{"id":205,"date":"2013-04-27T19:36:04","date_gmt":"2013-04-27T17:36:04","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/?p=205"},"modified":"2013-05-02T21:34:36","modified_gmt":"2013-05-02T19:34:36","slug":"per-litalia-di-chi-sei-figlio-tu-discorso-sopra-lorgoglio-degli-italiani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/2013\/04\/27\/per-litalia-di-chi-sei-figlio-tu-discorso-sopra-lorgoglio-degli-italiani\/","title":{"rendered":"Per l&#8217;Italia. Di chi sei figlio tu? (Discorso sopra l&#8217;orgoglio degli italiani)"},"content":{"rendered":"<p>Non so se vi ricordate quella scena di<em> Good Morning Babilonia<\/em>. E&#8217; il film dei fratelli Taviani. Hollywood, 1913.\u00a0 E&#8217; il tempo del muto. Griffith sta girando il suo capolavoro: <em>Intolerance<\/em>. Con lui lavorano due artigiani toscani, bravi a costruire, mani e cervelli in fuga da un&#8217;Italia in crisi economica. Non \u00e8 facile stare l\u00ec. La reputazione degli italiani in quegli anni \u00e8 bassa, molto bassa. Sono poveracci, sono stracci, sono lontani. Il capo scenografo \u00e8 un&#8217;americano, infastidito da questi due pezzenti che il regista ha voluto nel film, con il risultato di rubare lavoro alle maestranze californiane. Non importa che i due siano dei veri maestri nel trattare la pietra. L&#8217;insulto \u00e8 quotidiano.\u00a0 Gli italiani l\u00ec oltreoceano sono tutti Dago, Guinea, Guido, Mario, Gino, sono puzzoloenti e sovversivi, sfaticati e neri. &#8220;Gli italiani pancia al sole, e mani sulla pancia&#8221;. E&#8217; dopo un altro sputo, un altro segno di disprezzo, che l&#8217;artigiano afferra il braccio del fratello e grida, urla, la sua rabbia, il suo orgoglio.\u00a0 &#8220;Queste mani hanno restaurato le cattedrali di Pisa, Lucca, Firenze&#8230; Di chi sei figlio tu ?Noi siamo i figli, dei figli, dei figli di Michelangelo e Leonardo; di chi sei figlio tu?&#8221;. Di chi sei figlio tu?<\/p>\n<p>Sono queste mani che ti vengono in mente mentre stai leggendo il saggio di Arturo Diaconale <em>Per l&#8217;Italia<\/em> (Rubettino). Ti vengono in mente perch\u00e9 la domanda principale \u00e8 ancora quella: di chi siamo figli noi? Di chi sei figlio tu?. Non \u00e8 solo una questione di identit\u00e0. E&#8217; l&#8217;oroglio. E&#8217; sfuggire alla tentazione che ogni volta ci portiamo dietro di disprezzarci, di vergogliarci di quello che siamo, di ripudiarci per una sorta di masochismo nazionale o per la supponenza della classe dirigente, degli intuellettuali, di molti nostri scrittori, di diversi politici, dei tanti opinionisti che chiacchierano sui giornali e nelle tv di guardare con disprezzo a tutto ci\u00f2 che puzza d&#8217;Italia. Non \u00e8 che non abbiamo difetti. Ne abbiamo tanti. Lo sa Diaconale. Lo dice. Ma ricorda anche che una nazione non pu\u00f2 sempre giocare contro se stessa. Non pu\u00f2 non avere un passato e un futuro condiviso. Non pu\u00f2 tuffarsi sempre dentro una guerra civile parolaia da Montecchi e Capuleti, da rossi e neri, da guelfi e ghibellini, una guerra civile che preferisce la caduta del tutto per odio verso l&#8217;altra parte.<\/p>\n<p>Parlare di nazionalismo \u00e8 ancora un tab\u00f9, perch\u00e9 noi siamo bravi ad aver paura delle parole. Eppure se non ci riconosciamo e non crediamo in qualcosa che si chiama Italia non possiamo neppure permetterci di andare in Europa. Pensate a come di solito ci presentiamo: da vittime o da accattoni, da partigiani e da faziosi, da gente che usa lo scenario europeo come un ring per gli affari di casa. E&#8217; un atteggiamento che i francesi, gli spagnoli, i tedeschi non capisco. Se questi qui sono i primi a sputare sulla loro terra, come facciamo a fidarci di loro? Poi, certo, l&#8217;Europa ci mette del suo, visto che sempre di pi\u00f9 ama presentarsi con la maschera dell&#8217;aguzzino, con il vestito grigio del burocrate, con i cavilli e le tasse, sacrificando in nome dell&#8217;apparato il sogno delle nazioni che superano i propri confini e le proprie miserie per costruire qualcosa di pi\u00f9 grande, per costruire l&#8217;impossibile, l&#8217;ideale.