{"id":2633,"date":"2025-09-29T10:41:18","date_gmt":"2025-09-29T08:41:18","guid":{"rendered":"http:\/\/blog.ilgiornale.it\/pogliano\/?p=2633"},"modified":"2025-09-30T09:32:16","modified_gmt":"2025-09-30T07:32:16","slug":"cosi-sono-scappato-dalla-libia-in-rivolta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/pogliano\/2025\/09\/29\/cosi-sono-scappato-dalla-libia-in-rivolta\/","title":{"rendered":"Cos\u00ec sono scappato dalla Libia in rivolta"},"content":{"rendered":"<p>Il 25 Settembre l\u2019ex presidente francese Nicolas Sarkozy \u00e8 stato condannato per associazione a delinquere in relazione ai presunti finanziamenti libici della campagna elettorale del 2007.<\/p>\n<p>Il pensiero corre al 19 Marzo 2011, quando gli aerei di Sarkozy furono i primi a bombardare la Libia. All\u2019epoca, nella mia rubrica sul blog \u201cthe Front Page\u201d di Fabrizio Rondolino e Claudio Velardi, mi ero schierato contro l\u2019intervento NATO, e qualcuno non esit\u00f2 a bollarmi come \u201cgheddafiano\u201d.<\/p>\n<p>Fino al 2011 la Libia era un alleato strategico dell\u2019Italia, oltre che un filtro efficace contro l\u2019immigrazione clandestina. Oggi, in quell\u2019ex Paese, troviamo Erdogan in Tripolitania e\u2026 Putin in Cirenaica. Non \u00e8 forse legittimo domandarsi se i paladini della democrazia esportata a suon di bombe nel 2011 appaiano, con lo sguardo di oggi, inconsapevoli proto-putiniani?<\/p>\n<p>Qui di seguito ripropongo l\u2019articolo che avevo scritto il 25 Febbraio 2011 su \u201cthe Front Page\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8212;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h3><img loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-2634 alignleft\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/pogliano\/files\/2025\/09\/libia-200x300.png\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/pogliano\/files\/2025\/09\/libia-200x300.png 200w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/pogliano\/files\/2025\/09\/libia.png 283w\" sizes=\"(max-width: 200px) 100vw, 200px\" \/>Quando vivevo a New York lessi un articolo che spiegava in una riga la differenza tra un film americano e uno europeo. Se un aereo deve esplodere, nel film americano si disintegra in una palla di fuoco. Nell\u2019europeo, invece, vediamo un campo lungo dell\u2019aereo, il volto atterrito di un passeggero dietro l\u2019obl\u00f2, tipo &#8220;Urlo&#8221; di Munch, e infine lo schermo nero.<\/h3>\n<h3>Ecco. Io sono scappato da Tripoli con il primo volo della Farnesina il 22 Febbraio e ora raccolgo i miei pensieri di quei giorni drammatici, ma avverto il lettore che non ho visto sangue n\u00e9 incidenti. Posso raccontare la mia esperienza solo con una zoomata molto europea e il grido di Munch.<\/h3>\n<h3>Lavoro per una ditta di costruzioni italiana in joint venture con una libica a una quarantina di km da Tripoli. Noi chiamiamo la zona &#8220;deserto&#8221;, ma i locali ridono, perch\u00e9 per loro sono terreni agricoli. Eppure tutt\u2019intorno al campo ci sono dune e cammelli magri che brucano cespugli rinsecchiti e spinosi: dune e cammelli uguale deserto, punto.<\/h3>\n<h3>Il nostro progetto prevede la costruzione di cinquemila appartamenti, e poi moschee, ospedali, scuole. Praticamente una citt\u00e0 nei sobborghi di Tripoli. Siamo ancora nella fase preliminare e per ora abbiamo solo costruito il \u201cpioneer camp\u201d, una decina di baracche pi\u00f9 cucina e mensa per alloggiare sei italiani, trenta lavoratori dal Bangladesh, due cuochi e due autisti.<\/h3>\n<h3>Fino a Gioved\u00ec 17 Febbraio leggevo sui giornali dei moti scoppiati a Bengasi, ma a Tripoli la vita scorreva tranquilla, nessun segnale anticipatore di quello che sarebbe successo nelle ore successive. La gente di Tripoli \u00e8 benestante. La sola povert\u00e0 estrema \u00e8 quella degli immigrati di altri paesi africani (Nigeria, Ciad, Sudan) che si raccolgono al mattino in certe aree della citt\u00e0, ognuno con il suo attrezzo in primo piano, nella speranza di essere scelti da qualche padroncino, pagati una media di 6 dinari (4 euro) al giorno.