IMG_0894“Cammellare”, nel gergo della politica militante, significa portare quante più persone possibili a un evento di partito, per far si che, anche in caso di scarsa adesione popolare, l’impatto visivo risulti ficcante, soprattutto nelle fotografie da distribuire ai giornali. Chi ha bazzicato qualche sezione di un qualsiasi movimento, queste dinamiche le conosce bene. La chiamata del coordinatore di zona, le classiche raccomandazioni: “Mi raccomando eh, porta più gente che puoi“. Moltiplicare l’operazione per le sezioni dell’intero territorio nazionale, et voilà, il gioco è fatto.

E così non deve affatto stupire che la manifestazione del Partito Democratico di ieri a Roma non si sia tramutata in un flop. Non in un flop completo, almeno. C’è chi ha parlato di 70mila persone, chi di 50mila. Chi, addirittura, di 10mila, con il ritocco visivo di una fila di gazebo a contenere le dimensioni di piazza del Popolo. Poco importa, in realtà. La cosa più significativa è che, a una presunta manifestazione di popolo (in questo caso con la “p” minuscola) quello che mancava, al di là delle “truppe cammellate” giunte con bus e treni di partito, era proprio quest’ultimo.

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Eppure, sentite le parole proferite dal palco, è chiaro che i dirigenti “dem” sembrino non accorgersene. Non si accorgono del fatto che, scendendo in piazza a protestare di fatto contro i sussidi sociali ai poveri e ai disoccupati italiani dopo aver elargito contributi a pioggia alle coop per mantenere immigrati irregolari e aver cancellato l’articolo 18, contro il pensionamento di 400mila persone dopo aver votato una legge che ha prodotto migliaia di esodati, contro gli sgravi fiscali ai piccoli artigiani dopo aver promosso manovre lacrime e sangue e contro il diritto a difendersi nelle proprie abitazioni dei cittadini dopo aver tagliato i fondi alle forze dell’ordine, il consenso popolare non può che diventare una chimera. Non se ne accorgono, o forse nemmeno se ne curano.

E, del resto, se un tempo la sinistra scendeva in piazza per invocare i diritti e contestare i padroni, oggi scende in piazza per contestare i diritti e invocare i padroni. Certo, ci sono gli applausi degli irriducibili militanti, di qualche ragazzino bocconiano con il mito dell’Erasmus, di Mario Monti e di Cottarelli, dei membri dell’upper class metropolitanasofisticata ed esterofila. Chissà, magari non più dei giornalisti de L’Espresso, visto che il modello socio-economico che per anni hanno esaltato ha appena prodotto il taglio del 30% dei loro salari…

Ma tutta questa bella gente, per fortuna, non è l’Italia e non è il popolo italiano. Che, nonostante le menzogne della stampa e dei media, nonostante il lavaggio del cervello per via catodica propinato a reti unificate da anni a questa parte, ha imparato ormai a riconoscere i propri nemici. Quelli che, ormai senza neppure più nascondersi, hanno invaso una piazza che proprio del popolo porta il nome, per dissacrarla platealmente, “cestinando” la bandiera tricolore nel centro della città capitale d’Italia e sostituendola con i vessilli blu dell’Unione Europea. Non tanto perché europeisti, ma soprattutto perché (si dica la verità) anti-italiani. Al posto di quella bandiera avrebbe potuto essercene qualsiasi altra: quella del FMI, del WTO, dell’ONU. Sarebbe stato indifferente.

L’importante, per costoro, per questi ormai autoproclamati avversari della Patria per conto dello spread, era che a sventolare non fosse il tricolore, il vessillo nel quale il popolo italiano, per l’appunto, si riconosce. E, nel nome del quale, si spera, li consegnerà presto al posto che già li attende. La discarica della storia.

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