{"id":364,"date":"2016-12-09T14:29:16","date_gmt":"2016-12-09T13:29:16","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/martone\/?p=364"},"modified":"2016-12-09T14:29:16","modified_gmt":"2016-12-09T13:29:16","slug":"il-segreto-di-facebook-e-pieno-di-bolle-e-non-le-cura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/martone\/2016\/12\/09\/il-segreto-di-facebook-e-pieno-di-bolle-e-non-le-cura\/","title":{"rendered":"Il segreto di Facebook: \u00e8 pieno di bolle e non le cura"},"content":{"rendered":"<p>La &#8220;malattia&#8221; di Facebook e di altri social network (Googleplus, Pinterest, &#8230;) e motori di ricerca \u00e8 ormai sempre pi\u00f9 conosciuta tra gli addetti ai lavori, me non tra\u00a0 la massa di utenti che ne utilizza (gratuitamente) i servizi. Si tratta delle cosiddette &#8220;bolle informative&#8221; che infestano, grazie agli algoritmi in continua evoluzione, la presentazione di notizie e contenuti a disposizione di ciascuno. Di che cosa si tratta?<\/p>\n<p>Partiamo da una premessa fondamentale: questi servizi per poter esistere e guadagnare hanno bisogno che le persone non solo li utilizzino (prerequisito), ma che trascorrano pi\u00f9 tempo possibile su di essi, tanto meglio se in modo coivolgente (engagement). Perch\u00e8 maggiore \u00e8 il tempo trascorso a fruirne, maggiori sono le possibilit\u00e0 di vendita e guadagno tramite le inserzioni pubblicitarie (di qualsiasi tipo, dai banner ai contenuti sponsorizzati e tutto il resto).<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/martone\/files\/2016\/12\/socialnetwork.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\" size-medium wp-image-369 alignleft\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/martone\/files\/2016\/12\/socialnetwork-300x218.jpg\" alt=\"socialnetwork\" width=\"300\" height=\"218\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/martone\/files\/2016\/12\/socialnetwork-300x218.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/martone\/files\/2016\/12\/socialnetwork.jpg 640w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Come fare quindi a &#8220;trattenere&#8221; gli utenti su di s\u00e9? A questo tema i big della rete hanno dato nel tempo una risposta dal loro punto di vista ineccepibile: fornendo contenuti personalizzati di maggior interesse e rilevanza possibile per il singolo utente, non solo dal punto di vista degli argomenti, ma anche da quello dei punti di vista a supporto (favorevoli o contrari) e dal tipo di device utlizzato. Se volete averne una prova concreta di quest&#8217;ultimo aspetto \u00e8 sufficiente che apriate il vostro Facebook contemporaneamente dal computer e sullo smartphone: vi renderete conto che non viene presentata la medesima sequenza di notizie sul vostro wall (= la vostra schermata generale di Facebook). Riguardo ai contenuti invece provate a chiedere la consultazione del medesimo termine di ricerca su Google (ad esempio Egitto) a un vostro amico che risiede in un altro stato e contemporaneamente a cercarlo voi (anche utilizzando la versione del motore di ricerca con la medesima lingua): come per &#8220;magia&#8221; otterrete dei risultati differenti, che sono basati sia sulla vostra geolocalizzazione che su tutto quello che Google sa rispetto ai vostri gusti (l&#8217;amico con cui ho provato a farlo io \u00e8 un grande viaggiatore e la differenza dei risultati \u00e8 stata considerevole tra risultati &#8220;politici&#8221;, i miei, e &#8220;turistici&#8221;, i suoi).<\/p>\n<p>Quali sono le conseguenze di tutto ci\u00f2? Facilmente immaginabili, ma spesso sottovalutate dagli utenti. Ci si trova a &#8220;navigare&#8221; dentro ad un&#8217;informazione che non ha un libero o quantomeno simmetrico accesso. Quasi tutti, applicando il principio che nel secolo scorso ha caratterizzato l&#8217;informazione mediatica, pensano di accedere ai medesimi contenuti, come ci si trovasse davanti a un telegiornale, radiogiornale o giornale. Questi ultimi avevano il &#8220;filtro&#8221; dell&#8217;editore e dei suoi giornalisti, i big player di internet hanno il &#8220;filtro&#8221; esercitato dagli algoritmi. La risultante \u00e8 giocoforza molto differente: quello che leggo io non lo leggi tu, ma soprattutto i contenuti che mi vengono proposti spesso sono in linea con il mio pensiero e non con tutto il dibattito che \u00e8 presente. Gli esempi pi\u00f9 recenti (Trump vs Clinton e Referendum SI\/NO) hanno dato ampia dimostrazione di questo fenomeno. Non per nulla gli attivisti di ciascun schieramento erano &#8220;convinti&#8221; (o speranzosi) di essere in vantaggio&#8230; &#8220;perch\u00e8 la maggioranza&#8221; delle persone in Rete sta sostenendo la mia posizione&#8221; (non ve lo siete sentite dire o non l&#8217;avete mai pensato?).