{"id":507,"date":"2015-10-08T15:00:35","date_gmt":"2015-10-08T15:00:35","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/manti\/?p=507"},"modified":"2015-10-08T19:04:16","modified_gmt":"2015-10-08T19:04:16","slug":"il-rampollo-iamonte-sulle-orme-del-nonno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/manti\/2015\/10\/08\/il-rampollo-iamonte-sulle-orme-del-nonno\/","title":{"rendered":"Il triste presagio del rampollo Iamonte"},"content":{"rendered":"<p>Dovevo aspettarmelo, che prima o poi sarebbe successo. Nella retata che a Melito Porto Salvo ha portato a 10 arresti di presunti affiliati alla cosca Iamonte c&#8217;\u00e8 anche Natale Iamonte, giovane rampollo della famiglia che io &#8211; adesso posso rivelarlo &#8211; intervistai ormai sette anni fa di questi tempi (era esattamentel&#8217;11 ottobre 2008) senza rivelarne il nome per il libro <em>O mia bella Madu&#8217;drina<\/em> edito da Aliberti e scritto con il bravissimo collega calabrese <a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/giornalista?fref=ts\">Antonino Monteleone<\/a> inviato di La7, che la &#8216;ndrangheta la conosce meglio di me per averla combattuta di persona.<\/p>\n<p>Le indagini per arrestare il giovane Natale Iamonte, omonimo del boss classe 1927, sono partite da un pentito, che dopo essere stato arrestato ha rivelato le trame della potentissima cosca e i suoi rapporti con gli imprenditori e i politici. Che Natale Iamonte sia un mammasantissima \u00e8 acclarato. Faceva parte della Santa, la supercupola che per anni ha fatto il bello e il cattivo tempo in Calabria. Per la cronaca \u00e8 stato arrestato a Milano il 22 novembre del 1993 in un appartamento di via Ruccellai al confine tra il capoluogo lombardo e Sesto San Giovanni e sottoposto al carcere duro dopo essere stato mandato al confino a Desio, dove la sua cosca si \u00e8 poi ramificata. Ma \u00e8 uscito dal carcere pi\u00f9 o meno un anno fa per motivi di salute, una sorte che a boss come <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/manti\/2015\/09\/24\/se-il-41bis-serve-a-salvare-la-vita-di-provenzano\/\">Bernardo Provenzano<\/a> o <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/manti\/2015\/10\/05\/la-morte-del-boss-malato-e-lo-scontro-sul-41bis\/\">Pantaleone Mancuso detto <em>vetrinetta <\/em><\/a>non \u00e8 stato concesso. Ed \u00e8 morto nel suo letto il 2 febbraio di quest&#8217;anno. Cinque dei suoi figli (Antonino, Carmelo, Remingo, Vincenzo e Giuseppe) sono ancora in galera.<\/p>\n<p>Secondo la letteratura giudiziaria l&#8217;ex macellaio Iamonte avrebbe ucciso con le sue mani il rivale Giuseppe Trimarchi e avrebbe cos\u00ec conquistato la poltrona di boss del paese jonico. L&#8217;inizio di una faida con oltre trenta tra omicidi e tentati omicidi imputati alla sua cosca. In una zona diventata improvvisamente ricca grazie alla Liquilchimica, un progetto da 300 miliardi di lire. Ma la struttura non divenne mai operativa perch\u00e9 fu costruito su un terreno non idoneo, soggetto a smottamenti, malgrado le attenzioni dell&#8217;ingegnere civile locale che mor\u00ec in un incidente d&#8217;auto, come ho gi\u00e0 scritto <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/manti\/2014\/03\/31\/la-maschera-di-ferro\/\">qui<\/a>, le cui trame si intrecciano con i moti di Reggio Calabria, quando la citt\u00e0 \u2013 aizzata anche da qualche boss della &#8216;ndrangheta in erba armato fino ai denti pronto a fare la guerra allo Stato \u2013 insorse contro l\u2019attribuzione del capoluogo di provincia a Catanzaro. \u00c8 vicino alla Liquilchimica infatti che \u00e8 sepolta la nave Laura Couselich o Laura C carica di rifornimenti salpata dal porto di Venezia nel 1941 e affondata