{"id":87,"date":"2012-01-04T13:58:24","date_gmt":"2012-01-04T11:58:24","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/?p=87"},"modified":"2012-01-04T13:59:19","modified_gmt":"2012-01-04T11:59:19","slug":"il-giudice-di-pamuk","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/macioce\/2012\/01\/04\/il-giudice-di-pamuk\/","title":{"rendered":"Il giudice di Pamuk"},"content":{"rendered":"<p>\u201cSignor giudice sono qui. Sono la vostra coscienza. Di cosa mi accusate?\u201d. La casa resiste da pi\u00f9 un secolo, una vecchia dimora, elegante, anche se un po\u2019 decaduta. E\u2019 stretta e alta, saranno tre o quattro piani. Di fronte c\u2019\u00e8 la moschea di Tesvikye. In basso si vede il palazzo imperiale di Dolmabahce e poi l\u2019imbocco del Bosforo. Istanbul. Ma anche Bisanzio o Costantinopoli. Il quartiere si chiama Nisantasi, la Rocciadel Bersaglio. L\u2019ultima volta che lo hai visto \u00e8 stato tre anni fa. Ricordi la penombra, la sigaretta sul portacenere, l\u2019odore di caff\u00e8, i libri, ovunque. <em>La casa del silenzio<\/em>, come il titolo di un suo vecchio romanzo. E\u2019 qui che abita Orhan Pamuk, lo scrittore, quello che ora chiamano il rinnegato.<br \/>\nI suoi libri bruciano in piazza. Sui giornali ci sono le sue foto. E\u2019 un tiro a segno. I nazionalisti lo insultano. Lo insultano anche gli islamici. Il quotidiano popolare <em>Gozcu<\/em> scrive: \u201c<strong>Pamuk<\/strong> ci ha venduto un\u2019altra volta\u201d. <em>Hurriyet<\/em>, il pi\u00f9 autorevole foglio turco, dice: \u201cPamuk \u00e8 un essere abietto\u201d. Un linciaggio che rimbomba copia su copia e la colpa \u00e8 sempre la stessa: l\u2019infame ha detto la verit\u00e0, quella che non si pu\u00f2 dire, che non esiste, quella che i figli nascondono ai padri e i vecchi non hanno mai avuto l\u2019orgoglio di raccontare, la storia rimossa, come uno stupro in famiglia, come una donna violentata nel giardino di casa. E\u2019 un giorno di fine estate. Orhan Pamuk parla con un giornalista svizzero del <em>Tages Anzeiger<\/em>: \u201cNon lo dice nessuno, lo dico io: i turchi hanno ucciso un milione di armeni e trentamila curdi\u201d. Bastano queste parole per finire davanti a un giudice, sotto accusa per aver violato l\u2019articolo 301 comma 1 del codice penale: \u201cChi insulta i turchi, la Repubblica, l\u2019Assemblea o l\u2019identit\u00e0 nazionale rischia fino a 36 mesi di carcere\u201d. Tre anni in cella per un\u2019intervista e il pubblico ministero che dice: ora lei deve stare zitto, non parlare in pubblico, non rilasciare alcuna dichiarazione. Pamuk \u00e8 gi\u00e0 stato condannato al silenzio.<br \/>\nE\u2019 una storia vecchia. Ha almeno 116 anni. Il primo sterminio di massa \u00e8 del 1894, nella regione di Sassun, ad Ovest del lago di Van. I morti sono trecentomila, in tre anni. Chi non ce la fa si converte all\u2019Islam, chi pu\u00f2 scappa. Poi l\u2019impero ottomano, il grande malato d\u2019Europa, ferma la sua furia. Nel 1909 tocca alla Cilicia, prima ad Adana, poi nel resto della provincia. Questa volta i morti sono trentamila. Ma il 24 aprile 1915 comincia la \u201cgrande retata\u201d. Ed \u00e8 l\u2019atto finale del genocidio armeno, il primo del Novecento. Prima di Hitler e prima di Stalin. All\u2019alba vengono arrestati tutti gli intellettuali armeni di Costantinopoli. Dopo un mese, in tutta la Turchia, saranno pi\u00f9 di mille quelli rinchiusi in carcere. Poi tocca agli altri. Comincia la mattanza, uno ad uno vengono bastonati, calpestati, massacrati, fucilati, cancellati. Alla fine del 1916 non c\u2019\u00e8 quasi pi\u00f9 nessuno. E\u2019 inutile fare i conti. Qualcuno dice che i morti sono un milione e mezzo, gli archivi del patriarcato segnano pi\u00f9 di due milioni di croci. E\u2019 quello che resta di un regno cristiano sepolto nel 1375, quando fu conquistato dai turchi. Titolo e corona sono rimasti per secoli in eredit\u00e0 a una piccola dinastia sabauda, i Savoia. Forse neppure Pamuk se lo ricorda.