La Commissione Europea, come da previsione, ha bocciato la manovra finanziaria del Governo giallo-verde, dando all’Italia tre settimane di tempo per presentare una nuova bozza. Un fatto mai accaIMG_1576duto prima nella storia dell’Europa unita, a dimostrazione non dell’isolamento italiano, ma semmai dell’importanza dello scontro in atto.

Un evento che ora apre per l’Italia un’enorme possibilità, se il Governo saprà tenere la barra dritta e non cedere di un millimetro. Quella di guidare la battaglia per il cambiamento dell’Europa dell’austerità da qui al prossimo mese di maggio 2019, nel quale è fissata la scadenza delle elezioni europee.

Battaglia che però va condotta con intelligenza e con i giusti alleati, evitando di farsi cavalcare da chi potrebbe volere che questo scontro serva a far deflagrare e implodere l’Europa unita, percepita ormai chiaramente come futuro avversario geostrategico dagli Stati Uniti. Si parla ovviamente del presidente americano Donald Trump (che ora gioca anche a fare il “bullo nucleare”, stracciando i trattati che avevano posto fine alla Guerra Fredda), ma anche di ambigui personaggi minori come il suo ex consigliere Steve Bannon.

Chi segue questo blog saprà che, fino a questo momento, la posizione di chi scrive sulla politica estera dell’esecutivo Conte è stata critica, per un generale appiattimento sulle posizioni di Washington, che del resto è facile immaginare abbia avuto un ruolo non di secondo piano nel facilitare l’ascesa del Governo, quando questo si era incagliato sul nome di Paolo Savona, rigettato sdegnosamente da Mattarella la scorsa primavera e quando Lega e Movimento 5 Stelle apparivano del tutto isolati dal resto dell’establishment europeo e internazionale.

Ma qualcosa potrebbe cambiare. Non è un caso che Matteo Salvini, la scorsa settimana, abbia ammesso la volontà di candidarsi a guidare la prossima Commissione Europea in concomitanza di una sua visita in Russia, dove era presente alla riunione della locale sezione di Confindustria. Una visita cui ha fatto seguito l’incontro tra il premier Conte e Vladimir Putin di ieri. Un incontro di successo, destinato probabilmente a rinverdire una vecchia amicizia danneggiata dagli anni dei governi PD, ideologicamente e stupidamente ostili al Cremlino.

PUTIN VUOLE L’EUROPA DISUNITA? FALSO!

Contrariamente a quanto si afferma in giro, la Russia non ha alcun interesse a un’Europa disunita. Sciocchezze sesquipedali. Questa prospettiva, geopoliticamente parlando, non avrebbe alcun senso in un momento in cui l’Europa, in difficoltà con l’avvento di Trump, è tornata a cercare il dialogo con la Federazione Russa, riconoscendone la centralità diplomatica, oltre ad aver rinsaldato quello con la Cina, condividendo con entrambe la volontà di incidere il dominio monetario del dollaro a livello mondiale. Prova ultima di questo rapporto è il fatto che il prossimo summit per discutere del futuro della Siria vedrà Francia e Germania sedute insieme alla Russia e alla Turchia, non agli USA.

Certo è che il Cremlino non può fidarsi dell’attuale classe dirigente globalista di Bruxelles, d’altronde la stessa che premeva per il TTIP promosso da Obama, trattato che avrebbe qualificato definitivamente anche sul piano economico l’UE come un’appendice degli Stati Uniti e che prevedeva clausole indecenti che avrebbero dato alle multinazionali potere di interferire sull’attività legislativa dei parlamenti. La stessa che ha provocato la crisi Ucraina e che si sottomette senza battere ciglio all’assurdità delle sanzioni volute dagli USA. La stessa che, per fervore ideologico globalista e mondialista ha sempre visto la Russia come un mortale nemico. D’altro canto questi erano i motivi per cui Putin si era in un primo momento esposto a sostegno dei sovranisti europei. Non di tutti (certamente non dei russofobi polacchi, che hanno appena lanciato l’idea di una base denominata “Fort Trump“…), ma principalmente del Rassemblement National di Marine Le Pen (ricevuta contro ogni prassi protocollare dallo “zar” in persona prima delle presidenziali francesi dello scorso anno), della Lega di Salvini (con cui esiste un formale accordo di collaborazione con il partito Russia Unita) e del premier ungherese Viktor Orban, che al Cremlino gode di ottima stima. Poi, complice la realpolitik, questa esposizione è rientrata e ne hanno approfittato gli americani. Ma è chiaro che la prospettiva di un’Europa guidata in parte da interlocutori realmente amici e ideologicamente affini non possa che essere vista con favore da Mosca.

