Il potere è un fatto relazionale: si fonda sull’esistenza di qualcuno che a quel potere è sottoposto. I rapporti professionali, politici, familiari, economici e perfino sentimentali si basano sull’interdipendenza tra chi ha il potere e chi ne è sottoposto. Ma questo non è l’unico modo di concepire il potere. Susan Strange, celebre studiosa di politica internazionale, dimostrò che ne esiste una forma ancora più efficace: il potere “strutturale”, vale a dire quello di definire le regole del gioco.

Pensate all’ultimo mio post: è più potente Booking o è più potente il Parlamento Federalberghi, che con un tratto di penna può distruggerne da un momento all’altro il modello di business? Chi conosce il mondo del lobbying, la Formula 1 o la teoria dei giochi lo sa bene: dare il massimo può essere una buona strategia, ma stabilire le regole è il modo più efficace per provare a vincere.

Anche il potere strutturale, però, ha i suoi effetti collaterali. Come scrisse la stessa Strange,

se i partecipanti percepiscono che un interesse particolare ha finito per sostituirsi a regole super partes, quello che ne era stato penalizzato rischia di trasformarsi in un simbolo di imparzialità e universalità delle regole per il resto dei partecipanti, determinando un effetto boomerang che rischia di ritorcersi contro chi detiene il potere strutturale.

Oggi, alla Camera, inizia la discussione relativa al disegno di legge sul “negazionismo”, approvato la scorsa settimana in commissione Giustizia. Come riporta Public Policy, il Ddl introdurrebbe l’aggravante di “negazionismo” all’articolo 3 della legge n. 654 del 1975, con cui il Parlamento aveva ratificato la Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, firmata a New York nove anni prima.

L’articolo 3 sanziona (con pene che vanno da sei mesi a quattro anni di carcere) la propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, così come il compimento, l’istigazione o la provocazione di atti violenti basati sulle medesime idee. Il nuovo articolo 3-bis aumenterebbe le pene previste “se la propaganda, la pubblica istigazione e il pubblico incitamento si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah ovvero dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale”. Ci sono almeno tre ragioni per non cedere al facile populismo di questa misura.

La prima è di carattere giuridico. L’articolo 21 della Costituzione stabilisce che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Tutti. Senza eccezione. Anche – e soprattutto – i cretini: altrimenti non si spiegherebbe la legittimità del suffragio universale. Chi l’ha proposta sapeva bene che la norma rischia di essere considerata incostituzionale. E allora sapete cos’ha fatto? L’ha inserita come aggravante e non come reato autonomo, così di fatto schivando la Costituzione. Sì, quella stessa Costituzione che è la-più-bella-del-mondo e che non dev’essere toccata per modificare la struttura del Senato. Ma che, a quanto pare, può essere ignorata per introdurre reati d’opinione.

La seconda ragione è utilitaristica. Come avevo già scritto qui qualche tempo fa su un argomento simile, punendo qualcuno per aver esposto teorie antisemite non elimineremo il tanfo insopportabile di quelle idee  ma, anzi, lo copriremo con il profumo del proibito, attraendo su di esso chi vedrà nella censura una manovra oscurantista e autoritaria e in molti casi finirà per confondere la legittimità del diritto di un idiota di dire ciò che vuole con l’opportunità di dar retta al contenuto delle sue teorie. Né, peraltro, la punizione convincerà quell’idiota della pochezza delle sue idee, anzi.

La terza e ultima ragione è di tipo etico. La libertà di espressione non determina alcuna condivisione con il contenuto di ciò che viene “espresso”, ma solo, appunto, con la libertà di esprimersi, a prescindere dal contenuto. Il fatto che un’opinione sia condivisa dal 99% della popolazione di un Paese non giustifica il fatto che quell’opinione diventi legge. Per un motivo semplice, ma spesso dimenticato: la tutela delle minoranze. Proibire a quell’1% di esprimere la propria opinione, fintanto che essi non commettono effettivamente un qualche illecito che produca un danno concreto a qualcuno, è molto pericoloso. E sapete perché? Perché un domani potrebbe toccare a voi e alle vostre idee.

Se pensiamo di avere ragione, non dobbiamo aver paura di vincere sul campo. Così come è preferibile un colpevole in libertà che un innocente in carcere, allo stesso modo è più pericoloso censurare un idiota che lasciar esprimere un antisemita. Non usiamo la legge per stabilire chi è dalla parte giusta e chi da quella sbagliata della storia: se sostituiamo il nostro potere relazionale con un potere strutturale, rischiamo solo l’effetto boomerang.

Twitter: @glmannheimer

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