Ieri è stato il grande giorno della “Costituzione di Internet”, presentata in pompa magna dalla premiata ditta Boldrini-Rodotà: una garanzia di pericoli in vista. Per la verità, il testo che esce da Montecitorio è molto simile a quello che, lo scorso ottobre, fu sottoposto a una consultazione popolare. Gli italiani hanno avuto sei mesi di tempo per esprimersi sui princìpi altisonanti prodotti dalla premiata ditta, ma non l’ha fatto quasi nessuno. La consultazione è stata un totale flop, ed ecco spiegata la ragione per cui il testo è praticamente lo stesso.

Tra i pochi che, durante quei mesi, provarono comunque a spiegare perché il progetto fosse pericoloso o, nella migliore delle ipotesi, completamente inutile, c’è l’Istituto Bruno Leoni, che produsse un documento per smontare, passo dopo passo, la “Magna charta” (che insulto chiamarla così!). E per un motivo molto semplice: Internet, da un punto di vista giuridico, non è uno spazio “esterno” alla realtà. Se su Internet vengono commesse truffe, non sarà certo una duplicazione di norme a evitarle o a punirle, non più di quanto già non possano e debbano essere evitate e punite dal diritto vigente. La Carta di Internet, al contrario, non fa altro che duplicare principi e valori consolidati sino alla noia nel nostro ordinamento e in quello dei nostri principali partner europei.

Non si capisce, ad esempio, a cosa possa servire ribadire il diritto alla protezione dei dati personali, già stabilito espressamente dall’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e garantito in Italia dall’intero D.Lgs. 196/2003, o i limiti relativi alle intercettazioni delle telecomunicazioni, essendo tale fattispecie già coperta dagli articoli 103, comma 5 e 266 del codice penale; e cosa dire dell’art. 8 sui trattamenti automatizzati, che si limita a ripetere testualmente e pedissequamente quanto disposto dall’art. 14 del Codice della Privacy? L’elenco potrebbe continuare per 12 articoli su 14. In pratica, infatti, l’unico articolo realmente innovativo della Carta è quello sulla net neutrality; peccato che la materia sia assoggettata al diritto dell’Ue e che sul punto si sia espressa la Commissione europea meno di un mese fa. L’autorevole posizione della presidenta, ahinoi, non potrà essere tenuta nella dovuta considerazione.

In realtà, se uno ha la pazienza di sfogliare tutti e 14 gli altisonanti proclama, la ragione per cui a Boldrini e Rodotà importa così tanto regolare Internet emerge chiaramente dall’ultimo articolo, chiamato, emblematicamente, “Governo della rete”. Scoperto l’arcano: la “Costituzione di Internet” ha il compito di proteggere Internet e i suoi utenti dal “potere esercitato da soggetti dotati di maggiore forza economica” (il grassetto è mio). E indovinate chi ci proteggerà? La politica, ovviamente, e secondo un ragionamento che sarebbe eufemistico definire paradossale. Il web è, per stessa ammissione dei costituenti de noantri, un luogo facilmente accessibile, libero e sconfinato, in cui le persone hanno la possibilità di emergere, condividere idee, mettersi in mostra, conoscere mondi impensabili sino a pochi anni fa, il tutto a costi contenuti e di fronte a un pubblico illimitato.

La grande forza di Internet corrisponde esattamente alla ragione per cui una Costituzione è tutto ciò di cui non ha bisogno: si tratta di uno spazio in cui esercitare “potere”, senza che ciò sia scelto in tempo reale dai propri utenti, è semplicemente impossibile. Tutti usano Google, ma nessuno è obbligato a farlo. E se domani Google diventasse a pagamento, o diventasse oggetto di scandali sull’utilizzo che fa dei dati personali, state sicuri che verrebbe presto sostituito da nuovi servizi. Non c’è una regia, ma solo interazioni fra persone libere di scegliere cosa fare, quando e come farlo. Internet è il frutto meraviglioso di un’evoluzione spontanea e libera da poteri forti e tirannie della maggioranza. Se esiste un pericolo alla sua libertà, il suo nome è Laura Boldrini. Giù le mani, presidenta!

Twitter: @glmannheimer

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