Non sappiamo come ci ritroveremo, tra qualche anno, quando la crisi finanziaria globale partita dagli Stati Uniti (figlia della politica monetaria keynesiana) e l’indebitamento degli Paesi occidentali avranno progressivamente eroso le basi dell’economia reale. La speranza è che il dinamismo dei mercati sappia compensare lo sfascio del dirigismo politico, ma un certo scetticismo è più che giustificato.

Quando le cose vanno male, in una famiglia o in un’impresa, solitamente si accetta l’idea di vendere quello che prima si considerava assolutamente incedibile.

Per questo è possibile che prima o poi gli Stati si decidano a tagliare le spese e anche a ridimensionare lo stock debitorio. D’altra parte, quando si è sommersi dai debiti è urgente privatizzare quanto più si può, se non si vuole essere costretti a consegnare quote troppe alte del reddito ai titolari dei Btp. Si venderanno le imprese di Stato e le municipalizzate, e si finirà per vendere pure il patrimonio immobiliare.

Se consideriamo l’Italia, ad esempio, dobbiamo ricordare come lo Stato possegga una grande quantità di beni di vario genere: caserme e uffici non più utilizzati, ma anche abitazioni e capannoni industriali. C’è poi un gran numero di terreni, coste, pascoli e via dicendo. Tutto questo può e deve essere messo in vendita – nel modo più trasparente, e quindi attraverso aste pubbliche – al fine di abbassare il debito.

Possiamo cedere terreni, isolette e aree demaniali di montagna, mantenendole all’interno della sovranità italiana. Ma perché non prendere in considerazione l’idea di vendere, sulla base di regole ben definite, anche la sovranità dei terreni a cui si rinuncia? In fondo abbiamo già un’esperienza: quella dello Stato della Città del Vaticano.

Nel 1929 con i patti Lateranensi l’Italia ha rinunciato a considerare come propri territori i 44 ettari del Vaticano. In quell’occasione la Chiesa cattolica non pagò nulla, ma questo solo perché quell’intesa chiudeva un duro contrasto durato quasi sessant’anni, dopo la debellatio dello Stato pontificio a opera dell’esercito dei Savoia. Che l’Italia abbia ricevuto denaro oppure no, non è importante. Ciò che conta, invece, è che l’Italia ha già una volta rinunciato a pezzi di sovranità e quindi – in contesti diversi e per ragioni differenti – può benissimo ripercorrere la stessa strada. Per giunta, non c’è proprio nulla di nuovo nell’idea di vendere pezzi di sovranità. Basti ricordare che gli Stati Uniti comprarono, a suo tempo, la Louisiana dalla Francia e l’Alaska dalla Russia.

Nel nostro mondo globalizzato, la possibilità di ottenere qualche ettaro sulla costa laziale o toscana e dar vita a una piccola
repubblica o a un minuscolo principato può essere una straordinaria opportunità per investitori e imprenditori di tutto il mondo. Queste nuove entità politiche potrebbero darsi regole atte ad attirare persone e imprese da ogni parte del mondo (diventando paradisi fiscali, in particolare), e sulla base di questa ipotesi lo Stato italiano potrebbe ottenere cifre davvero alte anche per la cessione di sovranità su territori molto piccoli. E con ogni probabilità, in tal modo si accrescerebbero in maniera significativa le possibili entrate derivanti dalla privatizzazione dei terreni.

Come nel caso del 1929, la cessione della sovranità dovrebbe definire nel dettaglio i rapporti tra Roma e la nuova realtà istituzionale, che ovviamente sarebbe legata alla Repubblica italiana da una serie di impegni garantiti internazionalmente.

Dopo questa prima fase di sperimentazione, si potrebbe aprire la strada anche a cessioni di sovranità riguardanti aree già adesso di proprietà privata. In questo caso si potrebbe studiare l’ipotesi, ad esempio, che siano i proprietari di pezzi del territorio italiano ad avanzare proposte allo Stato, suggerendo una separazione consensuale e avviando una negoziazione in merito alle regole e agli oneri economici.

A ben guardare, questa strada dovrebbe essere seguita da tutti. Un Paese come la Grecia, ad esempio, già da tempo avrebbe dovuto iniziare a cedere la sovranità di alcune proprie isole. Il guaio dei greci è che, diversamente dagli italiani, sono prigionieri di un ottuso nazionalismo che nemmeno li può portare a immaginare una soluzione simile.

Per nostra fortuna, invece, l’Italia non esiste. La nostra storia è fatta in modo tale che c’è ben poco che tiene assieme un valdostano e un triestino, un sudtirolese e un siciliano. E poi c’è il Nord che vorrebbe l’indipendenza, e la Sardegna con il suo antico orgoglio, e via dicendo.

Da noi l’ipotesi di moltiplicare le Italie può essere presa in considerazione. Tanto più che si andrebbe semplicemente a moltiplicare realtà politiche che già conosciamo assai bene: basti pensare a Monaco e San Marino. Per giunta, una tale disseminazione di micro-entità creerebbe una crescente concorrenza istituzionale e aiuterebbe anche a sviluppare quella cultura federale basata sull’autogoverno di cui c’è davvero un gran bisogno. Se addirittura cedessimo un pezzo di costa a Facebook o a Google (solo per citare due imprese di punta), dando loro la piena sovranità su quel territorio (con la facoltà di fissare le proprie regole), daremmo vita dal nulla a centri propulsivi di nuova economia, ricchezza, posti di lavoro, innovazione imprenditoriale.

Vendere pezzi di sovranità non aiuterebbe solo ad abbassare il debito. Aprirebbe la strada anche a una piena libertà di governo, a una vera concorrenza istituzionale, allo sviluppo di comunità volontarie. Vedremmo fiorire un mondo nuovo. (Ndr: Questo post riutilizza ampiamente un testo precedentemente già pubblicato, qualche mese fa, nel mio blog personale nel sito dell’editore Rubbettino. Visto il procedere della crisi, mi è sembrato opportuno riformularlo e riproporlo ai lettori).

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