da un sommergibile inglese sul fondo sabbioso di Saline Joniche con almeno 1.500 tonnellate di tritolo. Un supermercato per mafia, camorra e Sacra Corona Unita, tanto che qualcuno sostiene che l\u2019esplosivo usato per via d\u2019Amelio e addirittura <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/manti\/2014\/11\/28\/la-firma-della-ndrangheta-dietro-la-morte-di-falcone\/\">per la strage di Capaci <\/a>arrivi da qui. Solo nel 2003 (otto anni dopo) il genio militare per la Marina cementifica le stive. Per\u00f2 nel 2004 spuntano tre panetti di tritolo nascosti in un bagno di Palazzo San Giorgio a Reggio Calabria, per gli inquirenti \u00e8 un attentato intimidatorio contro Giuseppe Scopelliti, allora ancora sindaco di Reggio. E ancora qualche tempo fa una parte di quell&#8217;esplosivo <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/manti\/2014\/04\/09\/la-dolce-vita-dei-balordi\/\">\u00e8 tornata ad accendere<\/a> la lunga notte della citt\u00e0.<\/p>\n<p>E non \u00e8 un caso che Iamonte sia anche il boss che avrebbe fatto campagna elettorale (anche se non fu mai dimostrato) per l&#8217;ex leader socialista Giacomo Mancini, come dissero cinque pentiti tra cui due gole profonde storiche: Giacomo Lauro e Filippo Barreca, che ai pm dir\u00e0: \u00abL\u2019onorevole Mancini, nell\u2019anno 1980 o 1981, si incontr\u00f2 a Caracciolina (una frazione di Montebello Jonico) con Natale Iamonte\u00bb. In cambio Mancini sarebbe intervenuto presso la Corte d\u2019Appello di Bari per mediare la posizione processuale d uno dei figli di don Natale, Giuseppe Iamonte, in carcere perch\u00e9 accusato dell\u2019assassinio di Domenico Artuso. L\u2019altro pentito, Giacomo Lauro, disse: \u00abIn carcere ho saputo da Ettore Bilardi (imputato con Giuseppe Iamonte dell\u2019omicidio Artuso) che Mancini, il primo uomo politico nazionale ad essere accusato del reato di concorso esterno in associazione mafiosa, doveva aggiustare il processo\u00bb. L&#8217;ultraottantenne politico venne assolto \u00abperch\u00e9 il fatto non sussiste\u00bb dal gup Vincenzo Calderazzo dopo tre ore e cinquanta minuti di camera di consiglio.<\/p>\n<p>Insomma, gli Iamonte sono una famiglia storica della &#8216;ndrangheta calabrese. Non so se il nipote Natale aveva in animo di seguire le orme del nonno. A me, per quello che vale, aveva detto il contrario. Ma aveva anche detto delle cose interessanti sui pentiti, lui che di un pentito \u00e8 rimasto &#8220;vittima&#8221;. Per chi avesse voglia, ecco l&#8217;estratto dal capitolo. Rileggere le cose che dice a distanza di qualche anno fa un certo effetto, suonano come un macabro presagio. Ho messo in neretto le frasi che mi hanno colpito.<\/p>\n<p><em>Mi hanno suggerito un nome e un cognome. Lui non ha neanche trent\u2019anni, ma appartiene a una delle cosche pi\u00f9 feroci e influenti della Lombardia. Mercoled\u00ec 6 ottobre, alle 13.35, gli invio questo sms: \u00abSono un giornalista del \u201cGiornale\u201d di Feltri, mi chiamo Felice Manti e vorrei scambiare due chiacchiere con Lei per un libro che sto scrivendo. Sto a Milano, mi dica dove e quando. Se le va, possiamo incontrarci\u00bb. Lui mi risponde alle 14.48, mi dice che \u00e8 a Roma e che non saprebbe come aiutarmi. Rispondo alle 14.51: \u00abSe passa da Milano si faccia vivo comunque. Grazie\u00bb. Ok, occasione persa. Sono stato male informato. E invece no. Sono le 14.42 di domenica 10 ottobre. Mi scrive: \u00abBuongiorno, sono a Milano fino a domani sera\u00bb. \u00abBene. Domani alle 11 le va bene? Mi dica dove o quando a lei fa pi\u00f9 comodo\u00bb. Al mattino non pu\u00f2. Poi scoprir\u00f2 il perch\u00e9: deve andare in carcere a trovare un suo parente. \u00abDomani non riesco a liberarmi prima delle 6 di pomeriggio. Per il dove mi dica lei, per me \u00e8 uguale\u00bb.