IMG_1634L’alcolismo è sicuramente uno dei mali oscuri della società contemporanea, una società dove, citando Nietzsche, “Dio è morto“, ma le droghe e le dipendenze in genere se la passano benissimo. Secondo l’ISTAT i consumatori giornalieri (cioè abituali) di bevande alcoliche in Italia sono il 21,4% della popolazione di oltre 11 anni, e continua ad aumentare la quota di coloro che consumano alcool occasionalmente (dal 38,8% del 2006 al 43,3% del 2016) e che bevono alcolici fuori dai pasti (dal 26,1% al 29,2%). Nel consumo eccedono più frequentemente rispetto alle raccomandazioni del Ministero della Salute gli ultrasessantacinquenni (36,2% uomini e 8,3% donne), i giovani di 18-24 anni (22,8% e 12,2%) e gli adolescenti di 11-17 anni (22,9% e 17,9%).

L’incontro di chi qui scrive con questo fenomeno è avvenuto con la visione del film Flight, con un magistrale Denzel Washington. Nella pellicola interpreta il ruolo di un pilota eroe, capace di salvare con una manovra da manuale decine di vite umane da un incidente aereo potenzialmente catastrofico. Un eroe però costretto a vivere il processo che seguirà la tragedia lottando contro un dilemma interiore. Oltre che un grande pilota, è infatti anche un grande alcolista, costretto a far uso di cocaina per riprendersi dagli effetti delle sue continue sbronze, anche la notte prima di un volo…

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Ciò che colpisce del film, per chi non conosce la realtà dell’alcolismo, è l’assoluta incapacità del protagonista di resistere alla chiamata quasi morbosa della bottiglia, tanto da costringere il suo legale a chiuderlo in una stanza d’albergo sorvegliata e con il minibar adeguatamente “svuotato” il giorno prima della testimonianza decisiva.

È una realtà che Lucia Besana, autrice del libro “Noi antabusiani“, edito da Il seme bianco, un po’ saggio e un po’ volume autobiografico, racconta e spiega con grande ironia. E senza vergogne. Sì, perché Lucia è un’ex alcolista. E a incontrarla non si direbbe, specie in base ai canoni con cui mediamente ci si figura questa categoria di persone. Lucia ha due lauree, è una persona normale, con un lavoro, dei figli e una famiglia e abita in una tranquilla cittadina della Brianza. Insomma nessuna situazione di degrado sociale. Ed è proprio questa la rivelazione del suo breve e irriverente saggio. L’alcool è si un problema sociale, ma non ha cause ambientali. O, meglio, non solo.

Per un alcolista – spiega – ogni scusa è buona per bere. Non c’è un motivo vero e proprio. Si beve perché il capo è uno stronzo, perché il fidanzato ti ha lasciata o perché non si può provare l’esistenza degli alieni. Nel mio caso ci sono cascata due volte. La prima è stata alla morte di mio padre. Poi ho avuto i miei figli e mi sono fermata, perché sentivo il bisogno di crescerli. Poi, a un certo punto, quando mi sembrava che potessi rilassarmi e permettermelo di nuovo, ci sono ricaduta. Ed è stato un inferno. Mettevo a letto i ragazzi e il mio compagno e, a mezzanotte, chiamavo il kebabbaro vicino casa. La scusa era quella di farmi portare un panino, ma in realtà a me interessavano le lattine. Di birra, ovviamente. Il giorno dopo mi alzavo e non avevo neppure la forza di mettermi in piedi, ma facevo finta di niente. E la sera, quando tornavo a casa mi ripromettevo di bere un po’ di meno. Promesse che restavano tali“.

La causa di questo, spiega Lucia, è genetica, prima di tutto. Il “mostro“, come lo chiama lei, è dentro: “Quello che spiego nel mio libro è che le motivazioni ambientali o esterne, come il senso di vuoto, la depressione o lo stress, sono certamente il fattore scatenante. Ma la radice è genetica. C’è un allele in particolare, che è strettamente legato alla dipendenza da alcool e oppiacei. Quando lo si ha, qualsiasi evento stressante può essere la miccia che, esplodendo, risveglia il ‘mostro'”.

Un mostro che ti divora pezzo dopo pezzo. “La prima cosa che un alcolista fa è nascondere le prove del suo vizio. Far sparire bottiglie, lattine, qualsiasi traccia nel modo più rapido possibile. E poi nega, nega sempre, anche di fronte a una cera da ‘La notte dei morti viventi'”. Così diventa difficile anche per chi sta vicino aiutare. “Quando qualcuno della tua famiglia o dei tuoi amici se ne accorge, o comunque inizia a dubitare, tu neghi. E comunque la proibizione o le ‘sgridate’ servono a ben poco. Bisogna fare subito un percorso affiancati da un professionista o da gruppi di terapia. È importante sensibilizzare le persone su questo tema, perché noi non abbiamo neppure idea di quanti alcolisti ci siano in giro. Persone apparentemente normali, ma pericolosissime per se e, soprattutto, per gli altri“. “Non si ha minimamente percezione – spiega ancora Lucia – di quanti alcolisti si mettano tranquillamente al volante. Se la sera sono a casa e finiscono la birra, salgono in auto, puntualmente ubriachi, alla ricerca del primo bar aperto. In questi casi la tragedia è ovviamente dietro l’angolo e a rimetterci può essere chiunque: un passante incolpevole, un motociclista, il signore anziano che porta a spasso il cane“.

Lucia è uscita dall’alcool grazie a una cura farmacologica, “che non è curativa ma avversativa. Sono farmaci che, quando ti avvicini agli alcolici, provocano un senso di malessere devastante: nausea, crisi respiratorie, attacchi di panico“. Chiaramente questa è solo una delle vie percorribili. “Il ‘mostro’ si può rimettere a dormire, l’importante però è avere qualcuno che ti spalleggi. Nel mio caso è stato il mio compagno, che con dolcezza mi ha accompagnato in questo percorso“.

E il percorso dell’autrice (e il suo libro, che sarà presentato il prossimo 9 novembre in un evento allo Sporting Club di Monza), che nella sua nuova vita si è dedicata anima e corpo alla cucina, si chiude con le “ricette sobrie”, ovvero come cucinare senza l’ausilio di alcolici, cosa che per un ex alcolista fuggito alle grinfie del “mostro”, è più che una necessità. Con buona pace del kebabbaro sotto casa che, spiega lei divertita, “da quando non mi ha più sentita si è allarmato. Mi ha anche chiesto se i suoi panini non fossero più buoni. Vagliela a spiegare la verità…“.

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