{"id":155,"date":"2012-05-07T19:33:35","date_gmt":"2012-05-07T17:33:35","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/?p=155"},"modified":"2012-05-07T19:34:27","modified_gmt":"2012-05-07T17:34:27","slug":"155","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/2012\/05\/07\/155\/","title":{"rendered":"Nel condominio dell&#8217;Occidente"},"content":{"rendered":"<p>Observatory Mansions \u00e8 da qualche parte nel cuore dell\u2019Inghilterra e se qualcuno si aspetta di trovare l\u00ec la Londra dei ristoranti indiani, l\u2019incrocio di etnie narrato, per esempio, da Zadie Smith, ha sbagliato indirizzo. Qui nessuno sogna Beckham.<\/p>\n<p>\u201cObservatory Mansions\u201d di Edward Carey (Bompiani, trad. Sergio Claudio Perroni, pagg. 338, euro 17) forse \u00e8 solo un non luogo, un enorme cubo di quattro piani in stile neoclassico, un ex osservatorio sguarnito di telescopi, un\u2019antica residenza nobiliare, chiamata un tempo Tearsham Park, dove non ci sono pi\u00f9 tintinnare di posate, il passo veloce della servit\u00f9, i ricevimenti: ora \u00e8 solo silenzio. \u00abIl parco ricordava com\u2019era stato. Ricordava altri alberi. Ricordava erba, ettari di prato. Ricordava zoccoli di vacche e vitelli. Ricordava: circondato da un recinto di ferro battuto, il parco era ci\u00f2 che rimaneva di un parco un tempo immenso e lussureggiante. Il prato era stato spodestato: sul terreno erboso ci avevano piantato delle case, gli armenti avevano lasciato posto a mandrie di gente. E qui devo confessare di aver camminato, un tempo, da bambino, lungo le strade che cingevano il parco. In quel tempo io c\u2019ero, le strade no: in quel tempo era tutto casa mia\u00bb.<\/p>\n<p>Prendete un individuo, misantropo e piuttosto maniacale, uno che come lavoro fa la statua umana, completamente verniciata di bianco, al centro di una piazza di una grande citt\u00e0. Quest\u2019individuo vive in un palazzo con altri inquilini, una vecchia tenuta nobiliare in disfacimento. Tra le sue manie c\u2019\u00e8 l\u2019insopprimibile desiderio di collezionare oggetti pi\u00f9 o meno inutili, con una sola caratteristica in comune: sono stati rubati a persone con cui quest\u2019individuo aveva, bene o male, a che fare. Erano i loro ricordi, sono diventati i suoi. La sua collezione nel tempo ha raggiunto i 996 pezzi, tutti schedati e catalogati. Cose del tipo: un vestito d\u2019amore (lotto 995), un libro rilegato in marocchino, volume della storia degli Orme (lotto 163), un paio di stampelle (lotto 301), un telecomando di televisore (lotto 380) e cos\u00ec via, fino al lotto 996, chiamato semplicemente <em>l\u2019oggetto<\/em>. Dietro ogni oggetto c\u2019\u00e8 una persona, un passato, un ricordo. Prendete tutte queste storie, incrociatele, e avrete la rappresentazione intuitiva del mondo che ci siamo lasciati alle spalle, che se volete potete individuare nella Old England, nel Novecento, nella tradizione, nel vostro quartiere, nella vostra citt\u00e0, come ve li ricordavate un tempo.<\/p>\n<p>Ad \u201cObservatory Mansions\u201d il passato cerca di sopravvivere, ma non ha pi\u00f9 memoria. \u00c8 la campagna che ha visto arrivare la citt\u00e0 e resta l\u00ec, come un parco abbandonato, che fa da spartitraffico tra arterie di cemento. \u00c8 il ripostiglio di classi sociali in disgrazia, scivolate ai piani bassi della storia. \u00c8 la storia degli ultimi inquilini rimasti. La storia degli Orme, certo, ex padroni di tutto, quattro quarti di nobilt\u00e0 andata a male, che hanno venduto pezzo a pezzo, appartamento dopo appartamento, il loro passato, fallimento segnato da un ineluttabile degrado genetico. Ed \u00e8 anche la storia di chi \u00e8 venuto l\u00ec ad abitare.