Il premier l’ha detto chiaro e tondo: a settembre verrà presentato il (nuovo) piano di revisione della spesa pubblica. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il… consenso elettorale. Ma è pur sempre più saggio mantenere un atteggiamento propositivo che metta il governo alle strette, piuttosto che fornirgli sul piatto d’argento l’occasione di incolpare l’ostilità di noialtri gufi dell’impraticabilità della spending review. A quanto trapela dalle prime indiscrezioni, il grosso dovrebbe essere costituito da un ridimensionamento degli sgravi fiscali. Meglio di niente, ma si potrebbe fare di più. Qualche esempio, il governo potrebbe trarlo dal Regno Unito. È di pochi giorni fa il paragone del Financial Times secondo cui nel 2016 il governo Cameron potrebbe superare (e di parecchio) il record d’incassi dalle privatizzazioni detenuto da Margareth Thatcher: 32 miliardi di sterline contro 20.5, al netto dell’inflazione.

Se Thatcher e il suo Cancelliere dello Scacchiere, Nigel Lawson, si concentrarono su energia e telecomunicazioni, Cameron e Osborne sembrano intenzionati a smantellare le partecipazioni pubbliche di Royal Bank of Scotland (dopo il salvataggio del 2009), Royal Mail, Channel 4 e altre aziende e istituti minori (dopo la vendita della quota pubblica di Eurostar e di parte delle quote di Lloyds).

Certo, durante la crisi il Regno Unito ha avuto la possibilità di svalutare il cambio, traendone qualche vantaggio di cui i Paesi dell’Eurozona non hanno potuto godere. Non solo: la sovranità monetaria ha permesso al governo di salvare gli istituti finanziari, un comparto in il Regno Unito è leader mondiale e il cui fallimento avrebbe potuto generare un crac ancora peggiore di quelli cui ci hanno abituato i piigs durante la fase più acuta della crisi del debito.

Tutto vero. Ma la gestione delle finanze pubbliche del governo Cameron qualche lezione la fornisce comunque. Basta dare un’occhiata alle condizioni delle principali varianti macroeconomiche del Regno Unito alla fine del governo laburista, nel 2010, e alla loro evoluzione durante il governo Cameron, per comprendere come gli effetti della famigerata austerity dipendano spesso dal fatto che quest’ultima venga applicata alle tasche dei cittadini, o invece a quelle dello Stato.

Secondo Eurostat, l’imposta sul reddito d’impresa è calata del 7%, quella sulle persone fisiche del 5%, il deficit del 4.3% e la spesa pubblica del 5.3%. Sommate a questi dati l’effetto delle privatizzazioni e giudicate voi stessi il risultato sul tasso di crescita e su quello di disoccupazione.

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Sicuri che sia (sempre) colpa dell’austerity?

Twitter: @glmannheimer

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