{"id":1223,"date":"2021-07-07T08:12:01","date_gmt":"2021-07-07T06:12:01","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/pasini\/?p=1223"},"modified":"2021-07-07T08:12:01","modified_gmt":"2021-07-07T06:12:01","slug":"non-sono-i-giovani-ad-aver-bisogno-dellitalia-ma-litalia-dei-giovani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/pasini\/2021\/07\/07\/non-sono-i-giovani-ad-aver-bisogno-dellitalia-ma-litalia-dei-giovani\/","title":{"rendered":"Non sono i giovani ad aver bisogno dell&#8217;Italia, ma l&#8217;Italia dei giovani"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019Italia non \u00e8 un paese per giovani. Ormai abbiamo perso il conto di tutte le volte in cui abbiamo ripetuto questa frase. Il problema per\u00f2 \u00e8 che, continuando a dirlo, i nostri giovani hanno iniziato a credere che la situazione in cui ci troviamo non possa pi\u00f9 cambiare, che l\u2019Italia sia destinata a essere per sempre un paese per vecchi. Secondo il rapporto stilato dalla Fondazione Migrantes (Rapporto italiani nel mondo 2020) il numero di giovani che lasciano il paese per andare a vivere e lavorare all\u2019estero \u00e8 in continuo aumento. Nel solo 2019 hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali, per solo espatrio, 130.936 connazionali (+2.353 persone rispetto all&#8217;anno precedente).<\/p>\n<p>Nel 2006, il numeri di italiani iscritti all\u2019Aire (Anagrafe degli italiani residenti all\u2019estero) era di poco superiore ai 3 milioni. Oggi se ne contano quasi 5.5 milioni. In 15 anni, hanno deciso di lasciare l\u2019Italia il +76.6% di persone in pi\u00f9.<\/p>\n<p>Gli studi condotti da SWG ci aiutano a capire il perch\u00e9 di questo esodo. Secondo una ricerca del 2019, il 55% dei ragazzi con meno di 25 anni reputa di avere uno status socio-economico peggiore di quello dei propri genitori. Ancora pi\u00f9 grave, il 26% dei giovani italiani si ritiene deluso dalla situazione del Paese e il 19% si definisce addirittura arrabbiato. Il 53% degli intervistati ammette inoltre di essere totalmente d\u2019accordo con i politici che affermano come sia necessario \u00abpensare prima agli italiani\u00bb per risolvere la situazione socio-economica.<\/p>\n<p>Ad aggravare la situazione, in un\u2019interessante indagine sul profilo degli elettori, i giovani tra i 18 e i 24 anni d\u2019et\u00e0 preferiscono l\u2019astensione. I motivi principali per cui gli elettori decidono di non votare sono la mancata rappresentanza politica delle proprie idee (32%), l\u2019idea che il proprio voto non possa portare ad alcun cambiamento (25%) e il disinteresse verso la politica (24%). \u00c8 interessante notare anche il notevole calo dei consensi nei confronti del Movimento 5 Stelle (5%). Uno studio di Massimo Anelli e Giovanni Peri aveva evidenziato come, tra il 2010 ed il 2014, i giovani italiani che vivevano nei comuni maggiormente colpiti dalla crisi economica avevano scelto di emigrare oppure di provare a votare per il Movimento 5 Stelle che in quel preciso momento storico si presentava al paese come il movimento del cambiamento, il movimento dell\u2019anti politica che avrebbe aperto il parlamento e le istituzioni come una scatoletta di tonno. Una tendenza che si \u00e8 accentuata nel 2018, quando il Movimento ha raccolto un enorme successo nel Mezzogiorno. Salvo poi dimostrarsi una volta al governo del paese  identico a quella vecchia politica che ha sempre combattuto molte volte anche in modo forte.<br \/>\nPurtroppo per la politica i giovani non sono una priorit\u00e0 stando ai fatti concreti. I giovani e le tematiche che li interessano vengono usati come slogan dalla politica per cercare di raggranellare qualche consenso in pi\u00f9 durante le campagne elettorali per poi dimenticarsi totalmente di loro. Di cose da fare ce ne sarebbero moltissime per cercare di garantire un presente migliore e soprattutto un futuro solido e ricco di opportunit\u00e0 nel loro paese alle giovani generazioni.