1470388340-schermata-2016-08-05-11.07.01Sovranismo. Questo termine viene usato sempre più frequentemente per indicare la fase politica che l’Italia, e non solo, sta attraversando. Una fase di ricerca della sovranità nazionale perduta, ceduta a organizzazioni sovranazionali e a grandi conglomerati economici. Tuttavia, per quanto buona parte delle analisi cosiddette sovraniste siano condivisibili, troppo spesso, nell’ambito delle soluzioni che vengono proposte, ci si concentra esclusivamente su opzioni tecniche, spesso di difficile realizzazione e presentate in maniera demagogica e semplicistica, e quasi mai sulle radici culturali e sociali del problema, che pure esistono. Radici legate, tra le altre cose, alla drammatica mancanza di senso di appartenenza alla comunità nazionale e alla latitanza di un sano e vigoroso sentimento di orgoglio patrio, specificità queste tutte italiche. Giusto per fare un esempio, gli attacchi vergognosi e intollerabili che esponenti politici stranieri hanno rivolto all’Italia nelle ultime settimane sarebbero stati respinti con fermo e unanime sdegno in una situazione in cui l’amor di Patria fosse stato prevalente sull’appartenenza partitica. Ma questo non è avvenuto. E, del resto, solo in Italia abbiamo un Presidente della Camera che si permette di ascoltare l’inno nazionale con le mani in tasca (o di mostrare il pugno chiuso alla parata militare per la Festa della Repubblica…).

Tuttavia, alcuni segnali positivi si intravedono. L’introduzione di un sistema elettorale proporzionale è destinata a generare profondi cambiamenti nel modo di vivere e pensare la politica. Probabilmente in meglio, nonostante questo sistema ponga indubbiamente dei seri problemi di governabilità. La nascita del Governo Conte ci ha riportato indietro di anni, cioè a quando forze politiche diversissime per estrazione e contenuti erano costrette a convergere su un progetto comune per garantire un esecutivo al Paese. Questo Governo, composto per metà da una formazione di destra e per metà da una formazione che potremmo identificare come di sinistra, avrà all’opposizione partiti che hanno già quasi tutti (l’eccezione è il Partito Democratico, sempre più il riferimento di rentiers annoiati e studenti in Erasmus, una sorta di grande circolo borghese arroccato istericamente sulla difesa a oltranza di questioni assolutamente marginali per lavoratori e produttori) annunciato di voler votare a favore di quei provvedimenti che rispecchieranno i rispettivi programmi.

Questa peculiarità del sistema proporzionale è forse destinata a garantire il superamento, piuttosto che delle coalizioni o delle aree culturali di riferimento dei due movimenti di maggioranza, di quella tifoseria politica aprioristica che il sistema maggioritario, abbinato a uno schema bipolare, aveva generato, costringendo d’ora in poi le varie formazioni a valutare nel merito ogni proposta di legge. E l’andare oltre quella “sindrome da stadio” che, nella Seconda Repubblica, ha portato gli italiani a dividersi costantemente in due fazioni, proprio come le curve avversarie in un derby, di volta in volta tra berlusconiani e antiberlusconiani, tra comunisti e anticomunisti, tra italiani di destra e italiani di sinistra, sarebbe un fondamentale traguardo. Perchè questa conflittualità ha disgregato il senso di coesione nazionale, rinnovando in un certo senso le ferite della guerra civile del 1943-1945 e portando in secondo piano, rispetto alla necessità di attrarre consenso da parte delle varie fazioni, l’interesse strategico del Paese.

INDIVIDUALISMO, GLOBALIZZAZIONE DELLE MENTI, PENSIERO DEBOLE: MALI VECCHI E NUOVI DELLA NOSTRA SOCIETÀ 

Eppure, per quanto questo possa essere un passo avanti, è del tutto evidente che la ricostruzione di una comunità nazionale non possa passare solo attraverso azioni legislative, ma necessiti anche e soprattutto di una strategia preventiva rispetto allo smarrimento identitario generalizzato, soprattutto delle nuove generazioni. Uno smarrimento che, sebbene sia proprio di tutta la società liquida occidentale, come notoriamente aveva teorizzato il sociologo Zygmunt Bauman, in Italia è stato alimentato anche da potenti veleni, nuovi e antichi. Non solo gli ultimi anni caratterizzati da una contrapposizione spettacolarizzata e dal preoccupante fenomeno dell’antipolitica, ma anche vizi ormai storici hanno infatti contribuito ad allontanare il popolo del Bel Paese da un salubre orgoglio di appartenenza. In primis quello di una cultura che non bisogna esitare a definire anti-italiana e che ha le proprie radici nella sconfitta nel secondo conflitto mondiale, nella correlata guerra civile e nella Resistenza, le cui vicende sono state per troppo tempo strumentalizzate dall’egemonica cultura di sinistra con una narrativa antifascista che, in assenza di fascismo e viste le tendenze fortemente nazionaliste proprie di quest’ultimo, si è trasformata gioco forza in una narrativa anti-patriottica.