<\/h3>\n<h3>Tripoli \u00e8 una citt\u00e0 in fermento. Negli ultimi dieci anni Gheddafi si \u00e8 rifatto una verginit\u00e0: non \u00e8 pi\u00f9 il mandante dell\u2019omicidio del presidente egiziano Sadat, non \u00e8 pi\u00f9 lo sponsor della bomba sul volo Pan Am abbattuto a Lockerbie nel 1988, ma un Barbapap\u00e0, padre padrone, eccentrico quanto si vuole, ma in fin dei conti con la testa sul collo e, anzi, quasi illuminato.<\/h3>\n<h3>Un paio di mesi fa ero in macchina. Dall\u2019autoradio usciva una voce cavernosa e lenta, lunghe pause carismatiche. Era Gheddafi. Alzai il volume per entrare in atmosfera e chiesi all\u2019autista di tradurre. Shaher parla un inglese molto scarno, ma ha il dono della sintesi e riassunse cos\u00ec: <em><strong>\u00abGheddafi speak petrol bad for people and tree and water and animal\u00bb<\/strong><\/em>.<\/h3>\n<h3>Lo guardai interrogativo. Il petrolio \u00e8 la maggior ricchezza libica, \u00e8 curioso che Gheddafi ne parlasse male in un discorso radiofonico. Shaher rise: <em><strong>\u00abGheddafi no work. Gheddafi like speak!\u00bb<\/strong><\/em>, nel senso che non ha niente da fare e allora gli piace filosofare. Lo stesso Shaher lo ascoltava come si ascolta un rispettabile pazzo, un oracolo fuori dal mondo ma degno di considerazione. Poi mi port\u00f2 davanti al palazzo presidenziale per farmi ammirare la gigantografia di Berlusconi con Gheddafi, e indicandomi le guardie armate comment\u00f2: <em><strong>\u00abThese people no speak, only shoot. Have \u201ctesta chiusa con controbullone\u201d. Too much crazy, teste del cazzo!\u00bb<\/strong><\/em>.<\/h3>\n<h3>Tripoli \u00e8 un cantiere aperto. Le vecchie case mezze distrutte si confondono con le migliaia di case in costruzione. Il traffico caotico \u00e8 reso impossibile dall\u2019indisciplina patologica del tipico automobilista libico. Sull\u2019autostrada a quattro corsie che da Tripoli va verso l\u2019aeroporto, se perdi un\u2019uscita non aspetti la prossima: fai inversione a U e ripercorri in contromano il tratto. Se entri nell\u2019enorme rotonda del quartiere Serraj, e devi percorrere 270\u00ba verso la tua destinazione, \u00e8 accettabile percorrere in contromano i 90\u00ba anzich\u00e9 perdere tempo nel giusto senso di marcia. Le automobili che fino a dieci anni fa erano vecchie scassatissime Peugeot, ora sono quasi tutte auto nuove della Hyundai e Mitsubishi che qui abbreviano in \u201cMitzi\u201d. Tutti i distributori, a prescindere dalla compagnia, si chiamano &#8220;shell&#8221;, il lampione stradale &#8220;palo&#8221;, il motorino d\u2019avviamento &#8220;matarino&#8221;, il pisello &#8220;semenza&#8221;, il portachiavi &#8220;medaglia&#8221; (ma questa \u00e8 un\u2019altra storia).<\/h3>\n<h3>Gioved\u00ec 17 Febbraio il capo libico della joint venture \u00e8 preoccupato per quello che sta succedendo a Bengasi, ma giustifica col fatto che in quella citt\u00e0 sono \u201cteste calde\u201d, e poi aggiunge che a Tripoli la situazione \u00e8 diversa. L\u2019indomani, Venerd\u00ec 18 Febbraio, Gheddafi avrebbe posato la prima pietra per la costruzione del nuovo stadio, e tutti avrebbero dimenticato furori e malumori.<\/h3>\n<h3>Venerd\u00ec sera, una baracca in un campo davanti al nostro va a fuoco. Doloso? Corto circuito? Non riusciamo a capire. Quando alle dieci di sera vado a dare un\u2019occhiata, la prima cosa che mi salta agli occhi sono due fili mezzi marci che dal palo della luce alimentano la baracca in fiamme. Questo genere di allacci elettrici \u201cfai da te\u201d si vedono di frequente in Libia. L\u2019incidente della baracca incendiata ci mette sul chival\u00e0. Siamo ancora agli esordi del progetto, non abbiamo guardie e nemmeno recinzioni a delimitare il campo. Le nostre uniche \u201carmi\u201d sono 8 estintori che distribuisco ai sei italiani del campo, pronti a intervenire in caso di necessit\u00e0. Tutto scorre cos\u00ec fino a Luned\u00ec 21 Febbraio, quando la situazione precipita.