{"id":313,"date":"2015-03-12T17:58:33","date_gmt":"2015-03-12T17:58:33","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/manti\/?p=313"},"modified":"2015-03-12T18:02:33","modified_gmt":"2015-03-12T18:02:33","slug":"la-ndrangheta-banchetta-lo-stato-balbetta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/manti\/2015\/03\/12\/la-ndrangheta-banchetta-lo-stato-balbetta\/","title":{"rendered":"La &#8216;ndrangheta banchetta, lo Stato balbetta"},"content":{"rendered":"<p>La \u2018ndrangheta \u00e8 il primo gruppo industriale del Paese. L\u2019inquietante conferma arriva dalle due inchieste della Guardia di finanza e della Dia: le indagini delle Fiamme gialle in Calabria hanno portato all\u2019arresto di undici esponenti del clan Piromalli, una delle famiglie storiche della \u2019ndrangheta di Gioia Tauro, al sequestro del pi\u00f9 grande centro commerciale calabrese e di altri beni per un valore di 210 milioni di euro. Le indagini della Dia a Roma hanno consentito di scoprire l\u2019ennesima intestazione fittizia di beni. A finire agli arresti domiciliari \u00e8 Salvatore Lania, un imprenditore calabrese gi\u00e0 finito in alcune inchieste, tra cui quella che qualche anno fa port\u00f2 al sequestro dello storico locale della Capitale, il Caf\u00e8 de Paris in via Veneto, finito in mano alla cosca Alvaro di Sinopoli. I ristoranti nel cuore di Roma La Rotonda e Er Faciolaro, vicini al Pantheon, erano intestate a suoi parenti o a suoi dipendenti mentre Lania, a fronte di una vita da nababbo, dichiarava redditi al fisco vicini alla soglia di povert\u00e0. \u00abAppare evidente la sproporzionalit\u00e0 tra redditi e acquisti \u2013 scrive il gip di Roma, Gaspare Sturzo \u2013 circostanza che fa emergere \u00abchiari dubbi sulla legittima provenienza della liquidit\u00e0 utilizzata<\/p>\n<p>A unire le due operazioni \u00e8 la famiglia Piromalli, uscita vincitrice dalla faida di Gioia Tauro che l\u2019ha vista contrapposta alla cosca dei Mol\u00e8. \u00c8 come ai tempi delle guerre di mafia: gli storici alleati improvvisamente diventano acerrimi nemici, e la parola torna al piombo. Anche l\u2019imprenditore campano di origine, Alfonso Annunziata, che aveva realizzato l\u2019omonimo centro commerciale era un \u201cnemico\u201d dei Piromalli. E sono una stretta di mano con il capo cosca gli ha consentito di tornare in Calabria e di fare affari con i soldi delle ndrine, agendo \u2013 come spesso capita da quelle parti \u2013 come assoluto e insuperabile monopolista. Insomma, il suo iniziale ruolo di vittima delle estorsioni si \u00e8 poi trasformato nel tempo in un \u00abchiaro rapporto simbiotico\u00bb con indiscutibili vantaggi, come scrivono gli inquirenti.<\/p>\n<p>Intercettato mentre raccontava ai suoi congiunti ed al suo commercialista vari episodi del passato, \u00e8 stato lo stesso Annunziata a rivelare che i suoi primi rapporti con l\u2019allora capocosca latitante Giuseppe Piromalli, 94 anni, iniziarono a met\u00e0 degli anni \u201980, quando da ex ambulante di abbigliamento nei mercati rionali si trasforma in negoziante nel cuore di Gioia Tauro. I primi attentati lo fanno allontanare, solo il consenso del vecchio patriarca d\u00e0 il via libera al suo ritorno e alla scalata, con la nascita del centro commerciale. Il rapporto \u00e8 simbiotico perch\u00e9, secondo le indagini, a fronte del pressing delle cosche sulla pubblica amministrazione che avvantaggiava Annunziata, i clan avevano in mano una holding da oltre 200 milioni di euro, con buona pace della normativa antimafia, allegramente aggirata. Chi voleva entrare nel centro commerciale doveva parlare con lui: non per discutere di contratti o di accordi commerciali, ma per avere garanzie sul fatto che le mafie fossero della partita. Ed \u00e8 qui che si configura \u00abil suo fattivo contributo quale referente della \u2019ndrangheta locale\u00bb. Annunziata, secondo le indagini, non poteva decidere alcunch\u00e9, neppure la ditta cui affidare i lavori \u00abin quanto tale decisione era appannaggio esclusivo della locale malavita, non per mera e semplice imposizione mafiosa, ma nella piena compartecipazione alle scelte strategiche della cosca Piromalli, attesa la consapevolezza che il progetto imprenditoriale fosse una loro creatura\u00bb, scrivono gli inquirenti. Una circostanza che sarebbe dimostrata dalla disponibilit\u00e0 di numerosi appezzamenti di terreno nella zona circostante il centro commerciale adiacente allo svincolo autostradale di Gioia Tauro.