{"id":225,"date":"2013-05-05T20:50:03","date_gmt":"2013-05-05T18:50:03","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/?p=225"},"modified":"2013-05-05T20:50:03","modified_gmt":"2013-05-05T18:50:03","slug":"le-confessioni-di-un-figlio-del-secolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/2013\/05\/05\/le-confessioni-di-un-figlio-del-secolo\/","title":{"rendered":"Le confessioni di un figlio del secolo"},"content":{"rendered":"<p>Le ombre delle rivoluzioni sono lunghe e lasciano la scia di vecchi fantasmi, reduci che hanno attraversato quell\u2019era di ebbrezza collettiva, continuando a vivere con quei ricordi, sbattendoli in faccia a chi veniva dopo, incapaci di fare i conti con le proprie barbe bianche, con la presunzione di avere vissuto un\u2019epoca straordinaria, che rende tutto il resto, il domani, il dopodomani, il passato che non gli appartiene, gretto o superficiale, reazionario o misero, borghese o qualunquista.<\/p>\n<p>Di solito questi reduci diventano i sacerdoti del \u00abpassato che non passa\u00bb, nati rivoluzionari, ingabbiano tutto ci\u00f2 che viene dopo in una morsa paralizzante. Sono vecchi che non sopravvivono al proprio tempo, si siedono sulla cattedra e continuano a profetizzare sogni gi\u00e0 andati al macero. Ma il loro peccato non \u00e8 sopravvivere al loro fallimento, bens\u00ec l\u2019avere evocato tutti gli ideali e tutte le utopie, e di averle poi bruciate, lasciando ai posteri un deserto di cenere e d\u2019incanti. Uno di questi vecchi, scrive lo storico dell\u2019universit\u00e0 di Torino Sergio Luzzatto in Ombre rosse, il romanzo della Rivoluzione francese nell\u2019Ottocento (il Mulino, pagg. 185, euro 15), \u00e8 il fascinoso Barras, ex uomo forte del Direttorio. Il figlio di un generale della Grande arm\u00e9e napoleonica, Alexandre Dumas, lo racconta cos\u00ec: \u00abNel 1829 Barras era uno splendido vecchio di settantaquattro anni. Ancora me lo vedo sulla sua sedia a rotelle, dove soltanto le mani e la testa sembravano ancora vive. Ogni tanto questa vita morale (se cos\u00ec si pu\u00f2 dire), vita fittizia, vita tutta di volont\u00e0, lo abbandonava, allora aveva l\u2019aria di un moribondo\u00bb. Era, agli occhi della generazione post rivoluzionaria, una sorta di fantasma.<\/p>\n<p>Luzzatto racconta il disagio di chi ha vissuto quella stagione di mezzo, la generazione di Alfred de Musset, che nelle Confessioni di un figlio del secolo lamentava di essere troppo giovane quando c\u2019era da seguire Napoleone e troppo vecchio per i fuochi del \u201948. \u00abSul paesaggio della Restaurazione e del Quarantotto &#8211; scrive Luzzatto &#8211; si allungarono le ombre dei giacobini del Settecento, ombre rosse di fatica, di vergogna, di sangue. Uomini vecchi s\u2019incontrarono (o si scontrarono) con uomini giovani, con figli che si facevano adulti giudicando l\u2019operato dei padri: riconoscendoli come eroi o giudicandoli come assassini. Se poi questi giovani si chiamavano Honor\u00e9 de Balzac o Victor Hugo, capitava che i loro conti col passato divenissero capolavori letterari come Pap\u00e0 Goriot o I miserabili\u00bb.<\/p>\n<p>Nell\u2019estate del 1828 usc\u00ec a Parigi un corrosivo pamphlet di un ginevrino poco pi\u00f9 che trentenne. Il titolo era De la g\u00e9rontocratie. L\u2019autore si chiamava James Fazy, e scriveva: \u00abChe straordinario istinto di dominazione muoveva dunque la turbolenta generazione dell\u201989. Essa ha cominciato con l\u2019interdire i propri padri, e finisce con il diseredare i propri figli\u00bb. Fazy esprimeva cos\u00ec il proprio disagio, le idiosincrasie, le proprie velleit\u00e0. Avida di potere, la generazione dell\u2019Ottantanove aveva sperperato le risorse economiche del futuro, aveva scritto leggi che fotografavano solo i propri interessi, aveva blindato le \u00e9lites culturali. Il risultato, secondo Fazy, era una Francia concentrata e rimpicciolita in sette-ottomila individui \u201celeggibili\u201d, ma \u00abasmatici, gottosi, paralitici, arteriosclerotici\u00bb. Fazy si presentava come l\u2019esecutore testamentario della generazione rivoluzionaria. \u00abVoi &#8211; diceva &#8211; vi consumate nelle vostre vecchie lotte, mentre le nuove generazioni cercano la concordia, voi siete l\u00ec ancora a temere o a evocare la rivoluzione, mentre la giovent\u00f9 non impiega pi\u00f9 questa parola intorno alla quale vi scannate tanto\u00bb. Balzac se la prende con i \u00abfalsi giovani\u00bb e i \u00abgiovani vecchi\u00bb che confiscano il potere, \u00abarlecchini strappati ai palcoscenici della Rivoluzione, dell\u2019Impero e della Restaurazione\u00bb. Flaubert risponde ai vegliardi che non passano regalando ai suoi personaggi lezioni di scetticismo e di disincanto, ottimi antidoti per i tormentoni rivoluzionari. E cos\u00ec, nell\u2019\u00c9ducation sentimental, mentre a Parigi si sale sulle barricate di giugno, si spara e si cade uccisi, un trasognato Fr\u00e9d\u00e9ric Moreau gira per \u00a0Fontainebleau al braccio della sgualdrina Rosanette. Luzzatto qui fa \u00a0un\u2019ipotesi un po\u2019 ardita. Secondo lo storico il messaggio del romanzo di \u00a0Flaubert \u00e8 la denuncia del kitsch che sta dietro ogni rivoluzione e ogni \u00a0restaurazione. Flaubert raccoglie in poche righe i vent\u2019anni centrali della \u00a0vita di Fr\u00e9d\u00e9ric: \u00abViaggi\u00f2. Conobbe la malinconia dei bastimenti, i freddi \u00a0risvegli sotto la tenda\u00bb. Per Luzzatto questa biografia in poche righe \u00e8 il \u00a0ritratto di una generazione che si \u00e8 persa, una generazione a cui hanno \u00a0tolto la possibilit\u00e0 di crescere, di maturare, precipitata dalla giovent\u00f9 \u00a0direttamente nella vecchiaia. Quella generazione di passaggio, appunto, in \u00a0cui si riconosceva De Musset, sacrificata sull\u2019altare dell\u2019avidit\u00e0 di \u00a0assoluto di chi l\u2019ha preceduta.<\/p>\n<p>Qualcuno potrebbe riconoscere nella generazione perduta dell\u2019Ottocento qualcosa di noto. Qualcuno potrebbe guardarsi allo specchio e dire: la storia si ripete. \u00a0Potrebbe mettersi in testa di sostituire al 1789 e al 1793 altre date e \u00a0altri anni, magari 1968 e 1977. Potrebbe sostituire Barras con con quella generazione di settantenni santificata suLa Stampada Mario Deaglio. La chiama la generazione perfetta. \u00a0potrebbe dire che anche tra i giacobini ci sono stati \u00absommersi\u00bb e \u00a0\u00absalvati\u00bb. Anche noi abbiamo i nostri reduci e i nostri fantasmi. Anche noi \u00a0non vorremmo restare prigionieri del passato e trascorrere le giornate a \u00a0leggere di partigiani e repubblichini, fascisti e comunisti, sulle pagine \u00a0culturali dei quotidiani. Anche noi vorremmo parcheggiare nella storia i \u00a0ricordi dei vecchi. Ma quest\u2019equazione non si pu\u00f2 fare. Ci mancano Flaubert \u00a0e Balzac, ci mancano i Promessi sposi e i Miserabili. Ci manca un romanzo \u00a0che chiuda i conti con la storia, uno straccio di capolavoro capace di \u00a0relegare i rapaci e patetici vegliardi in un cantuccio di commiserazione. Ci manca il coraggio di sorridere ai fantasmi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Le ombre delle rivoluzioni sono lunghe e lasciano la scia di vecchi fantasmi, reduci che hanno attraversato quell\u2019era di ebbrezza collettiva, continuando a vivere con quei ricordi, sbattendoli in faccia a chi veniva dopo, incapaci di fare i conti con le proprie barbe bianche, con la presunzione di avere vissuto un\u2019epoca straordinaria, che rende tutto il resto, il domani, il dopodomani, il passato che non gli appartiene, gretto o superficiale, reazionario o misero, borghese o qualunquista. Di solito questi reduci diventano i sacerdoti del \u00abpassato che non passa\u00bb, nati rivoluzionari, ingabbiano tutto ci\u00f2 che viene dopo in una morsa paralizzante. 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