<br \/>\nSuo nonno veniva da Manisa, citt\u00e0 turco-greca, l\u2019antica Magnesia del Silipo, non troppo lontana da Smirne. Tra la pelle olivastra e i capelli bruni di turchi, greci, armeni, azeri e siriaci, l\u2019epidermide, gli occhi e i capelli chiari non potevano passare inosservati. Suo nonno era albino e per questo si guadagn\u00f2 il soprannome di \u201cPamuk\u201d, il signor \u201cCotone\u201d. Erano i primi decenni del \u2018900. C\u2019erano da \u201ceuropeizzare\u201d elettricit\u00e0, gas, telegrafo, poste, ferrovie. Pamuk, l\u2019albino, si schier\u00f2 con i Giovani Turchi, vide cadere Abdulhamit II, l\u2019ultimo sultano ottomano, e brind\u00f2 al trionfo di Mustafa Kemal, detto Ataturk, il modernizzatore. Queste sono le origini della famiglia di Orhan, alta borghesia, imprenditori che hanno costruito la linea ferroviaria turca. E\u2019 tutto raccontato nel suo primo romanzo, <em>La casa del silenzio<\/em>. Anche quello che avviene dopo. La delusione del nonno, costretto in esilio in periferia, in rotta con i nuovi padroni, che hanno sostituito la religione di Maometto con quella dello Stato, l\u2019assolutismo della fede con quello della ragione. Il nipote sembra avere lo stesso destino. Ha studiato in una delle migliori scuole americane di Istanbul, il Robert College. Poi \u00e8 andato per qualche tempo in America. E\u2019 tornato in Turchia e ha acquistato una casa sulla costa asiatica del Bosforo, dove d\u2019estate si rifugia con la moglie e la figlia. Non ha mai smesso di amare Istanbul: \u201cOrmai c\u2019\u00e8 rumore e cemento ovunque, ma i cambiamenti di superficie non significano nulla. Se la si conosce davvero, ci si rende conto che \u00e8 la Costantinopoli di sempre. Il suo fascino \u00e8 intatto\u201d. E\u2019 l\u2019anima che resta divisa a met\u00e0, da sempre in bilico tra desiderio e nostalgia. E tutte e due rimproverano a Pamuk di averle tradite. Troppo occidentale per i tradizionalisti islamici, troppo legato alla tradizione per i nazionalisti. Troppo poco turco per entrambi. Qualche anno fa sorrise dei sogni europei di Ankara. \u201cSiamo in lista d\u2019attesa. Anch\u2019io voglio una Turchia con un posto a Bruxelles, ma \u00e8 un obiettivo difficile da raggiungere. Ci sono troppi ostacoli: i rapporti con la Grecia, la questione curda e poi i parametri economici. Siamo ancora un paese povero\u201d. Uno dei suoi maestri \u00e8 stato Yashar Kemal, madre curda e padre turco, uno in lista d\u2019attesa a Stoccolma da almeno vent\u2019anni. Ma si pu\u00f2 dare un Nobel all\u2019ultimo Omero di un popolo senza terra, disperso e offeso sotto tre bandiere diverse? Pamuk lo ha sostenuto: \u201cE\u2019 un mio amico. Riconosco i diritti dei curdi. Vorrei che i miei concittadini ne parlassero. Noi vogliamo il silenzio, loro rispondono con le bombe. Sono due modi orrendi di stare al mondo\u201d.