{"id":337,"date":"2021-11-10T02:40:14","date_gmt":"2021-11-10T01:40:14","guid":{"rendered":"http:\/\/blog.ilgiornale.it\/pogliano\/?p=337"},"modified":"2021-11-11T10:08:12","modified_gmt":"2021-11-11T09:08:12","slug":"come-non-prevedere-il-crollo-di-un-regime","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/pogliano\/2021\/11\/10\/come-non-prevedere-il-crollo-di-un-regime\/","title":{"rendered":"Libia 2011, il crollo di un regime"},"content":{"rendered":"<h3><img loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-338 alignleft\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/pogliano\/files\/2021\/11\/deborah-300x300.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/pogliano\/files\/2021\/11\/deborah-300x300.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/pogliano\/files\/2021\/11\/deborah-150x150.jpg 150w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/pogliano\/files\/2021\/11\/deborah.jpg 601w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/h3>\n<h3>Non siamo in grado di capire <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=tfkERkg802g\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">quando finisce un amore<\/a>, figuriamoci prevedere il crollo di un regime!<\/h3>\n<h3>Il 9 Novembre 1989, \u201ccadde\u201d il Muro di Berlino, e per una notte i tedeschi diventarono il popolo pi\u00f9 felice della Terra. Quel giorno il cancelliere Helmut Kohl era a Varsavia, segno che non aveva la percezione che la situazione stesse per precipitare. Secondo Theo Waigel, allora ministro delle finanze, il 9 Novembre tutto accadde un po\u2019 per caso. Eppure gi\u00e0 da un paio di mesi i tedeschi dell\u2019Est fuggivano ad Ovest attraverso l\u2019Ungheria, dopo che il governo di quel Paese aveva aperto la frontiera con l\u2019Austria.<\/h3>\n<h3>Nel 2011 ero in Libia quando scoppi\u00f2 la guerra civile, quindi per una volta mi trovai anch&#8217;io nel cuore di un grande stravolgimento. Nelle settimane precedenti, i presidenti di Tunisia ed Egitto erano stati costretti a dimettersi al deflagrare della primavera araba, ma a Tripoli nessuno pensava che il regime sarebbe crollato. Perlomeno fino a quel fatidico 21 Febbraio, quando tutto degener\u00f2.<\/h3>\n<h3>Gioved\u00ec 17 Febbraio, la vita scorreva tranquilla nel nostro cantiere a quaranta chilometri dalla capitale, ma da giorni i media mondiali raccontavano dei disordini scoppiati a Bengasi, in Cirenaica. La gente a Tripoli era benestante. La povert\u00e0 apparteneva solo agli immigrati dei paesi sub-sahariani che la mattina si raccoglievano in certe zone della citt\u00e0, nella speranza di essere scelti da qualche padroncino, pagati una media di 6 dinari (4 euro) al giorno.<\/h3>\n<h3>In quegli anni Tripoli era un enorme cantiere in movimento. Nel decennio precedente, Gheddafi si era dato un&#8217;aura da padre-padrone eccentrico, ma in fin dei conti con la testa sul collo. Un paio di mesi prima che gli eventi precipitassero, ascoltai per radio una voce cavernosa con lunghe pause carismatiche. Era Gheddafi. L\u2019autista Shaher parlava un inglese scarno, ma aveva il dono della sintesi, e riassunse cos\u00ec: \u00abGheddafi speak petrol bad for people and tree and water and animal\u00bb. Il petrolio era la maggior ricchezza del Paese, trovavo curioso che Gheddafi ne parlasse male. Shaher scoppi\u00f2 a ridere: \u00abGheddafi no work. Gheddafi like speak!\u00bb. Intendeva dire che il Colonnello non aveva nulla da fare, e gli piaceva filosofare. Shaher lo ascoltava come un oracolo fuori dal mondo, un po&#8217; come sette anni pi\u00f9 tardi noi avremmo cominciato ad ascoltare Greta Thunberg.<\/h3>\n<h3>Gioved\u00ec 17 Febbraio il capo libico della nostra joint venture era preoccupato per i disordini a Bengasi, ma giudicava gli abitanti di quella citt\u00e0 \u201cteste calde\u201d. L\u2019indomani Gheddafi avrebbe posato la prima pietra del nuovo stadio a Tripoli, e tutti avrebbero dimenticato furori e malumori.