Ieri, il sindaco di Limoges – un comune nel centro della Francia – ha vietato la messa in scena di uno spettacolo teatrale a Dieudonné M’Bala M’Bala, controverso “comico” francese noto per le sue provocazioni antisemite e negazioniste. Non è la prima volta che a Dieudonné viene impedito di esibirsi e probabilmente non sarà l’ultima. Nell’ordinanza con cui ha sancito il divieto, il sindaco ha paventato “seri rischi per l’ordine pubblico”, spiegando che “la libertà di espressione non può giustificare l’antisemitismo, il razzismo, il negazionismo, l’incitamento all’odio e all’apologia del terrorismo”.

A scanso di equivoci: considero Dieudonné un poveretto, un invasato e anche un pessimo comico. Una cosa, però, è certa: Dieudonné è molto furbo nello sfruttare l’ingenuo bavaglio politicamente corretto che lo sta facendo passare dal ruolo d’idiota – che gli spetterebbe – a quello di martire. Un bavaglio determinato da tutte le norme che dispongono sanzioni e pene per la sola manifestazione del pensiero: un vero e proprio coltello affondato nel cuore della democrazia.

Ciò che spesso non viene compreso, in posizioni come la mia, è che ammettere la libertà di ciascuno di dire ciò che desidera non implica alcuna condivisione con l’esito di tale esercizio di libertà, ma solo un’inscalfibile tolleranza verso di essa. Anche i punti di vista largamente maggioritari, infatti, dovrebbero assurgere a legge (o a provvedimento dell’autorità politica) solo se e in quanto necessari a impedire che le azioni proibite o regolamentate incidano altrimenti negativamente, in modo diretto e oggettivo, nei confronti della libertà altrui. Ogniqualvolta il giudizio morale diventi legge senza lesioni dirette e oggettive di libertà altrui – anche laddove si tratti di una posizione maggioritaria – stiamo invece indebolendo la democrazia. Ecco perché chi ha a cuore la libertà non può che levare gli scudi contro (tutti) i reati di opinione: perché le buone intenzioni dietro ai divieti e alle censure ergono il volere maggioritario a volere generale, limitando la libertà di una minoranza incolpevole (per quanto ignorante, becera o antisemita che sia).

La questione di fondo non è se un’idea sia giusta o sbagliata. Oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, battersi per la libertà di espressione non significa difendere i Giordano Bruno o i Galileo Galilei del ventunesimo secolo, ma più spesso solamente pazzi, indottrinati, frustrati, megalomani e reietti vari. Proprio per questo – e a maggior ragione! – è importante difenderne la libertà di espressione. Non farlo, peraltro, è controproducente: proibendo a Dieudonné di mettere in scena i suoi spettacoli, infatti, non elimineremo il tanfo che sprigionano i suoi valori, ma, anzi, lo copriremo con il profumo del proibito, attraendo su di essi chi vedrà nella censura una manovra oscurantista e autoritaria e in molti casi finirà per confondere la legittimità del diritto di Dieudonné di dire ciò che vuole con l’opportunità di dar retta al contenuto dei suoi spettacoli. Né, peraltro, la punizione convincerà Dieudonné della pochezza delle sue idee, anzi.

Non permettiamo che ciò accada: la tragedia di Charlie Hebdo, in fondo, dovrebbe averci insegnato anche questo. Se crediamo alla bontà dei nostri valori, non dobbiamo aver paura di vincere il confronto con quelli – sbagliati – propugnati da altri. Così come è preferibile un colpevole in libertà che un innocente in carcere, allo stesso modo è più pericoloso censurare un idiota che lasciar esprimere un antisemita. La libertà di espressione è troppo importante per essere lasciata nelle mani della politica: se lasciamo che gli idioti diventino martiri, a chi ha a cuore la libertà toccherà difenderli.

Twitter: @glmannheimer

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