Dura la vita dell’imprenditore nell’Italia d’oggi. Lo sapete, oltre alla mia viscerale passione politica, oltre alla mia famiglia, esiste in me una profonda dimensione lavorativa che, nonostante le difficoltà, mi rende orgoglioso di essere, se vogliamo usare un termine desueto, un impresario. Questa mattina sfogliando il giornale ho trovato le parole, su La Verità, dell’ex ministro dell’Economia, nel primo Governo Conte, Giovanni Tria che afferma amaramente: “I 100 miliardi stanziati dall’inizio dell’emergenza dovevano servire a frenare la caduta del Pil italiano. Ho seri dubbi che le scelte fatte finora siano quelle giuste per raggiungere tale obiettivo”. Parlando delle attività economiche, architrave della Nazione, Tria dice: “Bisogna essere molto selettivi. Si è scelto invece di intervenire su tutte le situazioni, disperdendo risorse in mille rivoli. Anche laddove non era necessario. Credo che sarebbe stato più opportuno sostenere solo le imprese in difficoltà, concedendo loro i fondi per pagare gli stipendi, le tasse, i contributi. E per sostenersi. Le imprese indebolite si ritrovano ora a dover sopravvivere in un’economia in difficoltà”.

Sono decenni che l’Italia, ahinoi, naviga a vista nel mondo del lavoro. L’imprenditore è un novello Ercole che porta sulle proprie spalle il Mondo sommerso dalle angherie dei tiranni del fisco. Una guerra che logora la parte sana della Nazione. Si è creata una cortina di fumo tra partite Iva, impresari, lavoratori indipendenti e statali. Il lockdown ha acuito la spaccatura. Io sono Andrea Pasini un giovane imprenditore di Trezzano Sul Naviglio e non mi vergogno di dire che spesso, nella mia carriera professionale, mi sono sentito trattato da una certa politica alla stregua di un evasore, a volte, mentre in altre occasioni mi sono sentito una vacca, purtroppo per noi non ci troviamo in India dove quest’ultime sono sacre per gli induisti ed i zoroastriani, da mungere fino all’ultimo centesimo. Un esempio su tutti. Torniamo indietro di due anni ed andiamo a Genova. Davanti al tremendo crollo del ponte Morandi, un avvenimento che ha straziato la Liguria e l’Italia intera. Ma questa volta non voglio parlarvi della storia di un’infrastruttura senza manutenzione lasciata alla merce del tempo. Vi voglio parlare di un imprenditore genovese, tale Alessandro Bagnasco. Alessandro prima del crollo aveva un fiorente autolavaggio nella città denominata La Superba. Gli impiegati che ogni mattina si recavano al lavoro da lui erano 10, famiglie da mantenere e tasse da pagare. La tragedia lo ha riempito di debiti, che prima non aveva mai contratto e lo ha costretto a licenziare sette lavoratori. Il suo autolavaggio era appena sotto il Morandi quindi in zona arancione, quindi inagibile. Per sua fortuna aveva un secondo autolavaggio, in un’altra zona della città, e così ha potuto continuare a lavorare. Tutti i clienti persi. I sussidi? Nulla, perché non aveva i requisiti per ottenere gli aiuti. Su 30 milioni di euro di aiuti stanziati 13 risultano inutilizzati, con tanti dubbi sulla ripartizione dei fondi.

Come non sentirsi figli di un Dio minore? Questa economia, sempre più folle e fagocitante, sembra non volerci invischiata tra fondi speculativi e logistiche pronte a parcellizzare ogni lavoro, ogni lavoratore. Ed è per questo motivo, che parafrasando Karl Marx, oggi bisogna chiedere a tutti gli imprenditori italiani di unirsi per resistere alla caccia alle streghe in atto contro di noi. Vogliamo solo contribuire attivamente alla vita di questa landa, rimboccandoci le maniche per vedere germogliare il frutto del nostro sudore insieme ai nostri collaboratori. Donne e uomini infaticabili che ogni giorno, insieme a me ed altre centinaia di migliaia di impresari tricolori, sollevano le saracinesche d’Italia donando tutta la nostra dignità di lavoratori alla Nazione. Qualche giorno fa, durante la pace delle letture estive, ho incontrato Ignazio di Loyola, fondatore della Compagni di Gesù. In una frase ha racchiuso i miei, quasi, quarantanni d’impegno in questo mondo: “Prega come se tutto dipendesse da Dio e lavora come se tutto dipendesse da te”.

La burocrazia, le tasse ed il sistema politico degli ultimi decenni non sono mai stato in grado di modificare la situazione dei lavoratori italiani. Quindi davanti ad un potenziale nuovo lockdown, le misure di questi giorni parlano chiaro, l’appello non può che andare al Premier Giuseppe Conte. In questo momento da garante della Costituzione, insieme al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e del lavoro deve porre una barriera a difesa della linfa vitale della Nazione. Crollasse il sistema economico italiano la Grecia sarebbe una tremenda realtà per l’Italia e non si scandalizzi nessuno, ma i risultati possono essere potenzialmente peggiori rispetto allo scorso febbraio, marzo, aprile e maggio. Germania, Francia e Gran Bretagna investono sui giovani, creano attività commerciali puntando forte sul futuro. Noi invece? Siamo al palo. Così siamo destinati a soccombere tra Covid-19 ed inedia. Ma, insieme, gridiamo: “Noi non ci stiamo”. E con il cuore, da imprenditore, in mano invoco l’intervento del Presidente del Consiglio. Non un passo indietro, siamo l’Italia lo dobbiamo a chi ha costruito la Nazione e a chi verrà. www.IlGiornale.it

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