“Golpe, o non golpe, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli, porre loro fine? Morire, dormire”, parafrasiamo l’Amleto di William Shakespeare per volare ad Ankara esattamente il 15 luglio 2016. Golpe sì. Golpe no. Gli storici e gli studiosi ci indicheranno quello che è successo in un torrido venerdì sera d’estate, mentre la realtà di questi giorni parla di una Turchia divenuta Erdogan-Stato, Erdogan-regno, Erdogan-ego. Ora stacchiamo gli occhi dall’Impero Ottomano e fissiamoli sull’Unione Europea, sul suo rapporto con la mezza luna bianca su sfondo rosso. Come scrive Adriano Scianca l’UE è stata in grado di soprassedere ad ogni atteggiamento di Erdogan, senza battere ciglio. Fai affari con l’Isis? Non tutti sono perfetti, amico. Hai portato al potere i Fratelli musulmani? Il vento di ribellione del nord Africa spira ancora. Hai cercato di destabilizzare il legittimo governo siriano, divenendo patria per ogni jihadista? Ognuno di noi ha qualche scheletro nell’armadio. Ma guai a parlare di pena di morte, mascalzone, mentre puoi tranquillamente restare a guardare essendo complice degli attentati sparsi per il globo.

Recep Tayyp Erdogan ad oggi può contare su di una nazione che invoca il suo nome con il Corano tra le mani. A salvarlo il comandante del primo corpo d’armata, Umit Dundar, che nel corso delle prime avvisaglie di colpo di stato l’ha chiamato, il leader del partito AKP era in vacanza nei pressi del Mar Egeo, per farlo volare ad Istanbul e proteggerlo dalla teste di cuoio delle Forze Speciali pronte a catturalo ed ucciderlo. In volo verso la libertà viene “graziato” dai missili di due F16, “graziato” nel senso che non vengono scagliati contro il velivolo ed una volta nella più grande città della Turchia, di cui è stato sindaco, può lanciare, tramite un video-messaggio, alla nazione il suo monito. Monito recepito dagli islamisti del paese che si riversano nelle strade per difendere l’Islam e ristabilire l’ordine. I carri armati golpisti vengono circondati e tutto si sgonfia, come in una nebulosa bolla di sapone.

L’intento è chiaro Erdogan voleva assoggettare, definitivamente, i gangli della nazione. Era tutto pronto e per i primi di agosto, come riporta Gian Micalessin, ci sarebbe stato un “repulisti già studiato per far piazza pulita degli ultimi esponenti ‘kemalisti’ e ‘guleniani’ dentro le forze armate, polizia e magistratura. Un repulisti scattato ugualmente subito dopo il golpe come dimostrano gli oltre 7mila500 arresti di militari, giudici e poliziotti eseguiti sulla base di liste già pronte da tempo”, intanto le carcerazioni continuano. Le immagini sono atroci e vanno d’accordo con quelle che arrivano gli anni scorsi dagli Stati Uniti d’America direttamente da Guantanamo. La Turchia socialista e laica tratteggiata nel 1923 da Mustafa Kemal Ataturk un ricordo sbiadito, il Califfato ottomano è una realtà ineluttabile.

Il 64enne generale Akin Ozturk, ex numero uno dell’aeronautica turca, si è messo a capo dei malumori della borghesia dell’Anatolia per ribaltare il destino, già scritto, di un paese fattosi voce diretta del Corano. I libri di scuola scriveranno che al colpo di stato è mancato l’apporto delle forze di terra, di una linea guida precisa, della volontà di prendere il potere in Turchia, ma animato dall’intento dei capi del golpe di mettersi al sicuro dall’epurazione totale. Il film scritto dalle 21:00 di venerdì scorso era già perdente in partenza ai botteghini, con il sentore di una ciambella che non sarebbe mai riuscita con il buco. Ed allora rimbalza ovunque la solita voce che inneggia alla democrazia, anche dalla bocca di Erdogan. Le immagini che arrivano da Ankara stridono con le solite belle parole pompose prive di significato e parlano di uomini privati di ogni diritto ammassati in stalle, rettori universitari alla sbarra e di giornalisti espulsi dall’albo. Yavuz Baydar, giornalista spesso entrato nel mirino della censura turca, crede “che il colpo di stato sia stato preparato a lungo, ma male organizzato: è probabile che la decisione di entrare in azione sia stata accelerata e che non avessero il sostegno che si aspettavano dagli alti gradi militari” ed ora la Turchia ha un solo padrone.

Per le strade si sbandiera una sola voce che recita Allah Akbar, con la visione di un generale decapitato in piazza e la moltitudine pronta a farsi giustizia da sola, contro chi ha “tradito” il popolo turco e contro chi spalleggia i curdi. La democrazia in terra turca non esiste è decaduta e si sta prospettando un immaginario collettivo, all’interno dello Stato d’emergenza voluto dai vertici della Turchia, che permette repressione, violenza e giustizia sommaria senza rimorso, senza pentimento. Pena di morte è il coro unanime, basterà essere ritenuto simpatizzante dei golpisti per pagare con la vita. Quindi a questo punto i Mogherini, i Merkel, i Renzi e gli Holland cosa faranno? Resteranno a guardare? Aspetteranno che un nazione che non si sente europea entri in Europa? Che il ponte fondamentalista, capace di destabilizzare il Medio Oriente incroci, definitivamente, la nostra rotta e ci stringa in un abbraccio mortale? Dobbiamo dire no a questa ipotesi, la Turchia non ha nulla a che spartire con la nostra storia, anzi è un avversario da tenere a debita distanza. Tagliamo i legami con quel dittatore di Erdogan, stacchiamo questo cordone ombelicale artificiale che a tutti i costi i palazzi di vetro di Bruxelles vogliono installare tra noi e Ankara. Chi foraggia il terrorismo islamico alimentandolo non può condividere il nostro percorso, il nostro sentimento di europei. Lo dobbiamo alle vittime di Nizza, di Parigi, di Dacca, a tutte le vittime volute dal fanatismo islamico. www.ilgiornale.it

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