Forse il titolo è pessimista, nel momento in cui parla di un inverno prossimo venturo. Ma non credo.

Anche se l’anno che ci separa dalle elezioni potrà suscitare entusiasmi politici e perfino offrirci la possibilità di iniziare a uscire dagli equivoci dell’ultimo ventennio (durante il quale le forze liberali sono state tradite da politiche variamente tremontiane e le spinte sanamente centrifughe del Nord sono state “normalizzate” dai giochetti romani, a causa dell’inaffidabilità di chi ha creato e poi distrutto ogni ipotesi davvero federale), attrezziamoci ad affrontare tempi duri. La crisi è solo all’inizio, lo Stato è da anni impegnato a incrementare una pressione fiscale che sta distruggendo ancor più un’economia già in ginocchio, e tutto ciò produrrà – è facile prevederlo – tensioni sociali spaventose. In fondo, le stesse reazioni alla bomba di Brindisi, in qualche caso non prive di tratti paranoici, ci parlano di un Paese che si sente sull’orlo di nuovi anni Settanta ed è dominato dall’inquietudine.

Per giunta, non è difficile prevedere un aggravarsi della situazione economica e anche se “l’Italia non è la Grecia” – per richiamare il refrain più ricorrente – questo non significa che non possa precipitare in un cupo scontento che può avere esiti molto illiberali. La tassazione da rapina e il parassitismo istituzionalizzato vanno allungando la lista dei suicidi e l’elenco dei fallimenti, ma non abbiamo ancora visto tutto.

A commento del testo che una settimana fa ha aperto questo blog, nel sito Libertarian Nation è stato formulato l’invito a mettere in campo davvero una costituente libertaria, nello sforzo di aggregare quanti intendono difendere gli individui, le comunità, le imprese, le relazioni interpersonali e le libertà fondamentali di fronte allo tsunami in arrivo. Messaggi non dissimili si trovano un po’ ovunque, spaziando nella blogosfera, e qualche piccolo o grande appuntamento è già in agenda. Mi pare però che due considerazioni vadano fatte.

In primo luogo, non bisogna pensare che la politica in senso stretto sia l’unica strada percorribile, e neppure la fondamentale. Il fallimento degli ultimi vent’anni ci dice che è mancata soprattutto una società civile in grado di richiamare ai propri impegni quanti hanno chiesto e ottenuto il consenso elettorale usando slogan che hanno poi messo in un angolo. C’è allora bisogno di comitati di cittadini, associazioni, siti come Libertarian Nation, gruppi d’azione, comunità impegnate a costruire attività indipendenti, ecc.

In secondo luogo, e questa considerazione non è slegata dalla prima, bisogna uscire una volta per tutte dall’illusione (più o meno larvata) di costruire un nuovo soggetto politico nei suoi termini tradizionali. Il modello strutturato del vecchio Pci o della ancora più vecchia Spd tedesca, che per decenni è stato adottato da tutti i partiti italiani, è giunto al
capolinea. Sono certo un sicuro marchio di insuccesso i volti che hanno dominato la scena negli ultimi due decenni (il licenziamento senza indennizzo è appena iniziato e proseguirà a grande velocità), ma anche i modelli organizzativi e comunicativi che essi hanno adottato sono ormai del tutto esauriti.

È vero che c’è bisogno di un’iniziativa politica in senso stretto, la quale punti alle elezioni del 2013 e offra una speranza – quanto meno di “resistenza” – per quello che resterà in piedi della nostra società all’indomani della prossima scadenza politica. Ed è egualmente vero che questa svolta non potrà essere interpretata né dal vecchio “ripittato” (per ricordare un memorabile fondo di Indro Montanelli di tanti anni), né da una “falsa novità” proveniente dal sindacalismo confindustriale e dalla grande industria assistita. Dovrà essere qualcosa di autenticamente entusiasmante: qualcosa di veramente liberante e libertario, che metta ogni giorno sotto accusa le mille aggressioni perpetrate dallo Stato ladro ai danni dei ceti produttivi.

Ma al tempo stesso ognuno dovrà continuare a fare il proprio lavoro e dovrà soprattutto far crescere la consapevolezza che la natura violenta del Potere ci impone – in ogni momento, e di fronte a ogni questione – di adottare un atteggiamento vigilante. Iniziamo a collegarci e a confrontarci, valutiamo l’ipotesi di nuove avventure e di impegni di altra natura, ma non smettiamo quel prezioso lavoro di edificazione della civiltà che è meno apparente ma non meno significativo. È importante che, giorno dopo giorno, il numero di quanti non credono nello Stato cresca e, insieme a ciò, la consapevolezza del primato della società sulle istituzioni, della libertà sulla coercizione.

Tag: , , , ,