In principio fu Uber, che con il suo servizio di noleggio con conducente manda su tutte le furie ormai da anni i tassisti di tutto il mondo, generando un surreale scenario neo-luddistico fatto di inseguimenti, minacce e ritorsioni. Ora è la volta di Airbnb. Una battaglia iniziata – guarda caso – dalla Francia, cui è presto seguita a ruota l’invettiva della nostra Federalberghi. Le ragioni, peraltro, sono le stesse che adducono i tassisti: a noi tocca rispettare minuziosamente gli standard di sicurezza imposti dalla legge, ottenere faticosamente le autorizzazioni di esercizio e pagare le tasse sulla metà di quello che guadagniamo. Gli albergatori, per dire, devono pagare imposta di soggiorno, IVA, TARI, TASI e IMU. A determinate condizioni, sono poi obbligati a versare i contributi a SIAE, SCF e Imaie. In più, devono garantire il rispetto della legge sull’HACCP e di quella sulla privacy, oltre alle normative antincendio e a quelle sulla sicurezza sul lavoro. Perché i proprietari di Airbnb non dovrebbero farlo?

È difficile dar loro torto agli albergatori sul contenuto del messaggio: è senz’altro vero che l’enorme mole di adempimenti e oneri cui devono sottostare finisca, in qualche modo, per “discriminarli”. Ciò che sbagliano, invece, è il destinatario. Perché a essere colpevole di questa ingiusta disparità non è certo Airbnb, ma quello che noi legulei definiamo “il legislatore”, cioè i politici che, negli anni, hanno promesso loro un impenetrabile El Dorado immune alla concorrenza, chiedendo in cambio di accettare sempre più tasse, regole, licenze e autorizzazioni. È con loro che gli albergatori – e i tassisti – dovrebbero prendersela. Ma chiedere alla politica di fermare il progresso non serve a nulla. Chiedere più tasse, regole, licenze e autorizzazioni anche per Uber o per Airbnb non fermerà l’innovazione: nel lungo termine, non li salverà. Non è altro che un ulteriore, estremo tentativo di affidarsi al potere taumaturgico della legge. Al contrario, albergatori e tassisti dovrebbero disintossicarsi dalla dipendenza da mamma-Stato. Dovrebbero chiedere meno tasse, meno regole, meno licenze e meno autorizzazioni, per tutti.

Io la rabbia di tassisti e albergatori la capisco: sono stati truffati. Ma la colpa non è di Uber e di Airbnb: la colpa è dello Stato. La cosa migliore che possano fare è indirizzare la loro frustrazione all’indirizzo giusto ed evitare che altre categorie professionali, in futuro, s’infrangano contro il progresso con tanta violenza. Raccontino di come sono stati truffati, per esempio, ai farmacisti, agli avvocati, ai notai, ai giornalisti e agli imprenditori che vivono di sussidi. Lo facciano, per non far arrivare impreparati anche loro. Li “costringano” ad andare incontro alla domanda reale. Piaccia o meno, le campane di vetro del Leviatano stanno iniziando a infrangersi sotto i colpi della realtà. Non è bastato l’avvertimento di quei pochi che, in tempi non sospetti, pronosticarono la loro fine per ragioni di principio; c’è stato bisogno d’introdurre criteri di efficienza per vincere una battaglia che, invece, avrebbe ragione di esistere anche solo per una questione di principio. Poco importa: ciò che conta è imparare la lezione e disintossicarci tutti, prima che sia troppo tardi.

Twitter: @glmannheimer

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