Facciamo un salto a ritroso nel tempo, esattamente a metà agosto. Siamo a Scoglitti, provincia di Ragusa, frazione del comune di Vittoria che si affaccia sulla costa del golfo di Gela. Luoghi intrisi di storia e cultura tanto da essere a due passi dalla zona archeologica di Kamarina. Purtroppo però, in questa vicenda, le bellezze paesaggistiche della nostra nazione fanno solo da sfondo. Un lontano sfondo, nel grigio di questi giorni. Ram Lubhaya, 43enne indiano senza permesso di soggiorno, con precedenti per droga e senza fissa dimora, si avvicina ad una famiglia che sta passando momenti spensierati sul lungo mare della Lanterna di Scoglitti. Li saluta, in maniera amichevole secondo quanto riportano dai giornali, ma nessuno di loro lo conosce. Basta un attimo, la distrazione, i mille pensieri della vita e l’asiatico afferra la bambina di cinque anni, che era assieme ai genitori, la prende in braccio ed inizia a camminare. Passano pochi istanti e la coppia si accorge della situazione di pericolo, insegue l’uomo, lo raggiunge e gli strappa dalla membra la piccola. Lubhaya a questo punto fugge, scappa facendo perdere le proprie tracce. Padre e madre non perdono tempo, allertano le Forze dell’Ordine che diramano l’identikit del sospettato diffondendolo in tutto il circondario. Non ci vuole molto e l’uomo viene individuato vicino alla riviera Lanterna. A questo punto scattano le manette da parte dalla polizia giudiziaria, con l’accusa di sequestro di persona aggravato ed avviene il trasferimento in carcere. Ma il giorno dopo viene rilasciato in seguito al rinvio dell’udienza di convalida del fermo. L’opinione pubblica si indigna, si grida allo scandalo, cosi il pubblico ministero, Giulia Bisello, chiede ai carabinieri di trovare, nuovamente, Ram Lubhaya, per interrogarlo. L’indiano in un primo momento è irrintracciabile, ma viene scovato in un casolare assieme ad un altro gruppo d’immigrati. Una volta in caserma viene interrogato, un interrogatorio fiume che dura sette ore, ma alla fine è libero. Scoppia il finimondo.

“Una massa consistente di ignoranti del diritto impazza, da giorni, sui social network lanciando offese irripetibili contro quel magistrato, Giulia Bisello, che non ha richiesto la convalida del fermo a carico di Ram Lubhaya. Il codice penale, nel caso di specie (art.605 codice penale), parla chiaro: il fermo di indiziato di delitto non è consentito. Giulia Bisello ha applicato correttamente la legge. Le polemiche non stanno in piedi”, questo è quanto scrive, su Facebook, un mio caro amico. La ragione, perfetta e limpida, che si riassume in poche parole. La madre della bambina, giustamente, asserisce: “Questa legge mi fa vomitare”. Intervistata da NewsMediaset la donna non ci sta: “Voglio solo dire che io vomito davanti alla legge italiana. Oggi ci è stato detto che non ha concluso il reato, perché lui si doveva allontanare dalla nostra vista, lo dovevamo perdere di vista per poter dire che si stava portando via la nostra bambina. Lui si è avvicinato a noi come se conoscesse qualcuno l’ha presa con sé per portarsela via. Lui si è fermato perché noi lo abbiamo fermato”. Lo sfogo è assoluto, legittimo, sacrosanto, senza vergogna e paura. Assumendomi tutte le responsabilità del caso posso dire, essendo anch’io padre di due bambini, che se mi fossi trovato nella medesima situazione avrei, senza pietà, insegnato a modo mio riempiendolo di schiaffi per non dire altro come comportarsi a quel bordo e solo dopo lo avrei consegnato alle forze dell’ordine. Ma è la legge ad essere caduta nel lago della follia, non gli uomini di legge che devono applicarla. Ci troviamo davanti alla mancanza di mezzi per poter rendere questo paese un luogo sicuro.

La colpa non è dei magistrati e questo caso ce lo insegna. Le normative in vigore, nelle aule di tribunale italiane, sono totalmente sbagliate e non servono a nulla. Devono diventare meno interpretabili ed arrivare dritte al punto, per assicurare la certezza della pena. Questa è l’ennesima storia di malagiustizia ed immigrazione, di sbarchi e buonismo indiscriminato. In questi tre giorni 13.000 immigrati sono sbarcati sulle nostre coste. Tutti sappiamo, dati alla mano, che parte di questi individui si macchieranno di reati che andranno a colpire cittadini italiani onesti, ma alla fine nessuno pagherà. Quante persone vediamo sbarcare sulle nostre coste senza sapere nemmeno chi sono, da dove vengono, cosa faranno. Frotte di gente a cui non viene fatta nessuna foto-segnalazione, a cui non vengono prese le impronte digitali, di cui non ci si cura di conoscere l’identità certa. Gli immigrati scappano dai centri d’accoglienza e vagano per la penisola come fantasmi, coperti dall’anonimato commettono reati e viaggiano liberi. Ed è qui che serve lo Stato, che l’Italia deve intervenire. Certezza della pena ed espulsione per i forestieri che si macchiano di reati sul territorio nazionale ed in caso di mancato adeguamento alle disposizioni, carcere a vita. Fine pena mai. Pugno di ferro perché davanti ad extracomunitari con infiniti mandati d’espulsione solo quello deve essere usato. Chi ha l’obbligo di lasciare l’Italia deve farlo e gli organi competenti devono assicurarsi che la procedura venga rispettata. Bisogna smetterla con queste porcherie e colpire dritti nel punto centrale della questione, senza perdersi in futili ed inutili chiacchiere. Quante famiglie italiane, come ha rischiato di essere quella di questo caso, vengono rovinate da delinquenti immigrati? Troppe a cui viene cagionata solo sofferenza ed indifferenza da parte delle istituzioni. Tutto questo potrebbe essere evitato se la politica, del bel paese, imponesse regole ferree, senza perdersi in dabbenaggini, ed imponesse a chi vive in Italia la rigidità delle norme. Chi non le rispetta deve essere cacciato a calci nel culo e qui i mezzi termini non devono esistere.

Alcuni politici, come Roberto Calderoli, hanno attaccato, sulle colonne de Il Corriere della Sera, “l’immobilità del Csm e del ministro della Giustizia”, facendo appello direttamente al presidente della Repubblica per intervenire “di persona, nella sua qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, aprendo un procedimento disciplinare nei confronti di questo magistrato”. Ma non dobbiamo cadere in questo errore, la legge va applicata, ma se mancano i mezzi la colpa è del dicastero della Giustizia, non degli infaticabili lavoratori di questo Stato. Vengono mandati al fronte migliaia di agenti di polizia, di carabinieri e di magistrati lasciati a combattere in solitaria senza munizioni e la certezza di un appoggio sicuro da parte dei vertici nazionali. Dobbiamo assicurare a questi uomini la completa libertà di manovra. Urgentissimamente dobbiamo riguardare ogni singola legge del codice penale, perché troppe disposizioni in vigore nel nostro paese sono ridicole e debbono essere cambiate, garantendo agli onesti di vivere serenamente. Mentre i balordi devono sapere che qualora vengano colti in fallo pagheranno caro e salato. Solo così l’Italia rinascerà.  www.ilgiornale.it

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