{"id":2013,"date":"2016-07-05T16:12:03","date_gmt":"2016-07-05T14:12:03","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/porro\/?p=2013"},"modified":"2016-07-05T16:12:03","modified_gmt":"2016-07-05T14:12:03","slug":"il-libero-mercato-chiede-frontiere-aperte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/porro\/2016\/07\/05\/il-libero-mercato-chiede-frontiere-aperte\/","title":{"rendered":"Il libero mercato chiede frontiere aperte"},"content":{"rendered":"<p><em>L&#8217;Economist, il settimanale inglese che ha condotto una decisa battaglia contro Brexit, nel suo editoriale di ieri ha scritto che l&#8217;uscita dall&#8217;Unione europea \u00e8 figlia della &#8220;rabbia&#8221;. Sai che analisi.<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;Economist, il settimanale inglese che ha condotto una decisa battaglia contro Brexit, nel suo editoriale di ieri ha scritto che l&#8217;uscita dall&#8217;Unione europea \u00e8 figlia della \u00abrabbia\u00bb.<br \/>\nSai che analisi. La rabbia sarebbe per\u00f2 giustificata poich\u00e9 i fautori della globalizzazione, compreso lo stesso Economist, dovrebbero ammettere che i tecnocrati hanno commesso degli errori e i cittadini ne hanno pagato il prezzo. Fischia, che intuizione. Il liberalismo deve riprendere terreno, aggiungono i fini editorialisti. L&#8217;immigrazione pone delle questioni importanti, sostengono all&#8217;Economist, posto che la totale libert\u00e0 di movimento europea \u00e8 un&#8217;anomalia. Si tratta di uno di quegli editoriali che non faranno la storia, ma nemmeno la cronaca. Un tempo, quando si parlava di Economist (e Financial Times) si doveva per forza aggiungere l&#8217;aggettivo \u00abautorevole\u00bb. Oggi si pu\u00f2 solo dire: il venduto. Nel senso che il settimanale \u00e8 riuscito, caso pi\u00f9 unico che raro, a guadagnare copie. Anche grazie, c&#8217;\u00e8 da dire, alla crescita di una classe media asiatica, che parla inglese, e che rappresenta un ottimo bacino di nuovi lettori. Ben per loro. La domanda che ci poniamo \u00e8 semplice? Come \u00e8 possibile che Economist e Financial Times abbiano \u00abtoppato\u00bb in modo cos\u00ec clamoroso nell&#8217;interpretare il mondo che avevano sotto le proprie redazioni? Hanno voluto a tutti i costi rappresentare una classe di dirigente che sognava e auspicava un&#8217;Inghilterra aggregata o semplicemente non si sono accorti degli umori del paese? Vedete, recentemente, un signore che di Regno Unito se ne intende, Paolo Scaroni (ex ad dell&#8217;Eni e oggi vicepresidente di Rotschild) diceva: \u00abComunque vada a finire Brexit le cose non saranno pi\u00f9 come prima. \u00c8 come una coppia in cui la moglie dice al marito che vuole trenta giorni per pensare se \u00e8 opportuno separarsi. Dopo un mese, quale sia stata la sua scelta, i rapporti si saranno comunque guastati\u00bb. Ecco, la stampa anglosassone e quella finanziaria in particolare ha rappresentato negli ultimi anni proprio quell&#8217;establishment europeo che oggi il fondo dello stesso Economist dice che ha fatto pagare il prezzo della globalizzazione ai cittadini. Il settimanale non solo ha mal compreso il fenomeno, ma \u00e8 parte, esso stesso, del problema.<\/p>\n<p>Il tema del liberalismo c&#8217;\u00e8 tutto. Gli inglesi ci hanno insegnato in qualche secolo di storia filosofica ed economica, che il loro liberalismo si distingue da quello rivoluzionario, francese, continentale, per il fatto che \u00e8 sempre ancorato alla realt\u00e0, \u00e8 pragmatico. Ebbene la globalizzazione di cui parlano gli editorialisti inglesi ha forse a che fare con le norme e le direttive europee? Negli ultimi trentanni dove erano i fini osservatori del settimanale? \u00c8 un po&#8217; ridicola la loro tardiva conversione al fallimento della tecnocrazia europea. Pur denunciandone a tratti le inefficienze, lo hanno fatto come se fossero danni collaterali di un processo pi\u00f9 alto e irreversibile. Chi ha capito che cos\u00ec non era, oggi ne trae i benefici politici. Anzi si pu\u00f2 dire che proprio i media hanno contribuito, nel loro totale scollamento della realt\u00e0, a generare quei fenomeni politici che loro stessi oggi definiscono, in modo sprezzante, populisti.<\/p>\n<p>Ieri ad un incontro pubblico organizzato a Roma dai consulenti del lavoro, il numero uno di Leonardo-Finmeccanica, Moretti ha detto delle cose controcorrente sulla rottura inglese. Il gruppo ha fabbriche importanti nel Regno Unito, in quel paese ha comprato gli elicotteri di Westland. Moretti, con i suoi modi spicci e chiari, ha detto che tutta questa drammatizzazione dei media sul fenomeno, gli fa pensare pi\u00f9 ad un loro pregiudizio, rispetto all&#8217;auspicato Remain, che ad una lucida analisi di come potr\u00e0 andare il futuro. \u00ab\u00c8 quasi impossibile capire oggi ha detto come si assesteranno le questioni economiche nel futuro. Ma una cosa \u00e8 certa e cio\u00e8 che la sterlina a questi bassi livelli, potr\u00e0 dare un bel contributo all&#8217;economia inglese\u00bb.<\/p>\n<p>Insomma oggi \u00e8 incredibile, come tutti gli osservatori (con l&#8217;eccezione di pochi realisti come Moretti e Scaroni) si rincorrono a biasimare la supposta follia della scelta popolare inglese e in pochissimi ne riconoscano le ragioni che affondano le radici nel tempo e ne interpretino anche le opportunit\u00e0.<\/p>\n<p>La questione per un liberale, e l&#8217;Economist di un tempo ce lo insegnava, non \u00e8 lo spazio di influenza della politica, ma la libert\u00e0 di fare impresa e commerciare. Il vero problema per il continente europeo non \u00e8 quello di essere uniformato al controllo di Commissione, Consiglio, e Parlamento (un incubo di intrecci tra competenze politiche e burocratiche), n\u00e9 quello di avere una moneta comune, ma quello di gestire frontiere aperte per gli scambi. Quest&#8217;ultimo \u00e8 il vero rischio che corriamo, non perdere le direttive di Junker.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>L&#8217;Economist, il settimanale inglese che ha condotto una decisa battaglia contro Brexit, nel suo editoriale di ieri ha scritto che l&#8217;uscita dall&#8217;Unione europea \u00e8 figlia della &#8220;rabbia&#8221;. Sai che analisi. L&#8217;Economist, il settimanale inglese che ha condotto una decisa battaglia contro Brexit, nel suo editoriale di ieri ha scritto che l&#8217;uscita dall&#8217;Unione europea \u00e8 figlia della \u00abrabbia\u00bb. Sai che analisi. La rabbia sarebbe per\u00f2 giustificata poich\u00e9 i fautori della globalizzazione, compreso lo stesso Economist, dovrebbero ammettere che i tecnocrati hanno commesso degli errori e i cittadini ne hanno pagato il prezzo. Fischia, che intuizione. 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