La bolla cinese è esplosa definitivamente, scatenando il panico sui mercati di tutto il mondo. La spiegazione mainstream è che la crisi del dragone dipenda dal rallentamento del Pil. La Cina non cresce più (o meglio: cresce sempre meno), gli investitori perdono fiducia nei suoi titoli e vendono, facendo registrare alla borsa risultati negativi in doppia cifra, che alimentano ulteriormente il panico e le vendite. Facile no? Così com’è facile trovare il colpevole di questa nuova crisi: il Mercato, che anche in questa occasione avrebbe “bruciato” (?!) i risparmi delle famiglie.

Io non sono un economista, ma diffido istintivamente delle spiegazioni semplici ai problemi complessi, specie di fronte a dati di fatto che sembrano testimoniare l’esatto contrario. Nel caso di specie, la ricostruzione di Peter St. Onge, professore alla Feng Chia University di Taiwan, offre alcuni spunti interessanti (la trovate qui). Sgomberando il campo da un primo equivoco.

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Il grafico mostra l’andamento dell’economia cinese negli ultimi vent’anni. Il tasso di crescita è aumentato incessantemente dal 1999 all’esplosione della crisi finanziaria del 2007. Poi il crollo, interrotto solamente da un rialzo nel 2010. Da allora, il tasso di crescita è in costante diminuzione. Perché mai la “bolla” dovrebbe scoppiare proprio adesso?

Abbiamo sentito tutti parlare della bolla immobiliare cinese, precedente a quella finanziaria attuale. Ebbene, non è un mistero che nel 2014 il governo cinese abbia “spinto” (inutile precisare cosa significhi “spingere” nella politica economica cinese) le banche a ridimensionare i prestiti immobiliari, dopo che gli scandali per quartieri e intere città fantasma ne avevano minato integralmente la credibilità. La fine del gioco d’azzardo immobiliare, una delle più grandi e peggiori allocazioni di capitali della storia recente, non è purtroppo coincisa con quella dell’easy money: i tassi non sono aumentati e l’offerta di Renminbi ha continuato a crescere (meno del 2008, ma comunque in modo consistente, anche considerando la contestuale caduta del Pil). A fronte del divieto, imposto dal governo, di offrirli agli speculatori immobiliari, le banche hanno iniziato a prestare tutti quei capitali agli speculatori finanziari. Vi ricorda qualcosa, per caso?

A questo punto, la cosa migliore che potrebbero fare a Shanghai è lasciare che il mercato faccia il suo corso: una volta trovato il “giusto” valore dei suoi titoli (che, ahinoi, non può essere quello stabilito in questi giorni dal governo), gli speculatori non avranno più alcun interesse a drogarli ulteriormente. Ma così faranno un sacco di soldi, direte voi. Può darsi. Ma se l’alternativa è garantirlo, stabilizzando artificialmente il mercato, meglio la prima. Lasciare che l’ago austriaco invisibile faccia il suo dovere causerebbe effetti strutturali molto meno gravi. Per non parlare dell’iniquità di salvare le banche che hanno generato le speculazioni o quegli investitori istituzionali legati a doppio filo col sistema politico cinese, secondo la prassi – purtroppo costante e ingiustamente attribuita al “neoliberismo”, qualunque cosa essa significhi – di privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Se c’è un rischio contagio per le economie occidentali, questo dovrebbe essere valutato alla luce dell’andamento degli ultimi vent’anni, e non di quello degli ultimi sei mesi. Quei soldi, prodotti dal governo cinese per stimolare una crescita che ha prodotto città fantasma prima e speculazioni finanziarie poi, non esistevano prima e non esisteranno al termine dello scoppio della bolla.

L’unica soluzione per evitare le crisi finanziarie è fermare il dirigismo statale sulle valute, lasciando che i prezzi li faccia il mercato. Ci pensi, chi non perde occasione per sostenere la supremazia dell’economia reale sulla finanza: quello cinese è l’ennesimo schiaffo in faccia alle politiche economiche stataliste e alla finanza creativa dei banchieri centrali.

Twitter: @glmannheimer

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