Altro possibile interlocutore per l’Italia, sebbene meno scontato, può essere la Germania. Come rileva un ottimo articolo di Lorenzo Vita per Gli Occhi della Guerra, da Berlino nessuno ha commentato la bocciatura della manovra, e anche da quelle parti cominciano a montare critiche al regime di austerità di Bruxelles. E i tedeschi condividono con l’Italia due fondamentali prerogative: la vicinanza a Mosca (soprattutto dopo l’affaire North Stream 2) e l’essere Paesi esportatori.

ALLEANZA POPOLARI-SOVRANISTI E UNA BCE SUL MODELLO DELLA FED, COME LA VOLEVA BERLUSCONI

È chiaro quindi come proprio e forse solo a Berlino Salvini e soci possano trovare una sponda decisiva per quell’alleanza post voto tra popolari e sovranisti che è l’unica reale possibilità, per gli attuali esponenti del Governo italiano, di mettere piede nella Commissione e cambiarne il volto. Cambiarlo, ma come? Con il piano Savona: BCE vera banca centrale e prestatore di ultima istanza sul modello della Federal Reserve, un tetto del deficit variabile e slegato dagli attuali e demenziali criteri, piano straordinario di rientro sul debito dei Paesi. Nulla di nuovo, soprattutto per il primo punto. È quello che ha sempre sostenuto anche Silvio Berlusconi.

Questa è l’unica chance per cambiare l’Europa, ma è anche, per l’Europa, l’unica chance per sopravvivere. L’attuale classe dirigente di Bruxelles, arroccata nei dettami di un’ideologia folle, inumana, antistorica e, in definitiva, imbecille, il darwinismo sociale liberista (in sintesi: chi è povero o ha debiti merita di soffrire), che ha partorito dei parametri non solo inaccettabili ma tutt’altro che scientifici, come ha spiegato anche il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, non si rende infatti conto (esattamente come non se ne rendevano conto i papaveri sovietici negli anni ’80, ancora convinti dell’assoluta esattezza della dottrina economica marxista o i caporioni nazisti che decisero di attaccare l’URSS nel 1941…) di andare inesorabilmente incontro alla propria autodistruzione.

Il caso italiano è d’altro canto esemplare. L’indebitamento complessivo (pubblico più privato), al 265% del PIL è in realtà in linea con quelli di Paesi considerati virtuosi come Danimarca o Germania (il Lussemburgo di Juncker ha il 434%…). Questo perché il  corposo debito pubblico, oltretutto per il 68% in mano a creditori nazionali, è garantito da una ricchezza privata ben superiore, con le famiglie italiane agli ultimi posti al mondo per indebitamento privato! Insomma, i fondamentali dell’economia italiana sono più che sani. Come lo erano prima del golpe finanziario del 2011. Quello che manca è lo stimolo pubblico alla crescita. Chi lancia allarmi da tregenda per il deficit del 2,4%, dunque, si sta semplicemente e stupidamente schierando contro il principio sacrosanto che lo Stato possa sostenere lo sviluppo e con esso l’occupazione e l’armonia sociale. Questo è il principale problema per i nemici che l’Italia ha a Bruxelles e a Roma. Un problema che è, lo si sottolinei mille volte, ideologico, non reale.

Il resto sono chiacchiere da bar sport. E da triste teatrino della politica, tra maggioranza e opposizioni. Insomma, una marea di balle.

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