Qualche giorno fa, a Piazzapulita, è andato in onda un servizio in diretta da un palazzo di San Giovanni, a Roma. Fino a qualche anno fa, quell’edificio era la sede della direzione generale dell’Inpdap, l’ente pubblico incaricato di fornire assistenza ai dipendenti della pubblica amministrazione. Poi, nel 2012, l’occupazione abusiva di tutti i sette piani del palazzo, che oggi è la casa di 180 famiglie.

Nel servizio, l’inviata intervista uno degli occupanti, il quale, avendo perso il lavoro tre anni fa, ha “dovuto scegliere”: “o vai a vivere sotto i ponti” – ha esordito – “o ti rivolgi a un’associazione come questa, che è in grado di darti un tetto”.

Voi siete fuori legge, teoricamente”, ha ribattuto la giornalista. Eh no: “fuorilegge saranno quelli che si sono presi 200/300 metri di appartamento con vista sul Colosseo e pagano 20 euro”, ha replicato l’occupante. E qui è il caso di fermarsi a ragionare per un attimo.

Frédéric Bastiat diceva che lo Stato è la grande finzione attraverso la quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri. Pensate a questa vicenda. Centinaia di famiglie vivono dentro un immobile non loro, costruito e mantenuto con soldi pubblici (durante l’occupazione, ma anche prima), e giustificano se stesse in quanto l’ente (pubblico) che dovrebbe garantire il rispetto della legalità non solo non è in grado di procurare loro un’abitazione ma, nel frattempo, elargisce locazioni – in altri immobili pubblici – a prezzi “di favore”, a chi invece potrebbe ben permettersi di pagare un affitto.

Da una parte, quindi, abbiamo una persona che ritiene che il comune abbia il dovere di procurargli un’abitazione e che, constatando come ciò non stia avvenendo, ritiene che occupare un edificio pubblico sia un modo legittimo di soddisfare il proprio corrispondente diritto; dall’altra un ente pubblico che si assume l’onere di dover provvedere a garantire il “diritto alla casa”, ma non è in grado di farlo, e pertanto chiude un occhio di fronte alle occupazioni abusive. Tanto che in fondo, in chi dovrebbe sgomberare quell’edificio e non lo fa, c’è probabilmente anche un malcelato senso di colpa.

Si potrebbe pensare che, in fondo, l’occupazione sia una buona soluzione: l’immobile era comunque in disuso e gli occupanti l’hanno trasformato in una struttura in grado di ospitare centinaia di famiglie. E nella miopia di questo paese in cui la legge è un orpello per conquistare voti a nessuno viene in mente che, in realtà hanno tutti torto: gli occupanti, il comune, e i beneficiari di Affittopoli. Hanno tutti torto, e torto marcio. Si dirà: ma torto nei confronti di chi?

Torto ai contribuenti, che lavorano ogni giorno per pagarsi un tetto sotto il quale vivere, e in più sono costretti a finanziare tutti gli attori di questo triste spettacolo: sia le bollette delle case occupate (oltre 300 solo nel centro di Roma), sia i mancati introiti (e le conseguenti spese aggiuntive) degli appartamenti affittati a 20 euro dal comune agli amici degli amici. Il tutto mentre i conti di Roma segnano una voragine continua. Ma, soprattutto, torto alle migliaia di persone iscritte alle graduatorie per le case popolari che non occupano le case e restano sotto i ponti. Un sistema perverso, una vera e propria legge della giungla.

C’è poi un altro dettaglio inquietante in questa vicenda, ed è il richiamo all’“associazione” fatto dall’intervistato nel servizio di Piazzapulita. Cosa s’intende per associazione? Come ha raccontato Antonio Crispino sul Corriere della Sera, il sistema delle occupazioni romane non è più il frutto spontaneo del disagio sociale, ma è ormai un vero e proprio business. Esistono organizzazioni che monitorano le sentenze di sfratto e propongono agli sfrattati un affitto “a canone agevolato”; con il minuscolo dettaglio che l’appartamento da affittare è di un immobile occupato o da occupare. Queste organizzazioni gestiscono tutto, dal trasloco alle pressioni esercitate su politici e amministratori locali per ottenere un condono o una sanatoria. “A Roma ogni quartiere ha la sua gestione”, racconta uno degli inquilini dell’ex sede dell’Inpdap al Corriere. E anche nel racket delle occupazioni ci sono vere e proprie graduatorie per ottenere le case, basate sulla partecipazione a cortei, manifestazioni e picchetti organizzati dai movimenti per la casa.

Si dice che a Cuba tutti, per sopravvivere, abbiano tutti sempre avuto un secondo lavoro in nero, parallelo e teoricamente illegale, e che, nei decenni, il regime abbia sempre tollerato questo enorme mercato nero, per evitare che riconoscerlo potesse mettere in discussione l’efficacia dell’economia socialista. Pensiamoci, quando ci illudiamo di essere tanto diversi. Da noi, migliaia di persone soffrono ogni giorno, stretti in un abbraccio mortale tra la fiducia cieca nello Stato e nella sua capacità di garantire il “diritto alla casa”, da una parte, e la prepotenza di chi quel diritto lo rivendica al punto di prenderselo con la forza, in barba alle regole e al rispetto del corrispondente diritto altrui, dall’altra, senza che il suddetto Stato faccia nulla per impedirlo.

Twitter: @glmannheimer

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