<\/h3>\n<h3>La mia cartina di tornasole \u00e8 l\u2019umore degli autisti libici. Fino a Domenica ci rassicuravano: \u00abBengasi people too much crazy. Tripoli no problem!\u00bb. La mattina del 21 c\u2019\u00e8 un\u2019aria diversa. Gli autisti sono nervosi. Il cuoco, che la sera prima voleva andare in citt\u00e0, aveva rinunciato perch\u00e9 gli autisti si erano rifiutati di accompagnarlo, allarmati dagli scontri violenti nelle strade. Decido di sequestrare la chiave del pulmino. Inizialmente Khaled, il braccio destro del capo libico, non me la vuole consegnare: \u00abFammi prendere prima il caff\u00e8\u00bb &#8230; \u00abNo, prima mi dai le chiavi e poi ti offro un caff\u00e8\u00bb. Alla fine mi consegna le chiavi sorridendo, e stupito per la mia insistenza, ma un\u2019ora dopo la situazione cambia bruscamente.<\/h3>\n<h3>Si sparge la notizia che alcuni campi di lavoro nei dintorni di Tripoli sono stati assaltati, il personale malmenato, mezzi e attrezzatura saccheggiati. Ordine perentorio della parte libica della joint venture: ritirare tutti i mezzi, compreso il pulmino \u2013 unico veicolo capace di raccogliere tutti e sei noi italiani (pi\u00f9 due a Tripoli) e portarci, se occorre, di filato in aeroporto.<\/h3>\n<h3>Khaled, pressato dal suo capo, passa da vampate di collera a tentativi di prendermi con le buone. Gli operai Bangla nel frattempo sono ancora al lavoro. Joni, il mio preferito che ho eletto a magazziniere, alle 11 mi annuncia preoccupato che sono finiti i chiodi da 60 mm. \u00abJoni, non ti preoccupare dei chiodi, abbiamo altri problemi\u00bb.<\/h3>\n<h3>Le linee telefoniche sono quasi completamente interrotte e non abbiamo telefoni satellitari. Insistendo, riusciamo infine a metterci in contatto con il project manager alloggiato a Tripoli e le notizie sono pessime: scontri in centro, palazzi governativi assaltati e saccheggiati. Ordine deciso: \u00abLasciate tutto e venite a Tripoli e poi filiamo dritti in aeroporto!\u00bb.<\/h3>\n<h3>Nel giro di mezz\u2019ora il cantiere si ferma. Noi sei italiani raccogliamo in fretta e furia le nostre cose. L\u2019aspetto pi\u00f9 penoso \u00e8 raccontare ai Bangla che dobbiamo scappare. Loro lavorano per noi, ma fanno riferimento a una ditta interinale che in teoria dovrebbe occuparsi di loro&#8230; molto in teoria. Joni mi guarda con occhi a palla e poi aggiunge ironico e rassegnato: \u00abYou go and when come back, see many dead banglas: this is Joni, ciao Joni; this is Mitro, ciao Mitro!\u00bb. Consiglio a Joni di mettersi in contatto il prima possibile con il loro referente della ditta interinale e gli regalo tutti i dinari che ho (poca roba). Trovo dentro di me la risorsa per giustificare una tale vigliaccheria. In fin dei conti per loro non possiamo fare assolutamente niente (triste ma vero).<\/h3>\n<h3>Per il primo quarto d\u2019ora del tragitto dal campo alla villa di Tripoli e poi in aeroporto non vola una mosca. Siamo tutti contratti e timorosi di incappare in qualche manifestazione o posto di blocco. Dopo un po\u2019 di nervi tesi, cala la delusione. Quello che ricorder\u00f2 con nostalgia di quel Luned\u00ec mattina \u00e8 il senso di paura per il pericolo imminente ma invisibile, e lo spirito di corpo che si era creato tra noi, anche tra chi fino a poche ore prima non si sopportava. Improvvisamente tutti gli egoismi sembravano lontani. Alcuni di noi pi\u00f9 incisivi e con il cervello a fuoco, alcuni in bambola e col cervello in pappa, ma tutti uniti. Ecco, quel senso di appartenenza evapora non appena ci accorgiamo che la strada per l\u2019aeroporto \u00e8 libera. Qui comincia una rivoluzione e noi ce la diamo a gambe. Immagino le decine di giornalisti che farebbero carte false per entrare in Libia, penso anche di fermarmi, tornare nel centro di Tripoli e improvvisarmi corrispondente di guerra, ma non ho le palle.