Carlo Cottarelli è una persona seria e preparata. Le sue proposte per la spending review possono essere discutibili, ma sarebbe arduo per chiunque sostenere che il lavoro svolto in un anno dall’ex commissario e dalla sua squadra sia tutto da buttare. Eppure, ciò è proprio quanto sta trasparendo dalle indiscrezioni secondo cui, dopo il ritorno di Cottarelli al FMI, Matteo Renzi sembrerebbe voler mettere al centro dell’azione di governo la revisione della spesa pubblica, ma in un modo completamente diverso rispetto all’esperienza dello scorso anno. I nuovi incaricati a svolgere questo delicatissimo compito sarebbero due fedelissimi pescati dal cerchio magico economico del premier, Yoram Gutgeld e Roberto Perotti.

Fossi in loro, io toccherei ferro: l’esperienza dei predecessori è quella di un totale isolamento, probabilmente generato anche da un’incompatibilità teleologica tra la “voglia di fare” di chi sta al governo e il ruolo di watchdog del commissario, e di un crescente disinteresse (almeno nei fatti) verso il lavoro svolto dagli incaricati di turno. Troppo forte la tentazione di pensare ai tagli di spesa come a un’occasione per spendere in altro? Troppo debole il ruolo da tecnico o da professorino dei commissari che si sono succeduti? Strategia o scaramanzia anti-gufi, fatto sta che Matteo Renzi ha evidentemente deciso di cambiare metodo: dalla nomina in pompa magna del consulente esterno si è passati alla valorizzazione in sordina di risorse interne.

Chi scrive ha grandissima stima dei due nuovi “commissari informali” e, almeno su questo tema, non vorrebbe fare il gufo: è anche (o soprattutto) dalla spending review che l’Italia deve ripartire. Tuttavia, il premier mi perdonerà, la soluzione “interna” non mi convince. Certo, affidare questo compito a membri interni all’esecutivo potrebbe generare quell’unità d’intenti necessaria a portarlo finalmente a compimento. Ma il problema della spending review, in Italia, è proprio che è pensata come un intervento emergenziale una tantum, necessario a coprire le spese nuove e presuntivamente più produttive ideate dal governo. Se questo è lo scopo, per favore, non chiamiamola spending review.

Nel Regno Unito, ad esempio, la programmazione del budgeting è una procedura standard della politica economica, nel cui contesto s’inserisce periodicamente l’attività di spending review. Il monitoraggio sulla programmazione della spesa pubblica è un’operazione sistematica, consustanziale all’azione di governo. Non una foglia nel vento dell’andamento dell’economia internazionale, bensì una misura legata a criteri e obiettivi di finanza pubblica chiari e predeterminati.

Negli USA, addirittura, il deficit pubblico è soggetto a un limite quantitativo votato dal Congresso: se questo limite viene sforato, scatta automaticamente il taglio della spesa pubblica, con il congelamento di voci intere di spesa per punti di PIL (è il cosiddetto budget sequester). Il quale, per intenderci, ha fatto calare il deficit federale di oltre 6 punti percentuali nel solo 2013: che la ripresa dell’economia statunitense degli ultimi mesi provenga anche da lì? Da noi, si fa la spending review esclusivamente per cercare di ovviare alle nuove clausole di salvaguardia che, se non si riuscirà a recuperare 16 miliardi in meno di un anno, comporteranno aumenti dell’IVA e accise aggiuntive per il doppio di quella cifra, tra il 2016 e il 2018.

Il controllo della spesa pubblica non dovrebbe essere esercitato dal governo e neanche da super consulenti esterni senza poteri reali. Dovrebbe essere una funzione costante di un organo indipendente, in grado di monitorare, prevenire e controbilanciare efficacemente le manovre di finanza pubblica. Il che, in sostanza, è quello che dovrebbero fare la Corte dei Conti (le cui armi sono sempre più spuntate, invece) o l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (che fine ha fatto?). Diamo indipendenza, trasparenza e veri poteri a questi organi, e non ci sarà bisogno di nessun commissario che riempia i titoli dei giornali, per poi sentirsi dare dell’untore dopo pochi mesi, o limitarsi a fare il cane pavloviano di fronte alle scelte dell’esecutivo.

Twitter: @glmannheimer

Tag: , , , , , ,