IMG_2958Domani con il Giornale è in uscita il libretto “Il lavoro è agile, noi molto meno” dedicato allo smart working (2,50 euro più il prezzo del quotidiano). Vi anticipo l’introduzione.

Anni fa venne chiesto un certo numero di lavoratori dipendenti cosa pensassero del loro capo. Un disastro: tre su quattro arrivavano a detestarlo. E in realtà la cosa peggiore è che la domanda era stata posta di dieci anni in dieci anni: il famoso psicologo americano Robert Hogan – specialista e inventore di innovativi test della personalità – decade dopo decade cambiava persone e metodi ottenendo sempre lo stesso risultato. Dagli Anni ’50 fino al Duemila. E tutto ciò contribuiva a confermare la sua tesi: gli esseri umani vivono sempre in gruppi e tutti i gruppi mostrano sempre gerarchie di stato. Questo comporta che le persone sono motivate a raggiungere altri membri del gruppo, ma soprattutto a cercare di superarli. Per questo il capo non ha sempre ragione, anzi tre volte su quattro ha appunto torto. Perché chi è sopra di te, ha qualcosa più di te. E soprattutto sa di averlo e lo usa.

Per questo, partendo da quanto sopra, l’esperto di dinamiche aziendali Bernard Marr stilò 10 profili del capo cattivo visto dai suoi dipendenti: 1) l’egoriferito, ovvero un capo arrogante e bisognoso  di incrementare il proprio ego; 2) il codardo, che non assume nessuna responsabilità e spesso si nasconde dietro al lavoro dei  collaboratori; 3) il micro-manager, quello che si fida di nessuno e impone il suo modo di fare; 4) l’incapace, promosso oltre le proprie capacità e che sa come svolgere il lavoro e neppure come avere rispetto da chi è sotto di lui; 5) il super-amichevole, che finge di voler essere il migliore amico dei collaboratori; 6) il cattivo comunicatore, ovvero che non sa dare né strategie, né risposte; 7) il  plagiatore, che prende il merito per il lavoro o per le idee di altri e sbandiera il tutto come suo; 8) il negativo, quello per cui tutto è un problema; 9) l’egocentrico, colui che non si preoccupa delle persone che lavorano per lui e non è interessato ad aiutare nessuno se non solo se stesso (a far ulteriore carriera); 10) il criticone, e lo dice la parola stessa: chi lavora con lui sbaglia sempre qualcosa, ma da lui non arrivano mai soluzioni efficaci. A questo punto: vi ritrovate in uno di questi profili? Male, malissimo. Ma sappiate che una speranza c’è: si può diventare un capo buono. Basta cambiare (il) lavoro.

Esiste invece un’altra via, in pratica, e questo libretto vuole incoraggiarla. La vita di gruppo produce un cattivo lavoro? Basta eliminare il gruppo. O quantomeno lo schema per cui bisogna stare tutti nello stesso ambiente. Lo smart working in fondo è questo: ci si vede quando serve e si lavora per quello che si deve. E si produce. Perché se è vero – come dice Marr – che “i cattivi capi causano inutile stress sul posto di lavoro e sono una delle principali cause di riduzione della produttività e prestazioni”, un ottimo rapporto di lavoro può invece portare a risultati sorprendenti. E questo non vuol dire che si lavori di meno, anzi. Ma che di sicuro, per molti versi, si lavora meglio. La vita insomma non può essere scandita solo dalla catena cartellino-pausa caffè-mensa-aripausa caffè-aricartellino, con una fermata in bagno, a meno che il vostro capo non veda male pure quella. E neppure in numerosi tentativi quotidiani per lavorare il minimo, in attesa dello stipendio. La notizia è che oggi, Anno 2017, è possibile perfino lavorare da casa, magari ogni tanto, magari con scadenza regolare. Ma è possibile, senza cartellino e perfino senza orario: perché quel conta non è in quanto tempo si fanno le cose, ma come si fanno. C’è un modo di diventare capi giusti e dipendenti modello. Per avere aziende più sane. E, addirittura, felici.

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