Lo Sherman Act, da cui deriva la legislazione antitrust di tutto il mondo, fu adottato allo scopo di impedire la formazione di monopoli, da cui sarebbe potuto derivare un aumento dei prezzi, dannoso per i consumatori. Una definizione e dei criteri certi e verificabili per stabilire cosa distingua un monopolio da un business model efficiente (al netto di illeciti diversi), tuttavia, non esiste, nel diritto della concorrenza né altrove.

Primo e leggendario bersaglio dello Sherman Act fu la Standard Oil, che sul finire degli anni ’80 controllava buona parte della nascente industria petrolifera americana grazie, appunto, al sistema dei trust. E che per questa ragione, qualche anno più tardi, fu smembrata in 34 società distinte per garantire maggiore concorrenzialità al settore. Nel momento di maggior “potere di mercato” della Standard Oil, il prezzo del petrolio raffinato raggiunse il livello più basso della storia dell’industria petrolifera (e salì dopo la sentenza di smembramento). Difficile dire, quindi, quale fosse il danno subito dai consumatori dal suo monopolio. Ma non è questo il punto. Il punto è che, in teoria, le democrazie liberali ripudiano i monopoli soprattutto perché potrebbero falsare il mercato, generando servizi inefficienti e prezzi elevati.

Nei giochi, non c’è nulla di più odioso di chi stabilisce le regole e poi non le rispetta. Così nelle democrazie; eppure di monopoli che falsano il mercato, generando servizi inefficienti e prezzi elevati, nel settore pubblico ce n’è in abbondanza. Un caso emblematico è quello della scuola: certo, la riforma di Renzi sta muovendo un primo passo, correlando (almeno in linea di principio) la valutazione dei dirigenti scolastici a quella dei docenti e dei risultati degli istituti. Ma si può e si dovrà fare molto di più. Più di 50 miliardi delle nostre tasse vanno a finanziare ogni anno un sistema scolastico largamente inefficiente: lo suggerisce l’intuito, lo confermano i risultati. Probabilmente nella scuola bisognerebbe davvero investire di più (l’Italia è agli ultimi posti in Europa per spesa relativa alla formazione rispetto al Pil); sicuramente bisognerebbe investire decisamente meglio.

Chi sostiene lo status quo, oggi, è chi crede che l’alternativa sia la “privatizzazione” dell’istruzione. Ma è un’osservazione facilmente replicabile: sono passati ormai 60 anni da quando Milton Friedman ideava il sistema dei buoni-scuola, grazie al quale il finanziamento dell’istruzione passerebbe per le mani delle famiglie, invece che andare direttamente agli istituti. Mantenendo così l’impianto all’interno della sfera pubblica, ma al contempo premiando la scelta dei singoli e incentivando le scuole a migliorare la propria offerta.

Si potrebbe prendere spunto, in questo senso, dalle free schools americane e anglosassoni, come proposto di recente dall’Istituto Bruno Leoni. Il rischio insito nei monopoli, del resto, è che i prezzi pagati dai consumatori siano eccessivi rispetto al “vero” valore del bene o del servizio prodotto. Ma permettendo alle famiglie di selezionare gli istituti in cui mandare i propri figli, e stabilendo alcuni parametri di efficienza minima al di sotto dei quali gli istituti possano fallire, il giusto “prezzo” potrebbero deciderlo tutti, non più il solo Ministero dell’Istruzione. La democrazia rappresentativa è uno strumento utile, ma non deve contrastare col più elementare dei rasoi di Occam.

A ciò dovrebbe accompagnarsi una flessibilità radicalmente superiore nella scelta dell’offerta formativa da parte dei singoli istituti. Si può discutere sull’esistenza di un nucleo di nozioni e valori che lo Stato sia obbligato ad assicurare, ma al di fuori di questo perimetro dovrebbe essere concessa agli istituti la possibilità di stabilire autonomamente non solo il proprio personale, ma anche orari, modalità e soprattutto contenuti dell’offerta didattica. Lasciamo che domanda e offerta s’incontrino, anche sui programmi. Qualcuno smetterà di studiare Manzoni? Peggio per lui: se farlo è così importante, ne subirà le conseguenze e costringerà suo figlio a farlo. E le scuole che non lo insegneranno, o lo insegneranno male, falliranno.

Si dirà: ma le scuole non sono aziende. Falso. Come ha spiegato ottimamente Francesco Daveri, non solo la scuola è un’azienda (seppure non a scopo di lucro), ma l’output che produce è uno dei servizi più preziosi (e potenzialmente redditizi) che lo Stato offre ai suoi consociati. Per questo, a maggior ragione, i “consumatori” vanno protetti. Sul come si può discutere. Il modello dei buoni-scuola può essere un punto di partenza, ma se ne possono trovare certamente molti altri. Ciò che conta è trovare strategie che premino l’efficienza – non invece i gruppi di pressione… –  e rendano l’offerta concorrenziale.

Può darsi che la Standard Oil fosse un monopolio, qualunque cosa ciò significhi, ma era certamente un’impresa efficiente. La nostra istruzione no: ecco perché ci vorrebbe uno Sherman Act della scuola pubblica. E da qui la mia domanda, neanche troppo provocatoria: perché l’Agcm non dice la sua? Anche se non lo percepiamo, il Leviatano è un monopolista ben più potente e dannoso di qualunque Rockefeller.

Twitter: @glmannheimer

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