{"id":184,"date":"2012-12-10T20:56:28","date_gmt":"2012-12-10T19:56:28","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/?p=184"},"modified":"2012-12-10T20:56:28","modified_gmt":"2012-12-10T19:56:28","slug":"moresco-prigioniero-del-caos","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/2012\/12\/10\/moresco-prigioniero-del-caos\/","title":{"rendered":"Moresco prigioniero del caos"},"content":{"rendered":"<p>Non \u00e8 un uomo da disincanto. Antonio Moresco ha la faccia sghemba, come i matti di paese, con il naso lungo e storto, gli occhi come acqua di pozzanghera. \u00c8 il volto di uno che potrebbe ammazzarti o stupirti. Mantova in passato \u00e8 stata la sua citt\u00e0. Qui \u00e8 stato bambino. Conosce le strade dei Gonzaga e in fretta ha capito che sanno di sale. Ora ci cammina quasi come uno straniero, senza salutare nessuno, senza ricordare nessuno. Questa passeggiata di fine autunno \u00e8 il suo ultimo sprazzo di libert\u00e0. Tra qualche giorno si chiuder\u00e0 in casa per pagare un debito che almeno da un lustro ha con se stesso. Il debito ha un nome: Canti del Caos. Terzo tomo, la conclusione. \u00abCi vorranno due o tre anni\u00bb, dice. Due o tre anni da recluso, da anacoreta, di servizio totale, come quando si va in carcere o in convento, oppure nel deserto. \u00c8 la sua fatica, quella per cui vale la pena scommettere una vita, la sfida al tempo, all&#8217;oblio, ai disinganni, a tutte le volte che gli hanno detto no. Quando avr\u00e0 scritto l&#8217;ultima parola dei Canti del Caos Moresco sentir\u00e0 di aver fatto i conti con i giganti,<br \/>\ngli immortali, quelli con cui ha cercato tutti i giorni della sua vita di dialogare.<br \/>\nMoresco \u00e8 nato nel 1947. Ed \u00e8 uno scrittore che \u00e8 arrivato tardi. \u00abAvevo 45 anni quando Bollati Boringhieri mi ha pubblicato Clandestinit\u00e0. Quasi un vecchio. Avevo mandato le bozze ovunque. Tanti no, un solo s\u00ec. Era il &#8217;93 e sono diventato uno scrittore anche sulla carta\u00bb. Quello che c&#8217;\u00e8 prima \u00e8 una vita che si porta dentro pezzi di storia italiana, come uno sceneggiato televisivo. Moresco l&#8217;ha raccontata in Zio Demostene. Vita di randagi (Effigie). Sembra che abbia attraversato il secolo. \u00abZio Demostene era il fratello di mio padre. Mi hanno sempre detto che gli somiglio, nel fisico e nel carattere. \u00c8 stato un vagabondo, uno segnalato dalla polizia come strambo, un diffidato politico in odore di antifascismo. Il contrario di mio padre e di mio nonno, allineati al fascismo. Ho vissuto in casa una guerra civile\u00bb.<br \/>\nLa storia della famiglia Moresco comincia da Mason, nel profondo Veneto, tra Breganze e Marostica, in provincia di Vicenza. \u00c8 l\u00ec che nonno Pietro costruisce la sua casa, raccogliendo sassi e pietre da un torrente, che poi carica su un carretto fino al paese. \u00abLo vedevano passare continuamente e sussurravano el xe mato. Anche perch\u00e9 la fama di uno strano ce l&#8217;aveva da tempo. Il nonno era di Mure, un posto l\u00ec vicino. \u00c8 stato lui il primo a lasciare la campagna, a fare il salto, che nel suo caso voleva dire un posticino come guardia carceraria. Da dove venissero quelli prima di lui non lo so.Forse venivano dalla Spagna, prima ancora dai Paesi nordafricani o mediorientali, arabi o ebrei convertiti a forza, magari marranos, moriscos, cacciati dalla Spagna dopo la Reconquista, discendenti dei mud\u00e9jar medioevali, arrivati probabilmente qui nel Seicento e chiamati cos\u00ec dalla popolazione per distinguerli dagli altri, come adesso i venditori ambulanti africani vengono chiamati vu&#8217; cumpr\u00e0\u00bb.