Torno da Trento, dove ho partecipato a una seminario organizzato da Euricse, con una piccola freccia in più nella faretra. In una fase che vede l’Europa traballare e che vede l’Italia quasi al centro di tale crisi epocale, è urgente la necessità di trovare risorse istituzionali e culturali di ogni genere, anche superando vecchie incrostazioni. E se tutto crollerà (come è possibile), in qualche modo bisognerà ripartire e allora è importante fin da ora sapere su cosa si potrà contare e quali strada converrà percorrere.

Il dibattito trentino ha visto al centro della discussione un volume curato da due amici, Grazia Brunetta e Stefano Moroni (La città intraprendente. Comunità contrattuali e sussidiarietà orizzontale, edizioni Carocci), e ha obbligato a riflettere sulla loro proposta di una sempre più ampia liberazione dello spazio pubblico – in senso urbanistico, ma non solo – da tutta una serie di vincoli e regole imposti all’alto, i quali impediscono ai gruppi sociali di organizzare città, articolare forme associative, sviluppare strutture volte a produrre servizi solitamente forniti in forma monopolistica dallo Stato.

Non stupisce che le tesi implicitamente libertarie del volume abbiano suscitato più di una resistenza in taluni, ma è invece positivo che significativi punti di consonanza vi siano stati con quanti, nella discussione, hanno enfatizzato le potenzialità delle realtà imprenditoriali di carattere cooperativo.

È chiaro che nel corso del Novecento il mondo della cooperazione ha incluso realtà di vario genere: assumendo in qualche caso connotazioni ideologiche molto marcate. Ed è anche fuori discussione che, non diversamente dalle imprese di tipo ordinario, in questa fase della nostra storia le aziende cooperative abbiano sviluppato legami e intrecci con il potere pubblico: spesso ricevendo aiuti e privilegi.

Ma non c’è dubbio che quella struttura d’impresa – liberamente scelta e originalmente disegnata – può generare ricchezza, servizi, orizzonti di senso, spazi vitali e occasioni di crescita. Tutte cose di cui ogni società ha bisogno.

L’uscita dallo statalismo, sempre più urgente nell’ambito delle idee come in quello  della cultura, può avere luogo solo grazie alla più ampia collaborazione. Dobbiamo insomma rivitalizzare (e liberare dall’abbraccio con il potere pubblico) le società per azioni, le imprese individuali, le comunità, le associazioni, i gruppi religiosi e, perché no?, anche le aziende cooperative, in modo che sappiano interpretare al meglio quanto vi è di più vero e positivo nella loro tradizione.

L’intervento di Cesare Borzaga, presidente di Euricse, e quello di Paolo Tonelli, della Federazione delle Cooperative Trentine, sono stati in tal senso assai stimolanti: riconoscendo alle “comunità contrattuali” studiate da Brunetta e Morini un’importante funzione e accogliendo in qualche modo la sfida di una crescita degli spazi di iniziativa dal basso: nell’interesse  di tutti.

Quando un’interazione tra persone si sviluppa e la logica della cooperazione spontanea si afferma, lo Stato è costretto a
ritrarsi.

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