Che gli stati abbiano la pessima abitudine di appropriarsi non solo dei profitti, ma perfino del merito dell’innovazione che viene prodotta sul loro territorio non è certo una novità: basti pensare alla Silicon Valley o alla Cina odierna. Nella Svezia della prima metà del novecento (ben diversa da quella di oggi), lo stato inventò perfino un termine (snilleindustrierna, letteralmente “imprese geniali”) per definire il suo armamentario di campioni tecnologici (Ericsson, SKF, AGA, Electrolux).

Oggi, innovazione significa – anche e soprattutto – sharing economy. Nell’Italia di oggi, di piattaforme collaborative di successo – purtroppo – ce ne sono pochine, per ragioni che tutti conosciamo e con conseguenze nefaste per la nostra economia, e quindi anche per la sua capacità di sostenere uno Stato che assorbe il 65% dei profitti da essa generati. E così, l’Italia ha finito per conquistare il suo primato su un piano ben più conforme alla natura del nostro paese e amaramente significativo: siamo stati i primi in Europa ad avere presentato un’iniziativa legislativa per regolamentare e tassare la sharing economy.

A dirla tutta, la proposta di legge presentata dall’Intergruppo parlamentare sull’innovazione – aperta a una consultazione pubblica che durerà fino al 31 maggio 2016 – non è nemmeno malvagia. Come giustamente fatto notare altrove (qui e qui, ad esempio), promuovere l’innovazione a colpi di burocrazia non è certo un’idea lungimirante. Prevedere che le piattaforme debbano agire come sostituti d’imposta per i propri utenti è un impedimento burocratico notevole, per una startup senza soldi, senza tempo e coi venture capitalist alla porta, così come – e a maggior ragione – lo è l’obbligo di iscriversi al registro tenuto dall’Agcm, o quello di presentare un documento di policy che ne chiarisca i termini di servizio. E cosa dire dell’incombenza di dover garantire la copertura assicurativa dei propri utenti?

E tuttavia, dicevamo, la proposta in sé non è malvagia, soprattutto se, come sostenuto dai suoi estensori, le sue previsioni non avranno effetti o ripercussioni per chi deciderà di restare al di fuori del perimetro della norma, nella neve fresca della permissionless innovation. Vale a dire che la legge dovrebbe essere un pacchetto completo, ma facoltativo: chi vuole si iscrive e prende oneri e onori, chi non vuole resta fuori senza penalizzazioni. Se è davvero così, i proponenti farebbero bene a metterlo nero su bianco; viceversa, il sospetto è che i tribunali ci metterebbero ben poco a interpretare diversamente la norma.

Ciò detto, è il caso di soffermarci sul fatto che, invece di intervenire sugli ostacoli legali, fiscali e regolamentari alla nascita e allo sviluppo di imprese innovative, il vanto delle nostre politiche in materia sia quello di essere i primi a regolarle, definirle, tassarle. In una parola: intralciarle.

Twitter: @glmannheimer

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