<\/p>\n<p>Il continuo e silenzioso esodo di giovani qualificati all\u2019estero, affonda anche le sue radici sugli scarsi investimenti per l\u2019istruzione e la ricerca in Italia.<\/p>\n<p>Secondo i dati Istat, nel 2017 i finanziamenti in Italia per la Ricerca e Sviluppo  sono stati circa 23 miliardi. Il settore privato contribuisce alle spese con quasi i due terzi del totale (63%) di cui le sole imprese contribuiscono per 14,8 miliardi delle spese sostenute, mentre universit\u00e0 e istituzioni pubbliche spendono rispettivamente 5,6 e 2,9 miliardi. Di questi investimenti, la distribuzione \u00e8 concentrata per il 70% nelle regioni del centro-nord lasciando scoperto il centro sud.<\/p>\n<p>Secondo i dati dell\u2019Osservatorio CPI, la spesa pubblica italiana per istruzione rispetto al Pil \u00e8 stata pari al 3,8% nel 2017 e negli anni successivi non \u00e8 andata a meglio, percentuali  che collocano l\u2019Italia nelle ultime posizioni in Europa, seguita solamente da Bulgaria, Irlanda e Romania. Se invece si considera la spesa per istruzione in rapporto alla spesa pubblica totale, l\u2019Italia \u00e8 all\u2019ultimo posto in Europa con solo il 7,9% contro una media europea del 10,2%. Secondo Eurostat, per ogni euro speso in educazione l\u2019Italia ne spende 3,5 in pensioni e per ogni euro in universit\u00e0, ne spende 44 in pensioni.<\/p>\n<p>I dati pi\u00f9 preoccupanti riguardano quindi l\u2019istruzione universitaria: se per quella primaria o secondaria le cifre italiane sono in linea pi\u00f9 o<br \/>\nmeno con la media europea, la percentuale spesa per l\u2019educazione terziaria non \u00e8 nemmeno la met\u00e0 della media europea.<\/p>\n<p>\u00c8 difficile pensare che questi ultimi dati non siano connessi a quelli, altrettanto negativi, del numero di laureati italiani: solamente il 26,9% in Italia contro una media europea del 39,9%. Il 30% degli italiani all\u2019estero ha per\u00f2 una laurea: coloro che decidono di intraprendere un percorso universitario decidono, in un secondo momento, di spostarsi.<\/p>\n<p>Chi se ne va, quindi, non riesce probabilmente a vedere il proprio futuro in un Paese che accetta che oltre il 20% dei propri giovani fra i 15 e i 24 anni non faccia nulla: n\u00e9 studia n\u00e9 lavora.<\/p>\n<p>Numeri a dir poco preoccupanti.<\/p>\n<p>Se da un lato \u00e8 possibile che le minori risorse impiegate contribuiscano a rendere il sistema universitario italiano poco attraente, \u00e8 altrettanto probabile che tra le spiegazioni di questa bassa propensione vi siano i rendimenti attesi. Infatti, l\u2019andamento non \u00e8 quello che parrebbe logico: in un Paese con meno laureati, questi dovrebbero avere un potere di contrattazione maggiore e, di conseguenza, maggiori riconoscimenti salariali.<\/p>\n<p>In Italia gli adulti laureati guadagnano in media solo il 38% in pi\u00f9 di coloro che dopo la scuola superiore non hanno proseguito gli studi (la media Ocse \u00e8 del 55% in pi\u00f9); il tasso di occupazione dei giovani laureati \u00e8 inferiore rispetto a quello dei loro coetanei con il solo diploma tecnico o professionale (64% rispetto al 68%) e i lavoratori sovra istruiti rispetto alle mansioni che svolgono sono il 20%: questo non pu\u00f2 che provocare un forte senso di frustrazione, spesso accompagnato dalla spinta a cercare nuove destinazioni pi\u00f9 gratificanti.<\/p>\n<p>Come ha messo in luce il Sole 24 Ore, la curva delle retribuzioni italiane tende a premiare secondo una funzione anagrafica: lo stipendio si alza in base all\u2019anzianit\u00e0 aziendale, raggiungendo i suoi picchi tra i 55 e i 64 anni, compromettendo ulteriormente il riconoscimento dei lavoratori pi\u00f9 giovani.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un ulteriore aspetto da considerare: la scelta dei percorsi di laurea. Ocse sottolinea come gli studenti italiani abbiano una maggiore tendenza a scegliere studi in ambito umanistico, sociale e comunicazione, meno remunerativi di quelli privilegiati in altri Paesi. In particolare, gli introvabili risultano essere i profili di area Stem (science, technology, engineering, maths).