di malfunzionamenti – che a fronte di milioni di pezzi venduti sono una percentuale piccola – con dei palliativi. Samsung alla fine ha ammesso la colpa e ha deciso di bloccare tutto proponendo a chi ha comprato un Note 7 il cambio con un S6 o S6 Edge o financo il rimborso totale più 25 euro di bonus. Dunque la regola è “ho sbagliato e pago”: non in molti si sarebbero comportati così. Anche se una critica da fare è il ritardo con cui la sede centrale coreana ha finalmente preso una posizione ufficiale sul caso.

Un’altra considerazione è che il caso Note 7 ha scatenato l’ormai inevitabile battaglia verbale tra gli ultrà della tecnologia. Sembra di stare allo stadio: ormai è un fiorire di Applesiani contro Samsunghini, di Ellegiesi con Huawaioti, di Googleanti contro il resto del Mondo. Tornei di andata e ritorno a suon di insulti nei quali alla fine non vince nessuno, se non la stupidità. Prendiamo atto che un device gioiello che costa quel che costa ha avuto un problema: forse è stato commercializzato troppo presto o forse il problema era imprevedibile e servirà per il futuro. Può succedere a tutti prima o poi ed è dai fallimenti che si impara a ripartire: c’è perfino un’università in Austria che studia la floppologia come materia. Samsung dunque ripartirà. Anzi è già ripartita.

Infine: probabilmente è arrivato il momento di mettere un piccolo freno. Le casseforti delle aziende hitech sono ripiene come non mai, anche in un anno in cui qualcuno ha segnato un normale momento di ripiegamento. I device sono un sogno da vendere, ma stanno diventano difficili da migliorare in tempi così ristretti. E d’altro canto i servizi stanno diventando forse ancora più importanti e sono quelli che ci faranno vivere meglio. Apple lo ha capito da un po’, così come Samsung che abbina la produzione a iniziative sociali e di utilizzo intelligente della tecnologia. Ritornare ad un ciclo più lungo di cambio prodotto potrebbe essere una soluzione. Perché spesso alle conferenze stampa del settore annunciate con tanto di fanfare ti chiedi dove sia la novità. E perché correre fa fare sicuramente affari, ma inciampare per la fretta può avere effetti devastanti.

Tag: , , , ,