<\/p>\n<p>\u201cObservatory Mansions\u201d \u00e8 soprattutto il romanzo d\u2019esordio di Edward Carey: 33 anni, decisamente inglese, nel suo passato ci sono alcune opere teatrali, una carriera come illustratore (con cui si guadagna da vivere) e una breve esperienza di lavoro al Museo delle cere di Madame Truffault. Carey incastra storie nelle storie e snocciola ricordi e impressioni con un ritmo che prima scivola piano, poi sale, incalzante, lasciando che tutti gli indizi seminati qua e l\u00e0 s\u2019incontrino per la resa dei conti finale. Esistenze e destino di ogni individuo dipendono, per qualche ragione remota, da quelli degli altri. Il punto di osservazione &#8211; freddo, impersonale, maniacale, eppure terribilmente umano &#8211; \u00e8 quello di Francis Orme. Sua madre ha abdicato al linguaggio, suo padre vive sprofondato in una poltrona. Francis porta sempre dei guanti di seta bianca, con cui si difende dal marcio del mondo. Quando i guanti si sporcano lui li sostituisce con un paio nuovo. I vecchi non li butta, ma li conserva in bauli-sacrario. Non guarda mai le sue mani nude. Non ama i contatti con il prossimo e ha il dono dell\u2019immobilit\u00e0, esteriore e interiore.<\/p>\n<p>Nel centro di una citt\u00e0, in quella zona abitata da gente con un po\u2019 troppo denaro, c\u2019\u00e8 un altro parco. Al centro del parco c\u2019\u00e8 un piedistallo sprovvisto di statua. Ogni mattina prende il suo posto una statua di carne, coperta di vernice bianca, immobile creatura immacolata, che si anima solo per un attimo quando qualcuno lascia cadere nel piatto una monetina. In quel momento la statua apre gli occhi e soffia una bolla di sapone. La statua si chiama Francis Orme e quello \u00e8 il suo lavoro. Francis Orme \u00e8 un fl\u00e2neur immobile.<\/p>\n<p>Tra i suoi oggetti d\u2019osservazione ci sono i suoi inquilini: un Portiere Sibilante, una Donna Cane, un Vecchio Professore dai Mille Odori, una signora che confonde la sua vita con i serial televisivi, tutti personaggi di una sorta di realismo pi\u00f9 che magico, grottesco. Strani soggetti che sembrano non avere pi\u00f9 alcun futuro e si sono dimenticati del proprio passato, con il quale si rifiutano di fare i conti: aspettano che in qualche modo si compia la loro sorte, essere archiviati dalla storia, e ricordati solo attraverso i loro oggetti nella \u00abcollezione d\u2019amore\u00bb di Francis. L\u2019arrivo dell\u2019inquilina dell\u2019appartamento numero 18 &#8211; Anna Tap, sorta di Am\u00e9lie anglosassone &#8211; muta la situazione. La ragazza ridona ai vecchi inquilini la propria memoria, il passato. Li fa entrare nel presente, li strappa dal limbo dell\u2019anti-modernit\u00e0 e offre uno spiraglio di futuro. Tutti alla fine trovano un destino. Restano Francis e Anna, innamorati e capaci di affrontare il mondo che si muove al di l\u00e0 del vecchio osservatorio. Accettano il presente.<\/p>\n<p>\u201cObservatory Mansions\u201d si chiude con una demolizione. La magia e l\u2019ossessione del passato \u00e8 stata ridotta alla sue giuste dimensioni. E alla fine si comprende che il romanzo di<strong> Edward Carey<\/strong> \u00e8, certo, un lungo atto d\u2019amore verso ci\u00f2 che abbiamo alle nostre spalle, ma quest\u2019amore pu\u00f2 diventare un\u2019ossessione, una gabbia ideologica e sentimentale. \u201cObservatory Mansions\u201d \u00e8 un soffio di fiducia verso l\u2019era, il secolo, che ci sta davanti. Basta togliersi i guanti bianchi e sporcarsi le mani, vivendo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Observatory Mansions \u00e8 da qualche parte nel cuore dell\u2019Inghilterra e se qualcuno si aspetta di trovare l\u00ec la Londra dei ristoranti indiani, l\u2019incrocio di etnie narrato, per esempio, da Zadie Smith, ha sbagliato indirizzo. Qui nessuno sogna Beckham. \u201cObservatory Mansions\u201d di Edward Carey (Bompiani, trad. Sergio Claudio Perroni, pagg. 338, euro 17) forse \u00e8 solo un non luogo, un enorme cubo di quattro piani in stile neoclassico, un ex osservatorio sguarnito di telescopi, un\u2019antica residenza nobiliare, chiamata un tempo Tearsham Park, dove non ci sono pi\u00f9 tintinnare di posate, il passo veloce della servit\u00f9, i ricevimenti: ora \u00e8 solo silenzio. 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