<br \/>\nLui \u00e8 vissuto tra due mondi. \u00c8 cresciuto in una villa con un grande parco, cani da caccia, stanze fredde, il ricordo di un lusso perduto e quarti di nobilt\u00e0 in declino. \u00ab\u00c8 la stessa villa &#8211; ricorda Moresco &#8211; in cui molti anni dopo Bertolucci gir\u00f2 Novecento\u00bb. Solo che Antonio l\u00ec non era il padrone di casa, ma il figlio della serva. \u00abMia madre, ancora giovanissima &#8211; scrive in Zio Demostene &#8211; \u00e8 andata a bussare dai Cazzaniga Donesmondi, pregando che la prendessero come servetta. L&#8217;hanno presa ed \u00e8 rimasta con loro tutta la vita, in uno strano rapporto quasi medievale di confidenza familiare e servaggio,<br \/>\nassieme al resto della sua famiglia randagia che via via \u00e8 riuscita a mettere insieme\u00bb. Moresco \u00e8 un uomo che vale la pena conoscere. Non soltanto per ci\u00f2 che scrive. Non soltanto per quello che di lui dice Carla Benedetti, il critico che l&#8217;ha benedetto come genio. Non soltanto per il \u00abcaso\u00bb Moresco. Non soltanto perch\u00e9 qualcuno dice che \u00e8 un bluff, una carestia per gli editori, uno che sta scrivendo un romanzo in tre volumi che sembra un frullato di allucinazioni, cazzate, pornografia, deliri d&#8217;onnipotenza, pensieri onanistici, senza uno straccio di storia al di l\u00e0 delle fornicazioni di un matto. Un romanzo dislessico, dove i personaggi si chiamano il Gatto, la Ragazza con l&#8217;acne, il Copy, l&#8217;Art, il Papa Elvis I, la Meringa, il Traslocatore, Amina. Un romanzo che ti racconta l&#8217;impresa di un pubblicitario che deve promuovere un prodotto chiamato mondo, qualcosa di cui il proprietario si vuole disfare ad un prezzo che appare troppo alto per tutti i poveri cristi di questa terra: e il committente si chiama &#8211; ed \u00e8 &#8211; Dio. Un romanzo che, come giura Giuseppe Genna sulla rivista on line I Miserabili, \u00e8 il salto quantico della letteratura italiana, \u00abl&#8217;inversione di Nietzsche, lo sfondamento di Dostoevskij, il superamento di quella soglia a cui K. si ferma\u00bb. \u00c8 il quarto giorno dopo la morte di Dio, un dio che non \u00e8 risorto.<br \/>\nMoresco \u00e8 un sacerdote che si \u00e8 strappato la tonaca, uno che ha fame di sacro e sente su di s\u00e9 lo stesso destino di Giobbe. Ha frequentato conventi e piazze, chiese e fabbriche, qualche volta nel momento sbagliato. \u00abIn seminario ci sono stato. Ricordo le estati a Martinengo, nei luoghi dove Olmi ha girato L&#8217;albero degli zoccoli. Mangiavamo in un grande refettorio, nelle scodelle di latta ammaccata, tutti in fila lungo le tavolate con le nostre teste rasate. \u00c8 l\u00ec che ho letto il primo libro della mia vita. Una storia quasi introvabile di Salgari: Il re dell&#8217;aria\u00bb. Moresco non \u00e8 mai diventato prete. Se ne \u00e8 andato inseguendo un&#8217;altra utopia e forse un&#8217;altra chiesa. Sono gli anni della rivoluzione. Vita brada. Turni di notte da facchino. Operaio in un altoforno. L&#8217;area grigia della lotta armata, che gli passa accanto come una pallottola di striscio.