Come sarebbe bello, un mondo senza povertà: chissà quante volte l’avete pensato e sentito dire. Statisti, economisti e missionari ci hanno dedicato vite intere. Muhammad Yunus, leggendario fondatore del “business sociale” e premio Nobel per la pace, ha intitolato così un suo libro di grande successo. Nell’immaginario collettivo è un sogno lontano, un’idea da visionari, da figli dei fiori.

Eppure, ci siamo quasi. La povertà estrema – quella che interessa, secondo gli standard della Banca Mondiale, chi vive con meno di un dollaro al giorno – sta per essere sconfitta. La maggior parte del merito va attribuita alla Cina, dove centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà negli ultimi 30/40 anni. Nel 1970, la percentuale di poveri nell’Asia orientale superava il 60%; oggi non supera il 3%. La drastica diminuzione della povertà in Cina ha ridotto proporzionalmente anche la percentuale mondiale, che dal 27% del 1970 è scesa fino a meno del 5% oggi. E che continua a ridursi, in tutto il mondo e in quasi tutte le nazioni.

Ma il dato più impressionante è un altro. A scendere drammaticamente non è stata solo la percentuale di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno, ma anche il loro numero complessivo. Se tenete in considerazione l’enorme crescita demografica che ha interessato il nostro pianeta negli ultimi 50 anni, è un risultato incredibile: dal 1981 al 2008, il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema è sceso di più di 700 milioni, mentre le persone sulla terra sono diventate due miliardi di più. Con buona pace di Malthus e dei suoi (troppi) seguaci.

Twitter: @glmannheimer

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