{"id":726,"date":"2012-09-18T17:12:32","date_gmt":"2012-09-18T15:12:32","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/porro\/?p=726"},"modified":"2012-09-18T17:12:32","modified_gmt":"2012-09-18T15:12:32","slug":"meglio-un-euro-debole","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/porro\/2012\/09\/18\/meglio-un-euro-debole\/","title":{"rendered":"Meglio un euro debole"},"content":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 un numeretto molto sottovalutato, ma che determiner\u00e0 il numero dei nostri occupati, la crescita della produzione e della ricchezza italiana. \u00c8 il cambio tra dollaro ed euro. Nei primi sette mesi del 2011 era pari a 1,41 dollari per euro. Nel medesimo periodo del 2012 l\u2019euro si \u00e8 notevolmente deprezzato rispetto alla valuta americana: e per comprare un biglietto verde erano necessari 1,28 euro. Una moneta comune debole comporta una maggiore facilit\u00e0 per le nostre imprese di vendere bene i servizi all\u2019estero, grazie al positivo effetto del cambio. Ovviamente per noi diventano pi\u00f9 care le importazioni. Il meccanismo \u00e8 piuttosto semplice. E matematico.<br \/>\nBasta vedere i dati sulla bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni) forniti ieri dall\u2019Istat. Ebbene, a luglio scorso il saldo per l\u2019Italia era positivo: abbiamo venduto all\u2019estero pi\u00f9 di quanto abbiamo comprato. Un risultato cos\u00ec non si vedeva da quindici anni. E si badi bene. L\u2019Italia a differenza di molti suoi concorrenti \u00e8 costretta a pagare in dollari una bolletta energetica formidabile. Il che vuol dire che se il saldo della bilancia commerciale \u00e8 positivo, lo sforzo delle nostre imprese a trovarsi clienti fuori da casa \u00e8 stato doppio. La nostra meccanica da sola vale 60 miliardi di esportazioni, l\u2019agroalimentare ha fatto segnare un tasso di crescita importante. Le imprese pi\u00f9 sane hanno tratto molti benefici dai primi sette mesi del 2012 grazie ad un euro relativamente pi\u00f9 debole rispetto al 2011.<br \/>\nUn effetto positivo sulla bilancia commerciale \u00e8 derivato anche dal fatto che gli italiani, per colpa della crisi, hanno consumato molto di meno e dunque importato meno prodotti dall\u2019estero.<br \/>\nResta un dato di fondo. La nostra ricchezza nei primi sei mesi dell\u2019anno \u00e8 decresciuta quasi di due punti percentuali. Il contributo maggiore al calo del Pil \u00e8 stato dato da quasi un cinque per cento in meno di domanda interna. Invece il contributo delle esportazioni alla crescita del Pil \u00e8 stato positivo per tre punti percentuali. Ci\u00f2 vuol dire che la nostra ricchezza e produzione negli ultimi sei mesi non \u00e8 crollata solo grazie alle imprese esportatrici che, producendo a manetta, hanno creato reddito. Inoltre queste imprese hanno fatto un salto di livello: la quantit\u00e0 di beni venduti all\u2019estero \u00e8 diminuita (meno pasta e meno utensili), ma la loro qualit\u00e0 \u00e8 aumentata (il prezzo dei beni ceduti agli stranieri \u00e8 stato pi\u00f9 alto). \u00c8 la strada giusta. Non si deve approfittare, come spesso abbiamo fatto con la liretta, delle svalutazioni per diventare la fabbrica del mondo (oggi quel ruolo \u00e8 della Cina). Piuttosto si deve cogliere l\u2019opportunit\u00e0 per guadagnare nuove fette di mercato, possibilmente quello premium.<br \/>\nI dati della bilancia commerciale evidenziano come il salto delle nostre esportazioni (con aumenti tra il 20 e il 30 per cento) \u00e8 avvenuto verso gli Stati Uniti, l\u2019area asiatica e quella Opec. Al netto delle importazioni di energia, abbiamo fatto segnare un surplus della bilancia commerciale di 42 miliardi di euro in sette mesi: tre volte pi\u00f9 del 2011.<br \/>\nLa morale \u00e8 semplice. Alcune imprese italiane (non poche) si sono rimboccate le maniche e nonostante tutto hanno venduto non bene, ma alla grande. Hanno sfruttato l\u2019euro debole per piazzare prodotti di qualit\u00e0.<br \/>\nPurtroppo, nonostante se ne parli poco, i politici americani conoscono bene questa dinamica. E si stanno dando da fare per rendere il dollaro sempre meno forte, cos\u00ec da aiutare le proprie imprese. Mentre la Bce \u00e8 l\u00ec combattuta nell\u2019acquisto dei titoli di Stato, la Fed ha in mano la met\u00e0 del debito pubblico (a lunga scadenza) americano, tiene i tassi a zero e promette di farlo sino al 2015. Insomma tante scuse monetarie per scoraggiare i mercati ad acquistare dollari. Gli americani non vogliono pi\u00f9 vedere l\u2019euro a quota 1,20 (luglio 2012), ma sognano di ritornare a 1,40 (media 2011). E grazie alla loro banca centrale rischiano di riuscirci. Alla faccia della nostra bilancia commerciale e dei nostri invisibili dell\u2019export.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>C\u2019\u00e8 un numeretto molto sottovalutato, ma che determiner\u00e0 il numero dei nostri occupati, la crescita della produzione e della ricchezza italiana. \u00c8 il cambio tra dollaro ed euro. Nei primi sette mesi del 2011 era pari a 1,41 dollari per euro. Nel medesimo periodo del 2012 l\u2019euro si \u00e8 notevolmente deprezzato rispetto alla valuta americana: e per comprare un biglietto verde erano necessari 1,28 euro. Una moneta comune debole comporta una maggiore facilit\u00e0 per le nostre imprese di vendere bene i servizi all\u2019estero, grazie al positivo effetto del cambio. Ovviamente per noi diventano pi\u00f9 care le importazioni. 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