<\/h3>\n<h3>In aeroporto migliaia di persone fuori, migliaia di persone dentro. Non sto qui a raccontare le 22 ore successive passate nell\u2019aeroporto ripieno di persone sdraiate per terra, i WC presi d\u2019assalto, il bar senza pi\u00f9 acqua n\u00e9 cibo. Ormai \u00e8 notizia vecchia e comunque il livello di adrenalina era sotto la suola delle scarpe.<\/h3>\n<h3>Luned\u00ec 21 Febbraio mattina, voci frammentarie di un fantomatico bombardamento avvenuto a Tripoli la notte precedente. Tutte le notizie per\u00f2 arrivano dai telegiornali, ma nessuno dei nuovi entrati in aeroporto ha visto o sentito niente.<\/h3>\n<h3>Infine i nostri nomi scanditi per il volo Alitalia organizzato dalla Farnesina. Sul volo verso Roma crollo ancora prima di partire e mi sveglio quando atterro. Grappoli di giornalisti e telecamere all\u2019uscita del \u2018ritiro bagagli\u2019. \u00abDa dove venite?\u00bb Le voci squillanti di due ragazzine arrivate da Cuba sovrastano il mio tono di voce. \u00abDa Tripoli\u00bb, sussurro, ma nessuno mi sente. Spengono il riflettore e si avventano sul prossimo gruppetto.<\/h3>\n<h3>La sorpresa in Italia \u00e8 constatare la grande emozione che la crisi libica ha suscitato. La mia famiglia aveva perso le mie tracce nelle ultime 24 ore e decine di vecchi e nuovi amici erano preoccupati della mia sorte. A differenza della guerra civile in Jugoslavia negli anni \u201990, quando ignoravano cosa stesse accadendo in quei luoghi, tutte le persone con cui ho parlato nelle ultime ore hanno un\u2019opinione molto forte sulla crisi libica.<\/h3>\n<h3>Pur conoscendo quello che \u00e8 avvenuto lo scorso Gennaio in Tunisia e Egitto, io non credo che il paragone regga. La Libia \u00e8 una realt\u00e0 molto diversa dai Paesi confinanti poveri e sovrappopolati. La Libia \u00e8 ricca, la Tunisia no. Le societ\u00e0 egiziana e tunisina sono molto pi\u00f9 avanzate e consapevoli di quella libica. Fino ai primi anni 2000, agli occidentali che arrivavano in Libia venivano sequestrati quotidiani, periodici, giornaletti. Le figure considerate sconvenienti venivano annerite con un pennarello da solerti funzionari: un lavoro enorme e ai nostri occhi ridicolo. Giornali e riviste venivano restituiti dopo una settimana, mica buttati via. A un mio collega avevano restituito il Topolino con le scandalose gambe di Minnie rivestite dal pennarello nero. Negli ultimi anni le porte della Libia si sono spalancate. Tripoli \u00e8 un cantiere aperto, ma la societ\u00e0 \u00e8 ancora molto arretrata e intontita. Il movimento di pancia che ha sconvolto Tunisia ed Egitto in Libia non ha senso: la gente sta bene, il pane costa pochi centesimi al chilo, il popolo ha la pancia piena e l\u2019auto nuova. Gheddafi ha promesso nuovi alloggi per tutti. La guerra che si combatte in queste ore sembra pi\u00f9 una resa dei conti tra trib\u00f9 che non un movimento di popolo. E allora chi sono le persone che muoiono in piazza? Non sono in grado di rispondere.<\/h3>\n<h3>Gioved\u00ec 24 Febbraio sono riuscito a mettermi in contatto con Shaher. A Tripoli la vita scorre tranquilla, mi ha detto. Il campo \u00e8 in ordine, i Bangla stanno bene e aspettano il nostro ritorno.<\/h3>\n<h3>\u00abShaher, ma sei matto? I giornali e le TV parlano di diecimila morti!\u00bb<\/h3>\n<h3>\u00abPeople TV too much crazy: testa chiusa con controbullone! Tripoli no problem. Gheddafi good. Bangla ok. When come back?\u00bb<\/h3>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Il 25 Settembre l\u2019ex presidente francese Nicolas Sarkozy \u00e8 stato condannato per associazione a delinquere in relazione ai presunti finanziamenti libici della campagna elettorale del 2007. Il pensiero corre al 19 Marzo 2011, quando gli aerei di Sarkozy furono i primi a bombardare la Libia. All\u2019epoca, nella mia rubrica sul blog \u201cthe Front Page\u201d di Fabrizio Rondolino e Claudio Velardi, mi ero schierato contro l\u2019intervento NATO, e qualcuno non esit\u00f2 a bollarmi come \u201cgheddafiano\u201d. Fino al 2011 la Libia era un alleato strategico dell\u2019Italia, oltre che un filtro efficace contro l\u2019immigrazione clandestina. 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