<\/p>\n<p>Un affare sporco di sangue se \u00e8 vero, come ritengono gli investigatori, che proprio gli affari del centro avrebbero scatenato la faida Piromalli-Mol\u00e8, culminata con l\u2019omicidio di Rocco Mol\u00e8 nel 2008. Ma C\u2019\u00e8 anche un altro omicidio, un vero e proprio cold case, che ha risvegliato l\u2019interesse della Procura. Si tratta della morte del barone Livio Musco, ritrovato ucciso con un colpo di pistola calibro 6,35 alla testa nella sua abitazione di Gioia Tauro nel marzo 2013. La sua famiglia era proprietaria dei terreni dove \u00e8 stato costruito il centro. Musco era il figlio del generale del Sifar, Ettore Musco, a sua volta erede di una famiglia di feudatari di stirpe borbonica giunta in Calabria per avere ricevuto dal re di Napoli, in compenso delle loro prestazioni militari, centinaia di ettari di fondi agricoli. Forse Musco si \u00e8 opposto agli affari dei Piromalli? \u00abPosso solo dire che l\u2019indagine \u00e8 in corso\u00bb, ha risposto laconicamente il procuratore capo della Procura di Reggio Federico Cafiero de Raho.<\/p>\n<p>Alla \u2018ndrangheta, lo abbiamo gi\u00e0 scritto in mille salse, bar, ristoranti e la grande distribuzione in generale fanno gola perch\u00e9 circola molto contante ed \u00e8 facile fare autoriciclaggio. Secondo Coldiretti sarebbero almeno 5milai locali della ristorazione nelle mani della mafia. \u00abCi sono attivit\u00e0 \u201cpulite\u201d che si affiancano a quelle \u201csporche\u201d \u2013 dice Coldiretti \u2013 che consentono alle prime di sopravvivere\u00bb grazie agli introiti in nero. Chi vive grazie agli incassi del sommerso da riciclare, aggiungo io, fa dumping, cio\u00e8 concorrenza sleale, ammazzando il mercato e mortificando i competitor. Alle cosche fanno gola aziende agricole, centri commerciali, supermercati, settore agroalimentare e ristorazione. Esercizi dove gira molto contante. E non \u00e8 un caso se, soprattutto a Roma, la \u2018ndrangheta spadroneggia, come dimostra l\u2019inchiesta romana. Secondo il presidente della Fipe-Confcommercio Roma, Fabio Spada \u00abc\u2019\u00e8 da restare sconcertati dalla facilit\u00e0 con cui la criminalit\u00e0 si inserisce all\u2019interno del comparto della ristorazione romana. Ma non siamo tutti espressione di infiltrazioni criminali, al contrario, per questo siamo i primi a volere che si faccia luce su questi eventi che deprimono e sviliscono il commercio del nostro territorio\u00bb. Insomma, \u00e8 la conferma che la ristorazione, come scrive Libera, si conferma la grande \u00ablavanderia Italia\u00bb dove riciclare e ripulire i soldi sporchi.<\/p>\n<p>Ovviamente i paladini della sedicente antimafia sono scattati all\u2019unisono, pronti a spellarsi le mani davanti alle due operazioni. Su tutti si segnala, come spesso succede, il presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi: \u00abl\u2019impegno dello Stato deve puntare a gestire bene le imprese sequestrate, per rimettere sul mercato libere da ogni condizionamento e in grado di diventare un volano di ricchezza pulita per tutta la comunit\u00e0\u00bb. Una corbelleria, per usare un termine nobile. Ma la Bindi non ci sente, e nemmeno la Cgil: \u00abRilanciamo la nostra proposta sull\u2019Agenzia nazionale, sulle confische e sui sequestri per tutelare concretamente i lavoratori che, come nel caso delle aziende del parco commerciale, rischiano di perdere il posto di lavoro ed il salario\u00bb. Queste attivit\u00e0 prosperano perch\u00e9 fanno dumping. Se si allineassero al mercato fallirebbero. E lo Stato con loro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>La \u2018ndrangheta \u00e8 il primo gruppo industriale del Paese. L\u2019inquietante conferma arriva dalle due inchieste della Guardia di finanza e della Dia: le indagini delle Fiamme gialle in Calabria hanno portato all\u2019arresto di undici esponenti del clan Piromalli, una delle famiglie storiche della \u2019ndrangheta di Gioia Tauro, al sequestro del pi\u00f9 grande centro commerciale calabrese e di altri beni per un valore di 210 milioni di euro. 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