Tale narrativa è stata ulteriormente rafforzata, oltre che dall’imperante penetrazione dei disvalori della società dei consumi in tutti gli aspetti del vivere (globalizzazione del pensiero), anche dalla mutazione genetica, anche questa comune a tutto l’Occidente, della sinistra post comunista in sinistra liberal-progressista. Infatti, la già citata egemonia culturale di quest’ultima ha avuto un ruolo non marginale, introducendo nella società italiana un “culto della debolezza” (o pensiero debole che dir si voglia) e un’esaltazione irrazionale delle minoranze che ha visto i doveri di cittadini appartenenti alla comunità e i loro diritti sociali finire in secondo piano o essere dimenticati in luogo di battaglie su inconsistenti diritti civili individuali e di una distorta visione sentimentalista ed edonistica della vita.

RICOSTRUIRE L’ITALIA A PARTIRE DAI GIOVANI: PER GLI ALUNNI MENO SESSANTOTTO E PIÙ GRANDE GUERRA, MENO RESISTENZA E PIÙ D’ANNUNZIO

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Prima di lanciarsi a sognare rinnovate conquiste di sovranità è, dunque, necessario ricostruire la spina dorsale degli italiani. Fondamentale è cancellare il malcostume di una visione antieroica e anti-aristocratica eretta a regola di vita, secondo cui tradire principi e valori per il proprio tornaconto è non solo giusto ma addirittura desiderabile e sintomo di maturità (non a caso gli idealisti sono ritenuti oggi degli immaturi). Bisogna risvegliare inoltre il rispetto per le istituzioni e l’orgoglio dell’appartenenza a quell’Italia da esse rappresentata.

C’è chi, a tal proposito, ha proposto la reintroduzione del servizio militare obbligatorio. O anche chi sta proponendo il ritorno dell’Educazione civica come materia di studio nelle scuole. A entrambe le proposte va riconosciuto un valore, ma allo stesso tempo se ne potrebbe fare una terza, che in un certo senso le assembli, lasciando ai giovani la libertà di scelta sull’aderire o meno alla “naja“. Si potrebbe infatti pensare di introdurre nelle scuole, in luogo appunto dell’Educazione civica, un percorso di “Educazione patriottica”. Un esperimento similare è già stato fatto con successo in Russia con la Yunarmiya, che coinvolge giovani tra i 14 e i 18 anni, esperimento ovviamente criticato dagli imbelli (e imbecilli) cantori dell’antimilitarismo progressista occidentale.

Perchè non pensarci? Una materia che coniughi lo studio delle istituzioni politiche e dei diritti e doveri del buon cittadino con una formazione militare (e, perchè no, atletica) di base, senza trascurare magari una celebrazione in chiave mitopoietica delle origini storiche dell’Italia, legate alle vicende di Roma e dell’Impero, ai grandi condottieri e pensatori del Medioevo cristiano e del Rinascimento, all’era delle scoperte, al Risorgimento, alle imprese dei grandi patrioti. Insomma, meno pacifismo e più nazione, meno calcolo e più cuore, meno ’68 è più ’14-’18, meno debolezza e più forza, meno retorica resistenziale e più D’Annunzio. Questa sì che sarebbe la “buona scuola”, per costruire una generazione di italiani che avverta forte dentro di sé il senso dell’appartenenza, del dovere, del sacrificio e dell’orgoglio nazionale e che sappia, attraverso un’esperienza condivisa, traghettare la Patria fuori da quella “sindrome di Calimero” che la attanaglia, proiettandola invece verso quel futuro che la sua storia antica e recente la chiama a rivendicare. Un sogno? Chissà. Nell’attesa, però, una letterina al neo ministro dell’Istruzione sarebbe forse da scrivere…

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