Pochissime persone pensano di sapere come funzioni un iPad (né la cosa interessa loro), ma tantissime hanno un’opinione sull’articolo 18, sul global warming, sugli OGM, sulla colpevolezza di Alberto Stasi e sull’opportunità di abolire il Fiscal Compact. Perché? Sono problemi più “semplici”, rispetto a quelli che sottendono alla costruzione e programmazione di un iPad?

Alcuni sì, altri probabilmente no. La caratteristica che li differenzia dagli esempi fatti finora è evidentemente che riguardano tutti noi (o, più cinicamente, che sono gestiti con soldi pubblici). Ma è davvero questo il senso della democrazia? Legittimare l’opinione di tutti su tutto, in nome del fatto che ci riguardi? Mette i brividi anche solo pensare di sì. Fatto sta che, nel tempo, ci siamo abituati a reputare “politici” anche temi che richiedono competenze altamente specialistiche e complesse, per il semplice fatto che l’ambito della legislazione e il ruolo delle istituzioni politiche non hanno confini certi. Col risultato che se dobbiamo far riparare il lavandino di casa chiamiamo con fiducia un idraulico, ma quando si parla di OGM ascoltiamo i politici, invece degli scienziati.

Il fatto di non avere un’opinione dovrebbe essere molto più frequente, nei bar, nei talk show e in Parlamento. L’emorragia tuttologista che domina il dibattito pubblico, però, dipende innanzitutto da noi e dalle nostre aspettative nei confronti della politica. Che restano alte: nonostante i molti vizi e difetti che siamo disposti a riconoscere in noi stessi, l’idea che la politica sia un metodo con cui la forza della democrazia possa permettere a dei governanti illuminati di realizzare con saggezza il benecomune resta inscalfibile. Certo, i politici sono tutti corrotti. Ma la politica resta una possibile panacea alla maggior parte dei mali del mondo. E poco importa se il mantra dei politici-tutti-corrotti dura più o meno da quando esiste la parola “politica”: basterà sostituire i politici-tutti-corrotti con politici nuovi di zecca, stavolta onesti, e finalmente sarà fatto il benecomune. Sicuri sicuri?

I politici non sono diversi da noi. Il loro metro di giudizio, nella maggior parte dei casi, è quello stesso metodo imperfetto con cui interpretiamo il mondo tutti noi. Eppure, lasciamo che la politica legiferi su qualunque aspetto della nostra vita. Che abbia a disposizione quasi metà del PIL nazionale, senza avere guadagnato un centesimo. E che, ciononostante, spenda ancora di più, finendo per indebitare noi che l’abbiamo generosamente finanziata.

Attenzione, però, a dare tutta la colpa alla classe politica. Quest’ultima dovrebbe pretendere meno da se stessa, ma noi dovremmo pretendere meno da lei. Dovremmo imparare a trattare lo Stato come un bambino: se gli permettiamo di fare cose più grandi di lui, non possiamo poi arrabbiarci. I politici non dovrebbero mai essere in grado di influenzare direttamente la vita dei cittadini: altrimenti, i cittadini diventano sudditi. Viceversa, possono essere buoni o cattivi amministratori e legislatori. Se però chiediamo loro miracoli, non possiamo lamentarci dei loro disastri. Ce la siamo decisamente cercata.

Questo è il mio sogno: che arrivi il giorno in cui non farà scandalo un politico che dichiari – e non per calcolo – di non conoscere, potere o volere intervenire su una determinata questione, in tutti quei casi in cui le scelte dei singoli possano fare a meno della legislazione, senza che nessuno veda comprimersi la propria libertà. Un sogno che, lo so, trova un limite invalicabile nella competizione elettorale, in cui (promettere di) fare di più porta più voti che (promettere di) fare di meno.

Eppure, forse, un “partito” che rappresenti la politica del non fare esiste: è quello degli astenuti e ha stravinto le ultime elezioni politiche con uno sbalorditivo 28%. Quasi un terzo degli italiani che, semplicemente, vorrebbe che la politica facesse meno (quindi meglio) e smettesse di intromettersi nelle loro vite. Forse, in Parlamento dovrebbero tenere in maggiore considerazione questa maggioranza silenziosa, che continua a crescere sin dagli anni ’60 e che, oramai, rappresenta quasi un terzo del Paese. Forse, quei 17 milioni di cittadini non sono – come si dice spesso – delusi dalla politica, ma semplicemente consapevoli del fatto che la politica non è lo strumento adeguato a risolvere i loro problemi, bensì, al contrario, spesso li peggiora.

Twitter: @glmannheimer

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