<\/h3>\n<h3>La mia cartina di tornasole in cantiere era l\u2019umore degli autisti libici. Fino a pochi giorni prima erano tutti abbastanza tranquilli, ma il 21 Febbraio l\u2019atmosfera cambi\u00f2 radicalmente. La sera precedente il cuoco avrebbe voluto andare in citt\u00e0, ma gli autisti, allarmati dagli scontri violenti, si erano rifiutati di accompagnarlo. Il 21 mattina, alcuni cantieri nella nostra zona erano stati assaltati: il personale malmenato, mezzi e attrezzatura saccheggiati. Anche le notizie dalla capitale erano pessime, con scontri in centro e palazzi governativi assediati. Verso le due di pomeriggio, io e altri cinque italiani radunammo in fretta e furia le nostre cose e schizzammo prima a Tripoli a raccogliere due colleghi, e poi in aeroporto.<\/h3>\n<h3>Durante il tragitto, sul pulmino non volava una mosca: eravamo tutti contratti e timorosi di incappare in qualche manifestazione o posto di blocco. Appena fuori dal cantiere di Sidi Sayah, incrociammo un pick-up Toyota stracarico di persone con volti e atteggiamenti poco rassicuranti, ma arrivammo senza intoppi in aeroporto. Passammo le 22 ore successive sdraiati per terra con altre migliaia di persone, i wc presi d\u2019assalto, il bar senza pi\u00f9 acqua n\u00e9 cibo.<\/h3>\n<h3>Luned\u00ec 22 Febbraio si diffuse la notizia di un fantomatico bombardamento avvenuto a Tripoli durante la notte. Tutte le informazioni, per\u00f2, arrivavano dai telegiornali di Al Jazeera (Qatar) e Al Arabiya (Dubai), mentre nessuno dei nuovi entrati in aeroporto aveva visto o sentito nulla. Infine i nostri nomi furono scanditi da un addetto del volo Alitalia organizzato dalla Farnesina.<\/h3>\n<h3>La Libia era una realt\u00e0 diversa, e molto pi\u00f9 ricca, rispetto a Tunisia ed Egitto. Fino ai primi anni 2000, le autorit\u00e0 sequestravano le riviste agli stranieri che entravano. Solerti funzionari, armati di pennarello, censuravano le figure considerate sconvenienti. Dopo una settimana, giornali e giornaletti venivano restituiti, mica buttati via! A un mio collega avevano riconsegnato il Topolino con le scandalose gambe di Minnie rivestite da un pennarello nero. Nel corso del decennio successivo, per\u00f2, Gheddafi aveva aperto le porte agli investimenti stranieri, e gran parte del Paese stava vivendo un periodo di rinascita.<\/h3>\n<h3>Nel 2011 i tripolini stavano bene: il pane costava pochi centesimi al chilo e Gheddafi aveva promesso nuovi alloggi per tutti. Il movimento di pancia che stava sconvolgendo i paesi confinanti, in Libia sembrava non avere alcun senso\u2026<\/h3>\n<h3>Gioved\u00ec 24 Febbraio Shaher al telefono sosteneva che a Tripoli la vita fosse tornata tranquilla&#8230; \u00abShaher, sei matto? I giornali e le tv danno notizie terribili. Oggi parlano di diecimila morti!\u00bb &#8230; \u00abPeople TV too much crazy: testa chiusa con controbullone! Tripoli no problem. Bangla* ok. When come back?\u00bb.<\/h3>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>* Operai dei Bangladesh.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h2>L\u2019immagine su questo blog \u00e8 di Deborah Joy Bormann <a href=\"https:\/\/www.instagram.com\/deborahjoybormann\/?hl=en\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">@deborahjoybormann<\/a>.<\/h2>\n<h4>Deborah nasce a Trieste, citt\u00e0 di confine, da padre statunitense e madre spagnola. Vive a Bologna, Pisa, Amsterdam, Madrid, San Francisco. Una serie di coincidenze e passioni la porta a Torino, oramai citt\u00e0 d\u2019adozione.<br \/>\nSpirito indipendente, visionario e\u2026 disperatamente ottimista.<br \/>\nMadre, compagna, insegnante, arteterapeuta e artista.<br \/>\nDa sempre adora leggere, scrivere, pensare e creare.<\/h4>\n<h5>Le idee espresse da Andrea nei suoi articoli non rappresentano necessariamente le opinioni e le convinzioni di Deborah.<\/h5>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Non siamo in grado di capire quando finisce un amore, figuriamoci prevedere il crollo di un regime! Il 9 Novembre 1989, \u201ccadde\u201d il Muro di Berlino, e per una notte i tedeschi diventarono il popolo pi\u00f9 felice della Terra. Quel giorno il cancelliere Helmut Kohl era a Varsavia, segno che non aveva la percezione che la situazione stesse per precipitare. Secondo Theo Waigel, allora ministro delle finanze, il 9 Novembre tutto accadde un po\u2019 per caso. 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