(Quanti seguono questo blog mi perdoneranno, spero, un intervento che poco ha a che fare con i miei temi usuali… il liberalismo classico, la filosofia politica, la disgregazione dello Stato moderno. È un testo che dovevo scrivere e che mi fa piacere collocare qui.)

 

L’ho sempre chiamato zio, anche se in realtà era un cugino del papà. Ma in famiglia era per tutti lo “zio Claudio” e soprattutto quel ciclone di parole in molte lingue e dialetti diversi che, con il suo arrivo, creava un’atmosfera speciale: trasportandoci tutti in un universo in cui la storia s’intrecciava con il cinema, con la letteratura, con una conoscenza vastissima, frutto di letture instancabili.

Ora che è morto, nel giorno di Pasqua, di lui resta il ricordo indelebile di una persona di straordinaria umanità: un uomo che permarrà sempre nel cuore di quanti hanno avuto il privilegio di stargli vicino, conoscerlo, lavorare con lui.

Per molti, Claudio G. Fava – dove G. sta per Giorgio – è stato soprattutto quel critico cinematografico che negli anni Settanta e Ottanta introduceva questo o quel film sui canali della Rai. Altri possono attribuirgli (o imputargli… chissà) di avere acquisito le serie televisive di “Beautiful” e altre soap opera. Ricordo, allora avevo vent’anni, di avere letto su di lui cose velenosissime firmate da un marxista doc come Guido Aristarco, che l’accusava di elogiare Alfred Hitchock e quindi, in qualche modo, un cinema deideologizzato, “sovrastrutturale” e lontano da ogni impegno rivoluzionario.

No: Fava non era un rivoluzionario. Ho ripetutamente discusso con lui di politica e di storia, e certo il suo modo di guardare la realtà era quello di un conservatore liberale: un vero signore, affezionato ai simboli e a quanto nel passato è meritevole di rispetto, convinto che l’uomo sia un legno storto e ben consapevole che il Novecento dei totalitarismi nascesse da un radicalismo destinato a produrre soltanto lutti.

Ma anche se divorò intere biblioteche di libri di storia e di ogni altro tipo, la sua passione intellettuale fu il cinema, di cui ammirava la formidabile capacità di evocare mondi come nessun testo è in grado di fare. Scrisse un bel libro su Federico Fellini, di cui fu amico, e moltissime altre cose sul miglior cinema italiano. Le due cinematografie che più l’hanno fatto sognare, però, sono state quella francese e quella americana. E non a caso – con il suo stile ironico e inconfondibile – intitolò “Le camere di Lafayette” una raccolta di scritti: dove il termine “camere” alludeva anche al cinema, ovviamente, e Lafayette andava a simboleggiare un’esistenza a cavallo dei due lati dell’Atlantico.

Formidale affabulatore, Fava aveva pure straordinarie doti di scrittore, che mise a frutto nei suoi testi su registi e attori, ma anche in talune opere letterarie: come nel caso di “Tagliati al vivo”.

Quanti l’hanno incontrato sulla loro strada l’hanno apprezzato e amato. È stato insomma capace di mettere intelligenza, cultura, generosità, umorismo e vivacità in ogni cosa che ha fatto. Mancherà a me e a molti altri.