Ha debuttato solo da pochi giorni, in viale Monte Nero 37 a Milano, ma già è un piccolo caso. La presenza nel capoluogo lombardo del primo ufficio della “Nuova posta” (impresa privata sarda attiva nel settore dei recapiti che ha scelta la strategia di offrire servizi low cost) non poteva che suscitare curiosità e interesse. Il monopolio postale è uno dei monopoli più classici: un’attività che nacque privata, ovviamente (e per iniziativa della famiglia Thurn-und-Taxis), ma che fu poi statizzata al fine di avere un costante controllo – almeno potenziale – sulle arterie della comunicazioni di dati e informazioni.

Oggi in moltissimi Paesi, Stati Uniti inclusi, le poste sono pubbliche perché sono un concentrato di interessi difficile da sconfiggere. E quando il grande libertario dell’Ottocento Lysander Spooner tentò di entrare in quel mercato, ottenendo pure un notevole successo, la reazione del potere statale fu fortissima. Lo Stato è il monopolio per eccellenza, e si basa sul monopolio della violenza legale.

Per i libertari, ogni passo contro i monopoli legali e in favore di più libertà va salutato con un applauso: e quindi complimenti ad Elmas, la società che dall’isola due anni fa ha intrapreso questa battaglia per offrire servizi di recapito a prezzi più contenuti, lanciando un’impresa postale di mercato.

Ma il monopolio per eccellenza, come già si è detto, è quello della sovranità statale, e in questo senso vale davvero la pena di prestare attenzione a quanto succederà sabato e domenica prossimi (il 26 e il 27 maggio) a Jesolo, dove si terrà una riunione delle forze separatiste  e autonomiste delle varie aree che compongono il territorio della Repubblica italiana. L’iniziativa – promossa da “L’Indipendenza”, il giornale on-line di Gianluca Marchi e Leonardo Facco – è di provare a fare ragionare tutti assieme quanti oggi vogliono costruire percorsi che allarghino gli spazi di autogoverno, autonomia e autodeterminazione. “Unire i separatisti” può apparire un paradosso, ma in realtà c’è molta curiosità intorno a questa convention che vedrà affluire friulani e lombardi, tirolesi e siciliani, veneti e toscani, sardi e piemontesi, e via dicendo, tutti accomunati dalla volontà di avvicinare i governi ai singoli e alle loro famiglie, uscendo dalle trappole della nazione ottocentesca e della vecchia sovranità.

I mille problemi della Lega e le tensioni tra Bossi e Maroni hanno ovviamente aperto prospettive nuove alle molte sigle che sognano un Veneto sulle orme della Serenissima, un’Insubria indipendente (o in Svizzera), una Toscana quale federazione di città libere, ecc. Lo sfaldamento del sistema elettorale e il discredito dei vecchi partiti (del ceto politico ci ha condotto nel disastro attuale) potrebbero offrire qualche opportunità ai piccoli movimenti indipendentisti. Tanto più che l’idea di regionalizzare il debito circola con crescente insistenza: tra gli studiosi (si veda, qui, quanto scrive Lodovico Pizzati, specie nella parte finale dell’analisi) e tra qualche esponente della Confindustria (come il presidente degli imprenditori veneti, Andrea Tomat).

Quello che sembrava un’idea strana – nell’Italia della politica incartapecorita – può non esserlo più all’epoca di Beppe Grillo. Se qualcuno ha dato credito alle tesi davvero balzane del comico genovese, perché ritenere che non possa suscitare interesse e raccogliere consenso l’ipotesi di una Sardegna o di un Veneto indipendenti?

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