<\/p>\n<p>Per non parlare delle Fake News, ovvero notizie palesemente false o a volte talmente verosimili da sembrare vere e che invece sono completamente infondate. C&#8217;\u00e8 chi le produce per guadagnare in pubblicit\u00e0 a sua volta (es: lercio.it) ma lo fa in modo esplicito, chi invece mette su delle vere e proprie imprese per sbarcare il lunario (famosi i ragazzi montenegrini che hanno spopolato durante le presidenziali Usa con news verosimili ma totalmente inventate). Gli utenti le vedono e le ricondividono creando dei meccanismi molto importanti di distorsione informativa.<\/p>\n<p>E quindi? Timidamente Facebook e Google stanno considerando l&#8217;idea di &#8220;certificare&#8221; le notizie a carattere giornalistico di cronaca (che peraltro sono solo una parte di quel che circola in rete), ma ancora non siamo giunti a qualcosa di totalmente affidabile. E su questioni &#8220;controverse&#8221;, prendiamo ad esempio il caso Stamina o vaccinazioni obbligatorie in Italia, invece viene lasciato ancora il campo aperto a qualsiasi posizione, anche la pi\u00f9 assurda o radicale. D&#8217;altronde la Rete e la possibilit\u00e0 di dare voce a chiunque e su qualsiasi argomento ha portato ad una polarizzazione delle posizioni e ad una incertezza nelle fonti e nei processi di conoscenza. Ne fanno le spese\u00a0ad esempio i medici che si trovano pazienti armati di diagnosi e percorsi curativi visti su &#8220;internet&#8221;, le &#8220;dispute&#8221; politiche con candidati o personaggi politici investiti da calunnie o attacchi cui \u00e8 difficile porre argine, i &#8220;mass media tradizionali&#8221; che si trovano spesso ad inseguire quello che avviene in Rete a velocit\u00e0 molto superiori alla loro capacit\u00e0 di pubblicazione, e infine gli utenti stessi che pensano di avere nella Rete un alleato informativo affidabile al 100%, quando nella migliore delle ipotesi invece la sua affidabilit\u00e0 \u00e8 al 50%.<\/p>\n<p>Chiudo con un paradosso che ho riscontrato nella mia professione: nella ricerca del significato di un termine non conosciuto un campione di Millennials itaiani (18-35 anni) ha in maggioranza dichiarato di consultare Wikipedia e non il sito della Treccani. Ad un successivo approfondimento la motivazione era la scarsa conoscenza della Treccani, ma soprattutto la non consapevolezza del fatto che Wikipedia \u00e8 un work in progress continuo e che pu\u00f2 contenere errori o inesattezze (a volte del tutto volontarie). Se volete farvi un&#8217;idea e sorridere amaramente leggete <a href=\"http:\/\/www.wired.it\/internet\/2014\/01\/15\/come-ho-fregato-tg-politici-e-giornali-con-wikipedia\/\" target=\"_blank\">questo articolo<\/a>.<\/p>\n<p>La malattia \u00e8 quindi nota. Le bolle si vedono sempre di pi\u00f9. La cura no. Forse perch\u00e8 chiedere a chi provoca la malattia (per i suoi fini economici leciti) di trovare una cura (rischiando di guadaganare di meno) non \u00e8 proprio la via maestra&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>La &#8220;malattia&#8221; di Facebook e di altri social network (Googleplus, Pinterest, &#8230;) e motori di ricerca \u00e8 ormai sempre pi\u00f9 conosciuta tra gli addetti ai lavori, me non tra\u00a0 la massa di utenti che ne utilizza (gratuitamente) i servizi. Si tratta delle cosiddette &#8220;bolle informative&#8221; che infestano, grazie agli algoritmi in continua evoluzione, la presentazione di notizie e contenuti a disposizione di ciascuno. Di che cosa si tratta? 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