“Stiamo riorganizzando le Agenzie, tutto il sistema del rapporto tra il cittadino e il pubblico amministratore. Al 2018 Equitalia non ci arriva”. Queste sono le parole del premier Matteo Renzi, pronunciate due mesi fa. Il numero uno del Pd aveva sbandierato l’idea di creare una nuova organizzazione del sistema di riscossione debiti verso lo Stato prevedendo “un modello del tutto diverso, più a disposizione del cittadino e non vessatorio contro il cittadino. Nei prossimi mesi con i decreti attuativi della PA ci saranno novità che aiuteranno i cittadini ad avere più fiducia nella pubblica amministrazione”. Ma la realtà, cari lettori, supera sempre le bugie del nostro governo.
 
Arriva giugno, esattamente il 20, e Palazzo Chigi lancia un decreto legge sugli enti locali che permetterà a quest’ultimi di continuare la riscossione da parte di Equitalia e delle società ad essa affini entro la fine di quest’anno. Non si parla del futuro, ma la volontà è chiara, i vampiri con la V maiuscola continueranno a nutrirsi dei nostri sogni, divenuti incubi, proprio come Freddy Krueger. Entrando nello specifico del decreto, all’articolo 18 si spiega che per quei Comuni che non hanno ancora definito gare pubbliche per l’assegnazione del sistema di esazione delle tasse a farlo sarà inesorabilmente Equitalia assieme alle sue partecipate. E’ dal lontano 2012 che le proroghe si sprecano e questo Moloch viene tenuto in vita artificiosamente, solo ed esclusivamente per colpire gli imprenditori italiani, con una presa al collo che non lascia scampo e respiro. Intanto si aspetta che il testo passi alle Camere, con la conversione in legge dietro l’angolo, ed il Far West fatto di tasse inique, umiliazioni, vessazioni e suicidi può continuare con buona pace del nostro “amato” premier, che ricordo non eletto da nessuno.
 
I casi di ingiustizia scuotono tutto lo stivale. Da Rimini dove Giorgio un uomo di 55 anni che aveva una ditta di autotrasporti, aperta in giovane età, nel 2006 si è trovato a dover pagare una cartella esattoriale di 180mila euro. Dopo aver versato, nel corso della sua attività, cifre che superano i 250mila euro ha chiesto una dilazione, ma il “nein” è stato imperativo. Nel 2007 deve tirare giù la serranda e perde la casa. Finito qui? Neanche per idea, ora l’ex imprenditore ha trovato un lavoro come dipendente ed Equitalia vorrebbe continuare a pignorargli metà dello stipendio. Come direbbe Vasco Rossi “mi viene il vomito”. A Venezia invece Mauro, impresario lagunare, proprietario di tre locali nel 2013 ha iniziato la sua personale guerra contro i vampiri in blu. La società di riscossione gli ha chiesto, tramite cartella esattoriale, 500mila euro perché gli veniva contestato di aver dichiarato un reddito non congruo in base alla presunzione di guadagno in relazione alle materie prime acquistate dalla sua impresa. Ma ci rendiamo conto. Le tasse e i controlli effettuati da parte di questi veri e propri carnefici non si riferiscono al reale incasso (fatturato), ma su delle presunzioni di guadagno. Per cui se un imprenditore un anno lavora in minor misura per via della crisi, fatturando conseguentemente di meno, per i geni dello Stato e di Equitalia – stando ai loro fantomatici studi di settore – quest’ultimo è un evasore fiscale. Cioè non paga le imposte e non dichiara, in maniera trasparente, i suoi introiti facendo scattare accertamenti e le multe fioccano. Roba da pazzi. Chinare la testa? Mai, il veneto ha dovuto si pagare, nel volgere di breve, un terzo dell’importo della multa, ma grazie alla sua verve e al suo avvocato la cartella è stata annullata ed Equitalia ha dovuto pagare le spese processuali. Ora è partito il contrattacco, assieme al ricorso, con la richiesta di 1 milione di euro di risarcimento ed un quinto dello stipendio mensile dei tre accertatori. Accertare gli accertatori, duri a morire così siamo stati, siamo e saremo noi imprenditori.
 