<br \/>\nEra l\u201911 settembre. Era il giorno delle due torri. Pamuk ricorda un piccola folla in un caff\u00e8 di Isntanbul. Il secondo aereo era appena entrato nel ventre del grattacielo. \u201cAd un certo punto stavo quasi per alzarmi di scatto e gridare: ho passato tre anni della mia vita a Manhattan. Ho vissuto in mezzo a quei palazzi. Ho camminato tra quelle vie senza un soldo in tasca. Ho incontrato delle persone dentro quelle torrri. Ma come in quei sogni in cui ci si sente sempre pi\u00f9 soli, non ho potuto fare altro che rimanere in silenzio\u201d. Lui quella tragedia la vede cos\u00ec: \u201cIl problema dell\u2019Occidente non \u00e8 solo scoprire quale terrorista sta preparando la prossima bomba, in quale tenda, in quale grotta, in quale citt\u00e0, ma anche comprendere la misera, disprezzata, maggioranza che non appartiene al mondo occidentale. Nulla pu\u00f2 alimentare il sostegno agli islamici che gettano acido nitrico sulle facce delle donne quanto il fallimento nel comprendere i dannati della terra\u201d.<br \/>\nIl volto di Pamuk nasconde i suoi cinquantatre anni. Una buona parte li ha passati a scappare dai due orizzonti della Turchia: \u201cAlcuni politici hanno cercato di trasformarla in un paese totalmente islamico, altri in un paese totalmente occidentale. Queste spinte hanno prodotto pi\u00f9 conflitti che armonia. Credo che questo essere in mezzo al guado sia per il mio popolo una sorta di stile di vita\u201d. Le sue storie sono una via di fuga dall\u2019est e dall\u2019ovest, come se i punti cardinali fossero solo una sporca bugia e le due culture una faida antica senza pi\u00f9 ragioni. Storie rubate al Mevlud, il poema che narra la nascita del Profeta, e alle liriche del Mesnevi, alla pittura rinascimentale e alla Vita Nova di Dante, a Borges e a Calvino a Kafka e De Lillo. Storie che vale la pena di raccontare solo perch\u00e9 sono storie, senza stare troppo a chiedersi da quale parte arrivino, se l\u00ec dove il sole nasce o l\u00ec dove tramonta. I suoi romanzi parlano di libri antichi e miniature, di destini in bilico tra Oriente e Occidente, tradizione e modernit\u00e0. Parlano di citt\u00e0 dove gli spiriti della storia s\u2019incrociano e qualche volta si amalgamano, spesso combattono. E parlando, raccontano il senso di questi tempi e di quelli passati, con rifrazioni di voci e personaggi: mosaici, polifonie, dialoghi con il lettore. Ma soprattutto parlano di uomini in fuga da tutto questo.<br \/>\nPamuk \u00e8 come i personaggi delle sue storie. E\u2019 come il Nero, l\u2019uomo che cerca la verit\u00e0 nelle strade di Istanbul in quell\u2019inverno del 1591. Il Nero che \u00e8 la voce narrante del <em>Il mio nome \u00e8 rosso<\/em>, romanzo sul talento e sulla tecnica, su comunit\u00e0 e individualismo. Romanzo sui colori della verit\u00e0: quattro miniaturisti alle dipendenze di un Sultano, un predicatore che li accusa di tradire i precetti del Corano, di ritrarre gli esseri viventi cos\u00ec \u201ccome li vedono\u201d e non \u201ccome li vede Allah\u201d, un assassino, una bella donna, due delitti. Un maestro miniaturista che difende i precetti della tradizione e un ambasciatore ottomano a Venezia innamorato della pittura occidentale, a cui il Sultano ha affidato il compito di illustrare un libro con le \u201cnuove tecniche\u201d, quelle della prospettiva. Il doppio \u00e8 l\u2019ossessione di Pamuk. E\u2019 l\u2019illusione di mettere insieme i due volti della sua terra. E\u2019 l\u2019Est e l\u2019Ovest che lottano per stare insieme o per non annientarsi. Due volti che stentano a riconoscersi. Accade nella <em>Vita nuova<\/em>. Accade nel <em>Libro nero<\/em>.