<\/p>\n<p>L&#8217;Italia \u00e8 un Paese strano. E&#8217; come certe squadre di calcio che non riescono a valorizzarsi come gruppo, non si passano la palla, non riconoscono un modulo di gioco. La speranza e l&#8217;orgoglio \u00e8 arrivato sempre dai singoli, dai pochi, da certi individui che resistono a tutto e sognano e immaginano un futuro e mettono le mani nel fango per cercare in quel fango la materia prima utile a costruire un domani. Ogni volta sono stati loro a trovare il colpo d&#8217;ala per uscire da una crisi, da uno stallo. Sono gli stessi che resistono giorno dopo giorno, contro quel mostro grasso e vorace che \u00e8 lo Stato italiano. Non sono pochi. Sono molto pi\u00f9 di quanto si pensa. Solo che spesso non si conoscono, non fanno rete, non hanno un punto di riferimento e troppe volte lavorano da soli per un senso di disincanto, di sfiducia, di stanchezza.<\/p>\n<p>Nel suo libro per\u00f2 Diaconale ricorda che quando si ritrovano, si incontrano, riescono a cambiare il destino. Lo fanno magari per disperazione, perch\u00e9 si rendono conto con lucidit\u00e0 che il tempo \u00e8 scaduto o perch\u00e9 davvero \u00e8 ora o mai pi\u00f9. E&#8217; in quei momenti eccezionali che scatta l&#8217;orgoglio, che si mettono da parte pregiudizi e antichi rancori, antipatie e sguardi diversi. E&#8217; in quei momenti senza rete, dove ci si gioca il tutto per tutto, che qualcosa scatta, come se per un attimo anche chi crede nello Stato e nella classe, nella Chiesa e nell&#8217;anarchia prende dal liberalismo la sua parte pi\u00f9 bella, quella che forse \u00e8 in molti di noi: la voglia di rischiare, la voglia di andare a cercare l&#8217;impossibile, senza scorciatoie, ma con il sudore, con il talento, con il coraggio, con l&#8217;intrapredenza. Quasi sembra di riconoscersi in una nazione.<\/p>\n<p>E&#8217; successo negli anni &#8217;50 in un paese sfregiato dalle macerie e dal sangue. Pietra su pietra, a rimettere in piedi tutto, ritracciando rotte, scavando nell&#8217;Appennino un&#8217;autostrada da Milano a Napoli, come simbolo di un&#8217;unit\u00e0 perduta. E&#8217; successo ancora prima, quando un &#8220;giovent\u00f9 ribelle&#8221; \u00e8 andata a morire a vent&#8217;anni per un&#8217;idea vaga d&#8217;Italia. Quel Risorgimento costruito con il sangue, con le parole, con l&#8217;ossessione di voler a tutti i costi mettere sul piatto politico delle cancellerie europee un tema che nessuno voleva affrontare. Ma \u00e8 un Risorgimento fatto anche di intrighi, di inciuci, di razionalit\u00e0 di sesso, utilizzando ogni mezzo, anche le arti amatorie di una cortigiana dal sangue blu. Il Risorgimento fu impresa di pochi e non fu fatto dai moralisti (neppure Mazzini lo era), ma da una minoranza di sognatori, avventurieri, spie, e tessitori. Senza vergogna, senza Savonarola con il dito alzato.<\/p>\n<p>Di chi siamo figli? E quanto siamo disposti a riconoscerci nell&#8217;Italia e per l&#8217;Italia. Questo \u00e8 il quesito del saggio di Diaconale. La risposta \u00e8 in <em>Good Morning Babilonia<\/em>.&#8221;Queste mani hanno restaurato le cattedrali di Pisa, Lucca, Firenze&#8230; Di chi sei figlio tu ?Noi siamo i figli, dei figli, dei figli di Michelangelo e Leonardo; di chi sei figlio tu?&#8221;.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Non so se vi ricordate quella scena di Good Morning Babilonia. E&#8217; il film dei fratelli Taviani. Hollywood, 1913.\u00a0 E&#8217; il tempo del muto. Griffith sta girando il suo capolavoro: Intolerance. Con lui lavorano due artigiani toscani, bravi a costruire, mani e cervelli in fuga da un&#8217;Italia in crisi economica. Non \u00e8 facile stare l\u00ec. La reputazione degli italiani in quegli anni \u00e8 bassa, molto bassa. Sono poveracci, sono stracci, sono lontani. Il capo scenografo \u00e8 un&#8217;americano, infastidito da questi due pezzenti che il regista ha voluto nel film, con il risultato di rubare lavoro alle maestranze californiane. 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