<\/em><br \/>\n<em>Alla fine concordiamo dietro la sede del \u00abGiornale\u00bb. \u00abSei e mezza, via Dante, angolo via Meravigli\u00bb. \u00abOk, a domani\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><strong>Luned\u00ec 11 ottobre, ore 16.32<\/strong><\/p>\n<p><em>Sono passato dal luogo dell\u2019appuntamento due o tre volte. Addosso mi sento una gran cazzo di paura. Un musicista sudamericano accende la sua pianola e solfeggia. Se penso che questa potrebbe essere la colonna sonora della mia fine mi viene da ridere. E mi faccio coraggio. Passo e ripasso davanti all\u2019incrocio: cerco uno sguardo simile al mio. Rigorosamente coperto dagli occhiali da sole. Forse perch\u00e9 penso di fargli paura. Rido ascoltando il flauto di Pan. Rido, ma ho paura.<\/em><br \/>\n<strong>Ore 17.06<\/strong><br \/>\n<em>Per fortuna squilla il telefono. Parlo del libro e sparo cazzate per alleggerire la tensione. Chiamo un ex collega che deve riferirmi l\u2019esito di un incontro romano. Mi dice che stava per non rispondermi, che il mio numero non \u00e8 agganciato alla sua rubrica. Sono intercettato? Boh, forse. E non da ieri. Ogni tanto, quando certe conversazioni si spostano su terreni scivolosi, parlo come se avessi un maresciallo davanti a me, all\u2019ascolto. E m\u2019improvviso pompiere.<\/em><br \/>\n<strong>Ore 17.23<\/strong><br \/>\n<em>Il tempo non passa. Manca ancora un\u2019ora all\u2019appuntamento e io non sono pronto. Se non mi ammazza lui, lo faranno le sigarette che mi hanno quasi ingiallito le dita. In compenso, deambulo senza meta e credo di essermi fatto nuovi amici. Uno fuma un sigaraccio pestilenziale. Alto, magro, capelli lunghi e baffetto alla D\u2019Artagnan. Quello che pare il capo ha i capelli brizzolati e lunghi, occhiali colorati e la faccia di un attore anni Settanta. Sembrano sbirri, chiss\u00e0. Eccoli di nuovo. Siccome non mi va di sentirmi come un topo, provo a fare il gatto e lo seguo. Eccolo l\u00ec, anzi eccoli. Seduti al bar a bere. <\/em>(&#8230;)<br \/>\n<strong>Ore 18.33.<\/strong><br \/>\n<em>Merda. Un suo sms, ha quindici minuti di ritardo. Rispondo con un diplomatico \u00abNo problem\u00bb. Per\u00f2 no problem un cazzo. Devo stare calmo. Basta fumare. Ho la sensazione che sia gi\u00e0 qui, che sia venuto a studiarmi. Penso a mia moglie che mi aspetta a casa e che non sa di quest\u2019incontro. E se\u2026 Minchia, che film che mi sto facendo.<\/em> (&#8230;)<em> E mi sto pisciando addosso. Mi accorgo di non avere pi\u00f9 paura, ma la curiosit\u00e0 \u00e8 forte. Che faccia ha il rampollo di una famiglia di \u2019ndrangheta? Resisto alla tentazione di inviargli un altro sms per sapere dov\u2019\u00e8. Aspetto.<\/em><br \/>\n<strong>Ore 18.55<\/strong><br \/>\n<em>Sms: \u00abArrivato\u00bb. Gli rispondo subito: \u00abGiubbotto verde, occhiali neri\u00bb. L\u2019ho visto. \u00c8 dall\u2019altra parte della strada, ha una giacca bianca. Un po\u2019 leggerino per il freddo che si \u00e8 alzato improvvisamente a Milano. Gli stringo la mano, mi accendo una sigaretta e facciamo due passi. A grandi falcate arriviamo in un bar. Uno dei proprietari \u00e8 di un paese vicino al suo, l\u2019ho portato qui per farlo giocare in casa. Lui si schernisce, sembra stupito. Una coca e una spremuta d\u2019arancia. Lo guardo in faccia, lo scruto. Carnagione scura, occhiali grandi, gel nei capelli. Al collo non ha un crocefisso, ma una medaglietta un po\u2019 sbiadita. Penso che sia un simbolo di famiglia, ma preferisco glissare. Gli chiedo di poter registrare l\u2019intervista, lui ovviamente nega. Ci ho provato. Spengo il telefono e cominciamo a parlare.