Bisogna lottare è l’unica via. Come riporta il Corriere della Sera vincere contro l’Agenzia delle Entrate ed Equitalia non è un’utopia. Quando vi bussano alla porta chiedendovi imposte che non dovevate versare, contributi totalmente sballati ed agevolazioni fiscali calcolate a caso, impugnate il tutto e combattete per via legale. Un contribuente su tre che porta in tribunale gli enti che hanno fatto conti inesatti sulla pelle dei direttori d’azienda, riesce a portare a casa il risultato annullando le richieste di pagamento spropositato ed iniquo. A livello nazionale 32 casi su 100 finiscono a favore dei contribuenti, invece nel 44,5% delle circostanze a spuntarla è l’ufficio pubblico e il restante finisce in conciliazioni. Il trend di ricorsi è in aumento e nella sola Brescia sono state, nell’ultimo anno, 1.511 le istanze pari alla cifra record del 2012. Chi la dura la vince, anche se purtroppo non tutti sono in grado, dal punto di vista economico, di gettarsi in guerra vestendo i panni di Davide contro Golia.
 
Fa sorridere, se non incazzare, leggere che il motto di Equitalia è “Per un Paese più giusto”, ma nel suo decennio (quasi) di attività sono innumerevoli i casi di famiglie private di tutto a partire dalla casa al lavoro passando per la dignità. Se si ha la volontà di creare un paese più giusto bisogna guardare dentro il Parlamento, tra i banchi delle aule o nei conti dei maxi evasori, non andare a tirare per la giacca, già lisa, dei poveri cittadini indifesi. La spina dorsale di questo paese, i famosi distretti industriali fiore all’occhiello della rinascita di questo paese all’indomani della guerra fino ad inizio anni 2000, va lasciata respirare, va tutelata, non schiavizzata e vessata. Perché in un periodo difficile come questo, dove la vera guerra che viviamo tutti i giorni è quella spirituale, scossoni del genere possono far crollare il pavimento sotto i piedi alle persone, aprendo il baratro che troppe volte si chiama suicidio. Come a fine 2013, quando alla vedova di Giuseppe Campaniello, artigiano suicidatosi a marzo 2012 davanti alla commissione Tributaria di Bologna perché incapace di saldare i debiti riscontrati sulle cartelle esattoriali, sono stati chiesti 60mila euro. Neanche la morte ferma queste anime putride. Oppure nel più recente caso quando lo scorso febbraio a Genova un uomo di 51 anni si è tolto la vita gettandosi da un ponte per 200mila euro di debiti contratti con l’Agenzia delle Entrate. Un umile imbianchino, con problemi di salute ed in difficoltà a trovare lavoro vessato fino al punto di suicidarsi. Con Equitalia che si appresta a dire “l’unico debito che risulta a carico del signor M. con noi ammonta a poche centinaia di euro che peraltro aveva chiesto e ottenuto di potere estinguere con una semplice rateizzazione presso il nostro sportello di Genova”; lavarsi la coscienza diventa fondamentale ben più di salvaguardare la vita umana.
 
Equitalia va chiusa immediatamente, non ha mai funzionato e quando opera lo fa male e per fare male. Ci vuole, come in ogni altro paese del mondo, il buon senso. Cartelle esattoriali errate, pignoramenti, vite rovinate e suicidi. È ora di finirla. Uno Stato quando è il primo a non rispettare le regole non può pretendere che i cittadini lo facciano di conseguenza. Non si può chiedere sacrifici agli italiani se il primo a non farlo è proprio chi ce li chiede. Con questa tassazione arrivata a livelli inenarrabili, come è possibile continuare a pagare le tasse e di conseguenza non arrivare sull’orlo del fallimento. Imprese fallite, negozi chiusi, agricoltori ridotti alla fame, imprenditori che si danno alla morte, continui posti di lavoro persi e famiglie rovinate ridotte in miseria. Ma che Stato è questo? È uno Stato vergognoso che va cambiato assieme a questa classe politica fatta di inetti e di cialtroni.
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