{"id":493,"date":"2014-12-06T21:04:47","date_gmt":"2014-12-06T20:04:47","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/?p=493"},"modified":"2014-12-06T21:07:08","modified_gmt":"2014-12-06T20:07:08","slug":"una-rabona-in-punta-di-dito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/2014\/12\/06\/una-rabona-in-punta-di-dito\/","title":{"rendered":"Una rabona in punta di dito"},"content":{"rendered":"<div><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/files\/2014\/12\/00subbuteo.jpeg\"><img loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-full wp-image-495\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/files\/2014\/12\/00subbuteo.jpeg\" alt=\"\" width=\"259\" height=\"194\" \/><\/a>Uno, due, tre. \u00a0Tibor Nyilasi tocca all\u2019ala, Fazekas scivola, crossa e<\/div>\n<div>rotola, poi la palla in qualche modo arriva a T\u00f6rocsik e qui accade<\/div>\n<div>l\u2019imponderabile. \u00a0Il centravanti di quell\u2019Ungheria inventa un tiro quasi<\/div>\n<div>contronatura, colpisce di \u00abspizzo\u00bb, con l\u2019esterno destro, quasi fosse una<\/div>\n<div>vera \u00abrabona\u00bb, la panna gira e va veloce, verso sinistra, sembra volare<\/div>\n<div>oltre lo stadio e invece all\u2019improvviso curva e sfonda porta, portiere e<\/div>\n<div>carabattole varie. \u00a0Era il 1978, qualche mese dopo Baires \u201978. \u00c8 l\u2019ultima<\/div>\n<div>volta che hai segnato un gol cos\u00ec. \u00a0Ed era su un campo disteso su un tavolo<\/div>\n<div>da cucina, verde, con le tribune e le luci notturne. \u00a0Era la magia del<\/div>\n<div>subbuteo.<\/div>\n<div>Nessuno voleva l\u2019Ungheria, con quella maglia rossa, quasi banale, i<\/div>\n<div>pantaloncini bianchi e l\u2019unica nota creativa i calzettoni verdi. \u00a0L\u2019Italia di<\/div>\n<div>Rossi e Cabrini era chiaramente il sogno. \u00a0L\u2019Olanda di Cruyff la scelta di<\/div>\n<div>chi ci capiva. \u00a0La maglia blu della Ddr una vocazione infantile da comunista.<\/div>\n<div>L\u2019Ungheria era la tassa dell\u2019ultimo arrivato, quello che aveva sforato di<\/div>\n<div>mezz\u2019ora l\u2019appuntamento.<\/div>\n<div>Quelli erano tempi in cui la realt\u00e0 virtuale non si chiamava playstation.<\/div>\n<div>Era tutto meccanico, fisico, la forza e la sensibilit\u00e0 dell\u2019indice, la base<\/div>\n<div>piatta dell\u2019omino, il panno verde. \u00a0E una dose massiccia di fantasia. \u00a0I<\/div>\n<div>giocatori avevano i volti tutti uguali. \u00a0Non potevi distinguere Bettega da<\/div>\n<div>Zaccarelli, al massimo potevi dipingergli i baffi. \u00a0L\u2019assurdo \u00e8 che lo facevi<\/div>\n<div>e quegli omini tutti uguali avevano un nome, una storia, un carattere e un<\/div>\n<div>destino. \u00a0Uno pu\u00f2 pensare quello che vuole, ma non si pu\u00f2 certo biasimare<\/div>\n<div>quell\u2019amico milanista che a met\u00e0 del primo tempo gettava disgustato nella<\/div>\n<div>scatola l\u2019archetipo del giocatore Chiodi e prendeva una riserva, neppure<\/div>\n<div>originale. \u00a0E tutti: \u00abMa dai, che ti frega. \u00a0Cambiagli nome\u00bb. \u00abNo, quello \u00e8<\/div>\n<div>Chiodi e anche se lo chiami Rivera sempre una schiappa \u00e8\u00bb. \u00a0La filosofia \u00e8<\/div>\n<div>chiara: non puoi ingannare gli dei. \u00a0L\u2019omino Voodoo di Rivera era un altro, e<\/div>\n<div>quello giocava da Dio.<\/div>\n<div>Si giocava, con uno strano feticismo delle maglie, quelle pi\u00f9 belle, quelle<\/div>\n<div>pi\u00f9 rare, quelle del cuore. \u00a0Quando un giocatore si rompeva, staccandosi<\/div>\n<div>dalla base, ci si improvvisava chirurghi. \u00a0Due le tecniche, una pi\u00f9 invasiva:<\/div>\n<div>squagliare la plastica con un cerino e attaccare base e corpo. \u00a0L\u2019altra, pi\u00f9<\/div>\n<div>moderna, era la colla. \u00a0La verit\u00e0 \u00e8 che quando un giocatore era rotto finiva<\/div>\n<div>la carriera. \u00a0Ma non lo buttavi, anche perch\u00e9 ogni volta ti tornava in mente<\/div>\n<div>la storia del soldatino di piombo, con tutti i sensi di colpa. \u00a0E poi, tra i<\/div>\n<div>tuoi rottami, ce n\u2019era uno tarchiato con i piedi bruciati che segnava<\/div>\n<div>valanghe di gol. \u00a0Lo avevi battezzato Boninsegna e hai continuato a tenerlo<\/div>\n<div>in squadra anche quando Fraizzoli lo sped\u00ec a Torino, maglia bianconera. \u00a0Il<\/div>\n<div>bello del subbuteo \u00e8 che qualche volta la realt\u00e0 si pu\u00f2 anche cambiare. \u00a0Cos\u00ec<\/div>\n<div>in campo c\u2019erano due Bonimba, quello juventino di qualche tuo amico, e il<\/div>\n<div>tuo nerazzurro nei secoli dei secoli. \u00c8 con il subbuteo che hai imparato le<\/div>\n<div>tattiche, capito il fuorigioco e odiato tutti quelli che facevano melina. \u00a0I<\/div>\n<div>bastardi che per fare un passaggio ci mettevano tre ore. \u00a0E gli altri a<\/div>\n<div>sacramentare: \u00abMica stiamo a gioca\u2019 a scacchi\u00bb. \u00a0Era un calcio in punta di<\/div>\n<div>dito.<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Uno, due, tre. \u00a0Tibor Nyilasi tocca all\u2019ala, Fazekas scivola, crossa e rotola, poi la palla in qualche modo arriva a T\u00f6rocsik e qui accade l\u2019imponderabile. \u00a0Il centravanti di quell\u2019Ungheria inventa un tiro quasi contronatura, colpisce di \u00abspizzo\u00bb, con l\u2019esterno destro, quasi fosse una vera \u00abrabona\u00bb, la panna gira e va veloce, verso sinistra, sembra volare oltre lo stadio e invece all\u2019improvviso curva e sfonda porta, portiere e carabattole varie. \u00a0Era il 1978, qualche mese dopo Baires \u201978. \u00c8 l\u2019ultima volta che hai segnato un gol cos\u00ec. \u00a0Ed era su un campo disteso su un tavolo da cucina, verde, con le [&hellip;]<\/p>\n&nbsp;&nbsp;<div class=\"readmore\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/2014\/12\/06\/una-rabona-in-punta-di-dito\/\">Continua a 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