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abIo non so niente e non voglio centrarci niente\u00bb, esordisce. Gli spiego del libro sulla \u2019ndrangheta e ogni volta che parlo delle cosche non so se dire \u00abvoi\u00bb o \u00abloro\u00bb. Lui mi toglie dall\u2019imbarazzo. \u00abMio padre \u00e8 in galera per il reato di associazione a delinquere. Punto. Non \u00e8 accusato di nient\u2019altro. Nessun reato, fine\u00bb. Ok, \u00e8 prassi. Provo a entrare in confidenza con lui, gli rivelo alcune mie scoperte, faccio nomi. Lui non si scompone. Sembra un ragazzo normale a dispetto dell\u2019incredibile pedigree criminale accreditato alla sua famiglia. Qui, tra Milano e la Brianza, il suo cognome fa paura. Parla sempre dei suoi, dietro le sbarre. Accusa i magistrati di costruire castelli in aria e di mescolare leggende su leggende: Tanto c\u2019\u00e8 sempre lo scudo dell\u2019associazione a delinquere di stampo mafioso che li tiene in galera. I miei parenti sono stati accusati di tutto, anche di omicidi commessi lontano dalla zona che controllerebbero. Lei sa meglio di me che non \u00e8 possibile uccidere qualcuno in un territorio che non \u00e8 di competenza. Lo dicono gli stessi pm, no? <strong>E i pentiti? Basta accusare qualcuno, fare i titoloni sui giornali e mettere la gente in galera.<\/strong> Poi dopo tre, quattro, anche sette anni ci sono le assoluzioni che per\u00f2 finiscono in quattro righe. Intanto la gente \u00e8 in carcere. Non un carcere normale. Un carcere duro. Lei ha la minima idea di cosa vuol dire? No? Glielo racconto io.<\/em><\/p>\n<p><em>Mi rivela che ha fatto tardi perch\u00e9 \u00e8 andato a trovare un parente detenuto a Milano. Regime da 41 bis, ovviamente, come conviene al calibro del personaggio: Alla sua et\u00e0 di solito la gente \u00e8 fuori. Lui no. \u00c8 dentro da diciassette anni. Diciassette anni di carcere duro. Vuol dire un\u2019ora d\u2019aria al giorno in quattro metri quadri. Punto. Nessun contatto con l\u2019esterno, tranne noi. E ora che \u00e8 a Milano va anche bene. Una volta era rinchiuso a Pianosa. Io ero piccolo, avr\u00f2 avuto tredici anni. Ma quella volta me la ricordo bene. Siamo arrivati in nave dalla Puglia, il viaggio \u00e8 durato tantissimo. Io sono partito dalla Calabria e lei sa che cosa vuol dire viaggiare dalla Calabria, in macchina o in treno, vero?<\/em><\/p>\n<p><em>Annuisco.<\/em><\/p>\n<p><em>Arrivati l\u00ec, ci hanno chiuso in uno stanzone per un paio d\u2019ore, ci hanno perquisiti e ci hanno fatto aspettare un\u2019altra un\u2019ora. Poi c\u2019\u00e8 stato il colloquio, che le risparmio. L\u2019ho visto completamente perso, allora meno di oggi. Sa cos\u2019\u00e8 la fame d\u2019aria? \u00c8 quella cosa che ti prende gi\u00e0 dopo tre, quattro mesi che stai l\u00ec dentro. \u00c8 una patologia, \u00e8 una cosa che ti rincoglionisce. Non hai idea di quello che sta succedendo l\u00e0 fuori. Se dovesse uscire domani, ma non succeder\u00e0, non avrebbe idea di niente. Facebook, internet, i cellulari di ultima generazione. Niente. Non sapi nenti. E non potr\u00e0 nemmeno mettersi a lavorare, visto che ormai \u00e8 marchiato a fuoco. La nostra visita \u00e8 stata ed \u00e8 l\u2019unico contatto vero con l\u2019esterno. Ecco perch\u00e9 non ha mai saputo di quello che ci hanno fatto a Pianosa. Dopo.