<\/p>\n<p>L\u2019esodo dei ricercatori italiani all\u2019estero, comporta un generale impoverimento non solo da un punto di vista culturale, ma anche economico. <\/p>\n<p>Cosa molto interessante \u00e8 la valutazione sui costi fiscali dell\u2019emigrazione altamente qualificata. Questa va divisa in un calcolo della spesa in due tipologie: la prima, certa, \u00e8 relativa alle spesa sostenuta per l\u2019istruzione di chi poi \u00e8 emigrato. La seconda, ipotetica, \u00e8 invece costituita dalla perdita di gettito da imposte e contributi sociali che i laureati emigrati avrebbero pagato qualora fossero stati occupati in Italia. La ricerca stima che il costo fiscale complessivo sostenuto dall\u2019Italia per gli oltre 32 mila laureati emigrati nel periodo 2010-2014 ammonta a circa 10 miliardi di Euro.<\/p>\n<p>Negli ultimi anni questa perdita \u00e8 risultata in continuo aumento, e si attesta sui 14 miliardi nel 2019 come affermato dall\u2019ex Ministro Tria.<\/p>\n<p>Durante la prima fase della pandemia, il dibattito pubblico \u00e8 stato spesso incentrato sui tagli dei fondi alla sanit\u00e0, e un discorso analogo vale ora per il settore della ricerca nel periodo in cui il mondo intero \u00e8 alla caccia del vaccino.<\/p>\n<p>L\u2019esperienza Covid-19 ha sottolineato ancor di pi\u00f9 l\u2019importanza, per un Paese, di disporre di proprio capitale umano impegnato nella ricerca. Alcuni di questi cervelli in fuga hanno deciso, proprio in questa situazione di emergenza, di fare dietrofront e tornare nel Belpaese: la sfida per la politica consister\u00e0 ora nel riuscire a trattenere chi se ne era andato.<\/p>\n<p>Personalmente credo che il paradosso di questa situazione sia che non sono i giovani ad aver bisogno dell\u2019Italia, ma l\u2019Italia dei giovani. Sempre secondo una ricerca targata SWG, il 56% degli italiani concorda con la seguente affermazione: \u00abCon la loro preparazione le nuove generazioni saranno in grado di migliorare il modo in cui vivono\u00bb. Inoltre, recenti studi mostrano come innovazione e crescita economica siano maggiori dove pi\u00f9 elevata \u00e8 la presenza dei giovani.<\/p>\n<p>Siamo nell\u2019era della digitalizzazione, della globalizzazione. Chi se non i nostri giovani possono accompagnarci in questo fondamentale percorso. Non si tratta di qualcosa che possiamo ignorare. Se vogliamo essere competitivi nel mondo, una volta sconfitta questa terribile pandemia, abbiamo bisogno dei nostri ragazzi. E non parlo di lavori part-time, contratti temporanei e sottopagati. Se vogliamo che i nostri giovani ci conducano verso il futuro dobbiamo abbandonare il concetto della \u00abgig economy\u00bb, termine coniato dai giovani dell\u2019Ocse per descrivere \u00abun sistema economico basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, professato da aziende come Uber o Deliveroo\u00bb.<\/p>\n<p>Ci vuole coraggio per cambiare le cose. Ci vuole forza e lungimiranza, ma chi pu\u00f2 avere queste doti se non noi? L\u2019Italia \u00e8 un paese incredibile, che pi\u00f9 volte ha dimostrato di sapersi risollevare. Insegniamo ai nostri giovani a lottare per il loro Paese, tocca a noi dare loro la speranza per lottare. <a href=\"http:\/\/www.ilgiornale.it\">www.ilgiornale.it<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>L\u2019Italia non \u00e8 un paese per giovani. Ormai abbiamo perso il conto di tutte le volte in cui abbiamo ripetuto questa frase. Il problema per\u00f2 \u00e8 che, continuando a dirlo, i nostri giovani hanno iniziato a credere che la situazione in cui ci troviamo non possa pi\u00f9 cambiare, che l\u2019Italia sia destinata a essere per sempre un paese per vecchi. Secondo il rapporto stilato dalla Fondazione Migrantes (Rapporto italiani nel mondo 2020) il numero di giovani che lasciano il paese per andare a vivere e lavorare all\u2019estero \u00e8 in continuo aumento. 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