{"id":803,"date":"2026-03-03T18:58:18","date_gmt":"2026-03-03T17:58:18","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/martone\/?p=803"},"modified":"2026-03-03T18:58:18","modified_gmt":"2026-03-03T17:58:18","slug":"la-generazione-z-e-lia-il-collega-che-non-si-lamenta-mai-del-caffe","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/martone\/2026\/03\/03\/la-generazione-z-e-lia-il-collega-che-non-si-lamenta-mai-del-caffe\/","title":{"rendered":"La Generazione Z e l&#8217;IA: il collega che non si lamenta mai del caff\u00e8"},"content":{"rendered":"<p class=\"font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]\">C&#8217;\u00e8 un dato che mi ha colpito pi\u00f9 di altri, nelle ultime settimane, mentre cercavo di capire dove stia andando il rapporto tra le generazioni pi\u00f9 giovani e l&#8217;intelligenza artificiale. Non un dato di borsa, non una previsione degli analisti di turno, ma qualcosa di pi\u00f9 sottile: il modo in cui i ragazzi nati tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila parlano dell&#8217;IA. Non come di uno strumento. Come di un collega.<\/p>\n<p class=\"font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]\">Chi si occupa di ricerche di mercato sa bene quanto sia raro che un cambiamento di paradigma si manifesti cos\u00ec precocemente nel lessico quotidiano. Eppure sta succedendo.<\/p>\n<p class=\"font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]\">Un&#8217;indagine condotta su oltre 10.000 manager e leader aziendali in tutto il mondo \u2014 promossa da una delle pi\u00f9 note societ\u00e0 di consulenza internazionali \u2014 ha rilevato una spaccatura generazionale tutt&#8217;altro che banale. Alla domanda su come l&#8217;IA avrebbe ridisegnato i ruoli lavorativi nei prossimi uno o due anni, circa il 27% dei rispondenti tra i 18 e i 24 anni si \u00e8 detto convinto che l&#8217;intelligenza artificiale assumer\u00e0 funzioni autonome, operando non come supporto ma come agente indipendente all&#8217;interno dei team di lavoro. Tra chi ha pi\u00f9 di 55 anni, questa convinzione scende al 19%. Otto punti percentuali di distanza che, in termini di percezione del futuro, valgono non poco.<\/p>\n<p class=\"font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]\">Il dato non mi stupisce del tutto, e soprattutto la direzione del ragionamento: non \u00e8 solo &#8220;user\u00f2 l&#8217;IA per lavorare meglio&#8221;, \u00e8 &#8220;l&#8217;IA lavorer\u00e0 <em>con<\/em> me&#8221;. La sfumatura \u00e8 rilevante.<a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/martone\/files\/2026\/03\/creepy-reflections-2.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-804 alignleft\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/martone\/files\/2026\/03\/creepy-reflections-2-300x201.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"201\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/martone\/files\/2026\/03\/creepy-reflections-2-300x201.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/martone\/files\/2026\/03\/creepy-reflections-2.jpg 500w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p class=\"font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]\">Aggiungiamo un altro tassello. Nella stessa indagine, il 44% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ritiene che l&#8217;IA amplier\u00e0 le proprie capacit\u00e0 umane e integrer\u00e0 le competenze gi\u00e0 possedute. Tra i colleghi pi\u00f9 anziani, fascia 35-54, la percentuale si ferma al 35%. \u00c8 un gap di quasi dieci punti che racconta, a mio avviso, qualcosa di pi\u00f9 profondo: i pi\u00f9 giovani non percepirebbero l&#8217;IA come una minaccia alla propria identit\u00e0 professionale, ma pi\u00f9 come un moltiplicatore di essa.<\/p>\n<p class=\"font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]\">Certo, non \u00e8 tutto rose e fiori. Tra gli stessi Zeta non manca chi guarda con apprensione all&#8217;impatto che questa tecnologia potrebbe avere sui lavori di ingresso \u2014 quelli che, tradizionalmente, rappresentano il primo gradino della scala professionale. Ed \u00e8 una preoccupazione legittima, che merita analisi serie e non rassicurazioni di facciata. Ma quello che emerge, complessivamente, \u00e8 una sorta di pragmatismo generazionale che ricorda quello dei Millennials di fronte all&#8217;e-commerce: &#8220;Non posso fermarlo, quindi capisco come cavalcarlo.&#8221;<\/p>\n<p class=\"font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]\">Uno studio del 2025 ha rilevato un elemento interessante su questa dinamica: chi nutre un forte scetticismo verso la tecnologia tende a non provarla, e quindi non la conosce. Chi invece la usa con regolarit\u00e0 finisce per ridimensionare i timori legati al suo impatto sulle proprie facolt\u00e0 cognitive e sulla motivazione al lavoro. Un circolo \u2014 per una volta \u2014 virtuoso.<\/p>\n<p class=\"font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]\">La vera sfida, per\u00f2, non \u00e8 tecnologica. \u00c8 culturale. Nelle organizzazioni, i cambiamenti pi\u00f9 duri da gestire non sono quelli infrastrutturali \u2014 quelli si risolvono con investimenti e formazione. Sono quelli che riguardano le abitudini mentali, le routine cognitive, i sistemi di significato. Convincere un team di cinquantenni che lavorano con procedure collaudate da vent&#8217;anni a fidarsi di un agente autonomo non \u00e8 questione di aggiornare i software. \u00c8 questione di costruire fiducia. Lentamente, concretamente, con esempi visibili.<\/p>\n<p class=\"font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]\">I pi\u00f9 giovani, in questo senso, possono essere una risorsa preziosa non solo per s\u00e9 stessi, ma per le aziende che li circondano. Non perch\u00e9 siano pi\u00f9 intelligenti o pi\u00f9 preparati \u2014 la maturit\u00e0 professionale si conquista con il tempo e l&#8217;esperienza \u2014 ma perch\u00e9 hanno gi\u00e0 un modello mentale diverso. Per loro, collaborare con un agente IA non \u00e8 filosoficamente disturbante come pu\u00f2 esserlo per chi ha costruito la propria identit\u00e0 professionale in un mondo analogico.<\/p>\n<p class=\"font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]\">La domanda che mi e vi pongo, per\u00f2, \u00e8 un&#8217;altra. Stiamo davvero preparando le organizzazioni \u2014 quelle italiane in particolare \u2014 a raccogliere questo segnale? O rischiamo di perdere questa finestra temporale, come gi\u00e0 \u00e8 accaduto con altri cambiamenti tecnologici, inseguendo il treno quando \u00e8 gi\u00e0 partito da un pezzo?<\/p>\n<p class=\"font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]\">I numeri ci danno un indizio. Tocca a noi, come sempre, decidere se ascoltarli o ignorarli nel rumore.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>C&#8217;\u00e8 un dato che mi ha colpito pi\u00f9 di altri, nelle ultime settimane, mentre cercavo di capire dove stia andando il rapporto tra le generazioni pi\u00f9 giovani e l&#8217;intelligenza artificiale. Non un dato di borsa, non una previsione degli analisti di turno, ma qualcosa di pi\u00f9 sottile: il modo in cui i ragazzi nati tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila parlano dell&#8217;IA. Non come di uno strumento. Come di un collega. Chi si occupa di ricerche di mercato sa bene quanto sia raro che un cambiamento di paradigma si manifesti cos\u00ec precocemente nel lessico quotidiano. 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