\u00a0 \u201cCredo che ormai sia sterile parlare di Occidente e Oriente. Mi hanno definito un anti-americano. Non lo sono, anche se la trama di <em>La vita nuova<\/em> pu\u00f2 farlo credere. Viviamo all\u2019interno di culture ibride. Mi piace la semplicit\u00e0 con cui si mescolano i cibi di McDonald\u2019s con quelli tipici del mio paese, le folle dei concerti rock e gli strumenti etnici, il matrimonio classico e la pornografia\u201d.<br \/>\nNelle strade di Kars, la citt\u00e0 di <em>Neve<\/em>, di tanto in tanto arrivano le note di una vecchia canzone italiana. Le parole parlano di una ragazza, Roberta, un amore andato in fumo. La voce \u00e8 di Peppino di Capri. \u201cTre anni fa sono stato a un suo concerto, a Istanbul. Credo che le sue note, il senso di solitudine, si adattino bene all\u2019atmosfera di Neve. Roberta cos\u00ec \u00e8 diventata la colonna sonora della citt\u00e0 di Kars\u201d. E\u2019 una piccola citt\u00e0 perduta, al confine con il Kurdistan e l\u2019Armenia. L\u2019inverno di questa storia \u00e8 rigido con una nevicata che non sembra smettere mai, chiude le strade e isola le vecchie case tra i monti. Un gruppo di ragazze si suicida perch\u00e9 la legge turca le obbliga a lasciare il velo se vogliono entrare a scuola. Ka, il protagonista, \u00e8 un poeta tornato a casa dopo un lungo esilio a Francoforte, dove ha vissuto di sussidi, letture pubbliche, lunghe giornate in biblioteca. E\u2019 tornato per capire perch\u00e9 le ragazze muoiono, per rompere il silenzio di queste morti e per cercare un vecchio amore perduto. C\u2019\u00e8 un gruppo di attori teatrali che porta nelle cittadine di provincia piece ispirate ad Ataturk mescolate a sketch e danza del ventre, c\u2019\u00e8 un vecchio portiere della nazionale di calcio che racconta di quando prese dieci gol dall\u2019Inghilterra. Ma <em>Neve<\/em>\u00a0 \u00e8 soprattutto la storia di un colpo di stato guidato da un attore che crede di essere Ataturk, di una citt\u00e0 isolata dalla tormenta di neve, di uno spettacolo teatrale che finisce in un bagno di sangue, di una repressione feroce che coinvolge insieme integralisti islamici, nazionalisti curdi, vecchi e ormai stanchi oppositori di sinistra del regime autoritario turco. Un golpe e tante morti in nome di Ataturk, dell\u2019Illuminismo e dell\u2019Europa. E\u2019 la ricostruzione di manoscritti e appunti lasciati dal poeta Ka, ucciso in una strada di Francoforte da estremisti islamici. E\u2019 la storia di un paese che si sente moderno e per guardare ad Ovest ha calpestato le sue tradizioni, ma che al tempo stesso si sente giudicato e allontanato, disprezzato perch\u00e9 arretrato, incomprensibile. Un paese dove essere occidentali significa impedire alle ragazze di usare il velo, ma anche usare la voce dell\u2019esercito per tenere a bada i poveri. Un paese dove gli intellettuali dopo ogni golpe si sentivano delle vittime, ma pensavano: almeno il peggio non \u00e8 avvenuto. E il peggio era il ritorno all\u2019Islam. Questo paese \u00e8la Turchia. Pamuk per troppe volte lo ha messo a nudo. Ed \u00e8 per questo che va processato. \u201cSignor giudice sono la vostra coscienza\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>\u201cSignor giudice sono qui. Sono la vostra coscienza. Di cosa mi accusate?\u201d. La casa resiste da pi\u00f9 un secolo, una vecchia dimora, elegante, anche se un po\u2019 decaduta. E\u2019 stretta e alta, saranno tre o quattro piani. Di fronte c\u2019\u00e8 la moschea di Tesvikye. In basso si vede il palazzo imperiale di Dolmabahce e poi l\u2019imbocco del Bosforo. Istanbul. Ma anche Bisanzio o Costantinopoli. Il quartiere si chiama Nisantasi, la Rocciadel Bersaglio. L\u2019ultima volta che lo hai visto \u00e8 stato tre anni fa. 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