<br \/>\nTi chiedi come quest&#8217;uomo sia riuscito a farsi bruciare dentro tutto il Novecento e a rimanere incantato, scartando l&#8217;unica zattera di questo tempo: l&#8217;ironia postmoderna. Se c&#8217;\u00e8 un motivo per incontrare Moresco \u00e8 guardare negli occhi qualcuno e trovarci ancora una traccia di titanismo. E se c&#8217;\u00e8 uno ed uno solo da salvare lui sceglie Leopardi. \u00abQuando facevo l&#8217;operaio a Verona e frequentavo una scuola serale per asini portavo sempre con me in una tasca i Canti di Leopardi, in un&#8217;edizione Zanichelli del 1955. Ce l&#8217;ho ancora. \u00c8 un libriccino arancione, senza pi\u00f9 sovraccoperta. Quando creper\u00f2 voglio che m&#8217;infilino quell&#8217;edizioncina dei Canti in una tasca dei jeans e poi mi brucino insieme a quella\u00bb.<br \/>\nHa pubblicato molto, Moresco, in questi mesi. Lo sbrego (Rizzoli) \u00e8 il suo pantheon di letture. \u00c8 come cercare di conoscerlo spulciando la sua lista della spesa. \u00abHo avuto un lungo periodo in cui non leggevo nulla. Ero preso da altre cose. Quando, dopo 10 anni, ho ricominciato, tra i libri che sono andato istintivamente a cercare &#8211; in versione tascabile, economica, perch\u00e9 ormai non potevo pi\u00f9 rubarli &#8211; c&#8217;\u00e8 stata l&#8217;Iliade. Omero arriva per dirci che siamo dentro qualcosa di pi\u00f9 grande, comunque vogliamo chiamarlo, e persino gli d\u00e8i lo sono. Un&#8217;immagine forte, non consolatoria, schietta, che non ti prende in giro\u00bb. Tutti gli autori di Moresco condividono questa resistenza all&#8217;umano, tutti incapaci di arrendersi, tutti come gli invitti di Faulkner. Melville? \u00abUno sbarellone, che a 30 anni ha chiuso i suoi conti con la letteratura. Ha dentro il germe della disobbedienza totale\u00bb. C\u00e9line? \u00abMorte a credito aveva in copertina la sua facciaccia divisa in due. Me la ricordo. Quando l&#8217;ho letto ho pensato di non aver mai incontrato nulla di simile\u00bb. Teresa da Lisieux, la sua santa mistica e selvaggia. Dickens, Dante, Cervantes, Stendhal, Kafka, Dostoevskij. Il suo amore millenario per Murasaki Shikibu, la Storia di Genji il principe splendente. \u00abUna folgorazione. I critici hanno definito il suo diario un piccolo mondo perfetto. A me sembra invece un inferno, un morbido inferno\u00bb. Sono i bastioni che Moresco ha alzato contro l&#8217;odore di questo mondo. Un odore che lui chiama \u201crestaurazione\u201d. \u00ab\u00c8 questa voglia di piccolo, micragnoso, superficiale. \u00c8 la maledizione che ci \u00e8 arrivata dalle Lezioni americane di Calvino, con tutte quelle balle sulla leggerezza\u00bb. Moresco \u00e8 un uomo che resiste al naufragio del suo tempo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Non \u00e8 un uomo da disincanto. Antonio Moresco ha la faccia sghemba, come i matti di paese, con il naso lungo e storto, gli occhi come acqua di pozzanghera. \u00c8 il volto di uno che potrebbe ammazzarti o stupirti. Mantova in passato \u00e8 stata la sua citt\u00e0. Qui \u00e8 stato bambino. Conosce le strade dei Gonzaga e in fretta ha capito che sanno di sale. Ora ci cammina quasi come uno straniero, senza salutare nessuno, senza ricordare nessuno. Questa passeggiata di fine autunno \u00e8 il suo ultimo sprazzo di libert\u00e0. 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