<\/em><\/p>\n<p><em>Tradisco palesemente la mia curiosit\u00e0 aggrottando le ciglia. Dopo la visita ci hanno messo in un altro stanzone. Senza sedie. Con noi c\u2019era una famiglia siciliana. Avevano tutto: sedie, coperte, roba da mangiare. Noi niente perch\u00e9 non sapevamo niente. Si accampano come se dovessero stare l\u00ec per ore. Ricordo che la signora aveva iniziato a mangiare. Io la guardavo incuriosito e lei mi disse: \u201cNe vuoi? Mangia qualcosa, toh\u201d. Ovviamente non accettai, ma lei insistette. \u201cMangia. Mangia\u201d. Poi, rivolta a mia madre, dice: \u201cSignora, dica a suo figlio di mangiare qualcosa. Che qua non sappiamo quando ce ne andiamo\u201d. Come in effetti \u00e8 successo. Sei ore siamo stati l\u00ec. Prigionieri anche noi. Sei ore senza sapere se e quando ci avrebbero riportati a terra. Non ho mai rivelato questo episodio al mio parente in carcere, altrimenti non ci avrebbe pi\u00f9 fatto andare a trovarlo. Questo \u00e8 lo Stato. Che tratta i familiari come criminali&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>Il suo sfogo spiazza: mettere la \u2019ndrangheta e lo Stato sullo stesso piano \u00e8 un\u2019operazione ardita, le circostanze che lui racconta non sono verificabili. Lui insiste. \u00abVoi giornalisti siete buoni soltanto a scrivere le cose che vi dicono i magistrati. Tanto chi vi smentisce, loro?\u00bb afferma passando a darmi del tu. \u00abSecondo te \u00e8 normale che un assassino dopo dieci anni \u00e8 a spasso, e un presunto mafioso che non ha commesso reati, ma che ha il 416 bis, non esca mai dal carcere duro?\u00bb Sembra avermi letto nel pensiero, gli do corda.<\/em><\/p>\n<p><em>Paghiamo la coca e la spremuta, 12,50 euro. Un furto con scasso, dico. Lui sorride. Ci accendiamo la sigaretta per fare due passi. Il ghiaccio ormai \u00e8 rotto, e credo di essermi conquistato la sua fiducia. Mi racconta un altro episodio. Un\u2019estate era stato fermato dalla polizia sulla spiaggia per un paio di moto d\u2019acqua che si erano avvicinate troppo alla riva. Il giorno dopo la notizia era su tutti i quotidiani locali. Lui veniva definito \u00abil rampollo\u00bb. \u00abQuando vado in Calabria, ormai solo durante le vacanze, devo comportarmi benissimo. Mi allaccio le cinture, vado piano, parcheggio bene\u00bb. Sembra quasi una forzatura dell\u2019indole criminale, portata a sfidare sempre e comunque le regole della societ\u00e0 che contrastano con le regole della comunit\u00e0. Quella mafiosa, quella in cui \u00e8 nato. Lui non ci sta: <strong>Qualsiasi cosa faccia, sono e resto figlio e nipote di mafiosi. Anche se non ho fatto niente. Anche se i miei non hanno fatto niente. Lo hanno dimostrato i processi, anche se coi tempi della giustizia italiana. Basterebbe la parola di un pentito, imbeccato dai magistrati o da qualche mafioso, e finirei in galera come mio padre e mio nonno. Con il carcere duro e l\u2019associazione a delinquere non avrei scampo. E dunque mi comporto secondo la legge.<\/strong> <\/em><\/p>\n<p><em>Condannato dal suo cognome. Ci lasciamo cos\u00ec, dopo un\u2019ora, con un\u2019altra stretta di mano davanti alle poste di piazza Cordusio. Arriva un sms dall\u2019amico che lo ha accompagnato all\u2019appuntamento con me. Mi chiede: \u00abLe scriverai queste cose sul suo libro?\u00bb E se ne va senza attendere risposta.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Dovevo aspettarmelo, che prima o poi sarebbe successo. Nella retata che a Melito Porto Salvo ha portato a 10 arresti di presunti affiliati alla cosca Iamonte c&#8217;\u00e8 anche Natale Iamonte, giovane rampollo della famiglia che io &#8211; adesso posso rivelarlo &#8211; intervistai ormai sette anni fa di questi tempi (era esattamentel&#8217;11 ottobre 2008) senza rivelarne il nome per il libro O mia bella Madu&#8217;drina edito da Aliberti e scritto con il bravissimo collega calabrese Antonino Monteleone inviato di La7, che la &#8216;ndrangheta la conosce meglio di me per averla combattuta di persona. 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